Protostoria
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LIMA (Reuters) - Una piazza cerimoniale costruita 5.500 anni fa è stata rinvenuta in Perù da alcuni archeologi peruviani e tedeschi, che affermano sia una delle strutture più antiche mai trovate in America.
La piazza, di forma circolare con un diametro di circa 14 metri, era coperta dalle rovine di Sechin Bajo, a Casma, 370 km a nord di Lima. Vicino la piazza sono stati rinvenuti fregi raffiguranti un guerriero con un pugnale e trofei.
“La datazione fatta dagli studiosi tedeschi la pone a circa 5.500 anni fa. E’ una grande scoperta che potrebbe riscrivere la storia di un Paese”, ha detto Cesar Perez, scienziato all’Istituto Nazionale di Cultura in Perù che ha supervisionato il progetto.

La piazza ritrovata a Sechin Bajo
(fonte http://abcnews.go.com/)
Prima di questa scoperta, si pensava che fosse Caral — antica città peruviana — il primo insediamento urbano dell’emisfero occidentale, insieme a quelli di Mesopotamia, Egitto, Cina, India e Mesoamerica che risalgono a 5,000 anni fa.
Precedenti scoperte nell’area erano datate 3.600 anni fa, non si esclude che ci siano altre parti della cittadella ancora più antiche della piazza.
“Abbiamo trovato altre strutture al di sotto della piazza che potrebbero essere anche più antiche” afferma German Yenque, archeologo presente sullo scavo. “Ci sono quattro o cinque piazze, una sotto l’altra, il che significa che il sito è stato ricostruito ogni 100 - 300 anni”.
“Dopo lo scavo il sito verrà ricoperto” - continua Yenque - “per preservarlo e metterlo al sicuro dai tombaroli in attesa di trovare i fondi per scavi futuri”.
Abbiamo inoltre scovato un video, con sottotitoli in tedesco, sulle rovine di Sechin Bajo ed una ipotesi ricostruttiva:
Fonte e approfondimenti:
http://news.yahoo.com/s/n … archeology_dc_2
http://mysterium.blogosfere.it/20 … a-precolombiana.html
4 comments arjuna | Estero, Nuovi Ritrovamenti, Protostoria, Scavi
Louis Charpentier nel suo “Il mistero Basco” ripercorre, come facilmente intuibile, la suggestiva storia del popolo basco, ponendosi domande sulle sue origini e sulle parentele con altri popoli del bacino del mediterraneo. Filo rosso dell’intero libro la presunta discendenza del popolo basco dall’uomo di Cro-Magnon e la diffusione delle sue peculiari caratteristiche al di fuori degli attuali confini.
Leggendo il libro ci troveremo a riflettere su rituali religiosi e su gruppi sanguigni, su Atlantide e sui miti delle origini, spesso con una punta polemica nei confronti del mondo scientifico ed accademico, dal punto di vista dell’autore troppo ciecamente rigoroso nelle metodologie di ricerca.
Nel perfetto stile del suo tempo (la prima pubblicazione de “Il mistero basco” risale al 1975), l’autore dà ampio spazio alle sue personali opinioni, con una carica ed un trasporto che raramente troviamo negli scritti a noi contemporanei, anche se a volte con il pericolo di perdere di obiettività o di chiarezza nelle sue trattazioni.
“Il mistero basco” nonostante si configuri come veloce carrellata “pseudoarcheologica” su antiche leggende e tesi novecentesche volta a corroborare un punto di vista oramai superato, può essere di interesse per approfondire un particolare momento del dibattito sulle origini di alcune civiltà preistoriche del bacino del Mediterraneo.
L’autore
LOUIS CHARPENTIER è uno dei grandi scrittori esoterici e della Tradizione. Tra i suoi numerosi libri ricordiamo I misteri della cattedrale di Chartres, Il mistero di Compostela e I giganti e il mistero delle origini.
L.C. ha trascorso la sua vita cercando di penetrare i segreti che la terra, lungo tutta la sua storia, ha consegnato alla curiosità degli uomini.
Il mistero basco
Titolo: Il mistero basco. Alle origini della civiltà occidentale
Autore: Charpentier Louis
Prezzo: € 19,50
Dati: 2007, 230 p., brossura
Editore: L’Età dell’Acquario
Acquistabile sia su ibs che su L’età dell’acquario.
Diamo spazio all’ultima segnalazione arrivataci dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento:
STRAORDINARIA SCOPERTA ARCHEOLOGICA
A GARDOLO DI MEZZO A NORD DI TRENTO
Riportati alla luce dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della provincia autonoma di Trento un abitato e un’area di culto di 4.000 anni fa
Trento, frazione Gardolo di Mezzo.
Le due monumentali strutture a tumulo
della fase del Bronzo Recente (XIII secolo a.C.).La piccola frazione di Gardolo di Mezzo, a pochi chilometri a nord di Trento, è destinata a diventare uno dei luoghi simbolo dell’archeologia delle Alpi. Le estensive indagini condotte dal 2003 dalla Soprintendenza per i Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento stanno mettendo in luce uno dei più importanti siti archeologici dell’età del Bronzo del territorio sudalpino. Si tratta della più significativa scoperta archeologica effettuata in Trentino negli ultimi anni.
Fino all’agosto del 2003 Gardolo di Mezzo non era noto per la presenza di alcuna area di interesse archeologico ad eccezione dei resti murari di un castello medievale posto sulla sommità del Doss de la Luna. Il controllo archeologico preventivo degli sbancamenti effettuati nell’ambito di un progetto di lottizzazione edilizia, ha consentito di mettere in luce una estesa area che si è rivelata da subito di grande interesse.
Nel corso della campagna di scavi sono emerse eccezionali evidenze di inestimabile valore scientifico e archeologico relative a due monumentali strutture a tumulo che documentano la presenza di un luogo sacro, adibito a pratiche funerarie e successivamente, nel corso dei secoli, trasformato in monumento dedicato al culto degli antenati. Inoltre, fatto rarissimo in ambito archeologico, i tumuli di Gardolo di Mezzo si sono potuti mettere in relazione con un’area insediativa coeva posta nelle immediate vicinanze che in questi anni è stata solo parzialmente esplorata dalla Soprintendenza per i Beni archeologici. Lungo il versante occidentale del soprastante Doss de la Luna sono state infatti messe in luce le tracce di un esteso insediamento pluristratificato che è stato frequentato dall’Antica alla Recente età del Bronzo ovvero per quasi tutto il II millennio a.C. Inoltre a nord dell’area insediativa e di quella di culto, già nelle prime fasi dell’età del Bronzo (ultimi secoli del III millennio a.C.) è stata realizzata una imponente opera infrastrutturale di bonifica con lo scopo di rendere abitabile il terrazzo orografico di Gardolo di Mezzo, il che lascia presupporre che vi sia stata una progettazione rigorosamente razionale dello spazio disponibile al fine della pianificazione “urbanistica” dell’intera area.
A questi dati si somma un’altra importantissima acquisizione scientifica. L’insediamento sorto nell’Antica età del Bronzo lungo le pendici occidentali del Doss de La Luna con molta probabilità basava la propria attività economica sullo sfruttamento delle cospicue risorse minerarie del Monte Calisio che quindi iniziarono ad essere utilizzate già a partire dalla fine del III millennio a.C., come documentano le abbondanti scorie di fusione rinvenute nell’abitato, nell’area di culto e in alcune zone limitrofe al sito.
Per tutti questi aspetti il sito di Gardolo di Mezzo rappresenta un unicum in tutta l’area alpina. Le indagini sono dirette dalla dott.ssa Elisabetta Mottes archeologa della Soprintendenza per i Beni archeologici della Provincia autonoma di Trento e coordinate sul campo dal dott. Michele Bassetti, geoarcheologo dell’Impresa Cora Ricerche Archeologiche s.n.c. di Trento e dalla sua equipe di ricerca.
Le ricerche archeologiche preliminari sono state integrate da una serie di indagini geofisiche svolte in collaborazione con il Laboratorio Geotecnico del Servizio Geologico della Provincia autonoma di Trento. Al fine di ottimizzare il lavoro di documentazione delle evidenze archeologiche messe in luce ci si è avvalsi delle più moderne tecnologie di rilevamento con la collaborazione del personale della Microsystems Division (MIS) della Fondazione Bruno Kessler-IRST di Povo (Trento) che ha realizzato un modello digitale con tecnologia laser 3D delle strutture a tumulo messe in luce.
Lo studio scientifico del ricco archivio di dati fornito dall’eccezionale deposito archeologico di Gardolo di Mezzo sarà effettuato da una equipe di ricerca interdisciplinare che prevede la partecipazione di enti e specialisti di varie istituzioni italiane e straniere tra cui il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova per le analisi archeometallurgiche, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università degli Studi di Milano per le analisi antropologiche, il Laboratorio di Archeologia e Storia Ambientale dell’Università degli Studi di Genova per le analisi archeozoologiche, l’Istituto di Zootecnia Generale dell’Università degli Studi di Milano per l’analisi sul DNA antico dei resti faunistici, il Laboratorio di Archeobiologia dei Musei Civici di Como per le analisi archeobotaniche, l’Institut für Botanik della Leopold-Franzens Universität di Innsbruck per lo studio pollinico e paleoecologico, il Leibniz Labor für Altersbestimmung und Isotopenforschung della Christian-Albrechts-Universität di Kiel (Germania) per le datazioni al radiocarbonio.
Va inoltre sottolineato che le indagini archeologiche sul sito di Gardolo di Mezzo, oltre alle finalità scientifiche, hanno avuto anche un risvolto nell’ambito della formazione in quanto, nel corso degli anni, sui cantieri di scavo aperti dalla Soprintendenza per i beni archeologici nei diversi settori, sono stati accolti in stage numerosi studenti dell’Università degli Studi di Trento e di altre istituzioni universitarie italiane e straniere.
I primi risultati scientifici relativi alla straordinaria scoperta del sito archeologico di Gardolo di Mezzo saranno comunicati nel corso di un Convegno internazionale sui tumuli dal titolo “Ancestral landscapes: burial mounds in the Copper and Bronze ages (Central Europe-Adriatic-Aegean-Balkans, 3rd-2nd millennium BC)” che si terrà a Udine nel maggio del 2008.
Informazioni
Provincia Autonoma di Trento
Soprintendenza per i Beni Archeologici
Via Aosta, 1 - 38100 Trento
Tel. 0461 492161 - 0461 492182 Fax 0461 492160
E-mail: sopr.archeologica@provincia.tn.it
www.trentinocultura.net/archeologia.asp
3 comments arjuna | Comunicati stampa, Nuovi Ritrovamenti, Protostoria
Franco Prada ci segnala una notizia curiosa:
Assegnato al Museo Giovio uno studio nazionale sull’antica birra
UNIVERSITA’ DELL’INSUBRIA
Antichi mastri birrai fanno celebre Como nel mondo. Nelle aree occupate dalle popolazioni di stirpe celtica, la ‘bionda‘ era, con il sidro e l’idromele (nato dalla fermentazione di miele diluito in acqua), la bevanda più gettonata.
Da una decina d’anni - con numerose attività rivolte al grande pubblico - il laboratorio di archeobiologia del Museo Giovio di Como studia la birra grazie a un gemellaggio con Pombia (Novara), luogo di ritrovamento delle più antiche tracce di birra italiana, in un’urna cineraria del VI-V secolo a.C. In un piccolo bicchiere ritrovato ancora diritto nella necropoli di Quara, venne, infatti, raccolto un residuo secco che le analisi coordinate dal direttore del museo comasco Lanfredo Castelletti hanno indicato come birra. Accertarono infatti la presenza di una massiccia concentrazione di pollini di cereali e granuli di luppolo. Una birra d’orzo, insomma, di oltre 2.500 anni fa, forse la «cervisia» o «cervogia» di cui erano ghiotti proprio i Celti. Una birra di accezione ‘moderna’, ossia di buona gradazione, ottenuta per fermentazione di cereali (anche fumigati) e aromatizzata con erbe. Oltre alle chiare implicazioni di carattere storico-archeologico, questa scoperta ha contribuito a definire per la prima volta in ambito europeo l’utilizzo del luppolo, probabilmente raccolto allo stato selvatico, nella fabbricazione della birra, mai così anticamente attestato in Europa.
Ora quelle analisi sono divenute un modello di eccellenza: sono state adottate per studiare reperti analoghi. L’Università dell’Insubria ha infatti scelto il laboratorio del museo comasco per sviluppare uno studio nazionale sul tema dopo che già lo scorso anno erano stati analizzati a Como i primi reperti di birra antica provenienti dal Lazio. «Dopo il caso Pombia al Piemonte la birra archeologica ha portato benefici economici tant’è che la storica azienda Menabrea ha istituito una borsa di studio biennale per studi sull’antica bevanda», dice Castelletti. Sarà ora la professoressa Sabina Rossi del dipartimento di Scienze fisiche e matematiche della facoltà di Scienze ambientali dell’Insubria a coordinare le ricerche lariane sulla birra. «E’ una specialista in pollini, settore che ha specificato ulteriormente la vocazione del nostro laboratorio. Sono stati proprio i pollini a darci l’idea illuminante che i reperti di Pombia erano in realtà birra. Ora la ricerca dovrebbe svilupparsi nell’identificare altri residui di birra in recipienti del 1.000 avanti Cristo. E avremo ricadute interessanti sul territorio. Ci interessa infatti come museo non solo la ricerca ma anche la didattica e quindi torneremo a proporre laboratori didattici, soprattutto per le scuole, dedicati a tutte le bevande fermentate che nell’antichità erano di uso abituale».
Il progetto dell’Insubria prevede di perfezionare le migliori tecniche di laboratorio di estrazione pollinica per creare un protocollo standardizzato che risulti il più idoneo a essere applicato a residui secchi o umidi di bevande provenienti dagli scavi archeologici e che possa trovare facile applicazione in svariati contesti. Queste tecniche permetteranno anche di capire se i residui provengono da solidi o liquidi fermentati e, nel caso di liquidi, di differenziare i diversi tipi di bevande. La ricerca si concentrerà essenzialmente sui contenuti dei recipienti in ceramica ritrovati nelle necropoli protostoriche e di epoche successive, materiale che, tra i reperti archeologici a disposizione, solitamente caratterizzato da un migliore stato di conservazione. Si andrà dall’età del Bronzo (tarda età e Bronzo finale) alla fine dell’età del Ferro e dell’età Romana in Liguria, Piemonte e Lombardia.
Fonte:
www.corrierecomo.it
Maranello celebra Francesco Coppi, il naturalista modenese dell’Ottocento che dedicò parte della sua attività di ricerca agli scavi della Terramara di Gorzano. Sabato 6 ottobre allo Spazio Culturale Madonna del Corso (ore 17) sarà inaugurata la mostra “Grandi, belle e rarissime specie. I fossili e i reperti archeologici della collezione di Francesco Coppi”, voluta dall’amministrazione comunale per rendere omaggio alle ricerche di Coppi nell’ottantesimo anniversario della sua scomparsa.
La mostra, che vede la collaborazione e il supporto di importanti istituzioni come il Museo Civico Archeologico Etnologico di Modena, il Dipartimento del Museo di Paleobiologia e dell’Orto Botanico dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e la Società dei Naturalisti e Matematici di Modena, vuole mettere in luce la complessa attività scientifica di Francesco Coppi, dalle ricerche paleontologiche (con numerosi esemplari di fossili da lui rinvenuti sull’Appennino modenese) all’attività di archeologo, che Coppi svolse su tutto il territorio di Maranello, concentrandosi in particolare sulla Terramara di Gorzano, dove rinvenne reperti di epoche diverse, dal periodo medievale all’età del Bronzo. I fossili e i reperti archeologici ospitati nell’esposizione, alcuni dei quali vengono esposti al pubblico per la prima volta, rappresentano così un’efficace sintesi del lavoro di un grande ricercatore e offrono ai visitatori un suggestivo spaccato sulla storia del territorio maranellese.
La mostra è ad ingresso gratuito e rimane aperta nello Spazio Culturale Madonna del Corso (via Claudia 277) fino al 4 novembre, nei pomeriggi di venerdì, sabato e festivi dalle ore 15 alle 19; le mattine sono riservate alle scuole (per informazioni e prenotazioni scuole: 0536/240.022). Dal 6 ottobre, a supporto della mostra, sarà disponibile anche un volume di 160 pagine, curato ed edito dall’amministrazione comunale, dedicato alla vita e alle ricerche di Coppi.
Fonte:
http://www.modena2000.com/modules.php?name=News&file=article&sid=62181
COMO - Il ‘cerchio magico‘ affiorato nel cantiere del nuovo ospedale presto svelerà ai comaschi i suoi segreti. Almeno questo è l’obiettivo della Società Archeologica Comense. La centenaria istituzione lariana, dopo aver compiuto alcuni sopralluoghi sull’area che apre orizzonti ignoti sulla vita dei lariani, forse fino all’Età del Ferro, ha intenzione di promuovere, d’intesa con la Soprintendenza lombarda per i Beni Archeologici, una serie di visite guidate nell’area che si trova alla base della Spina Verde. La stessa Soprintendenza ha già posto un vincolo di salvaguardia dei reperti trovati nell’area del cantiere del nuovo ospedale. Intanto, resta fitto il mistero sul significato dei reperti.
Il cerchio ha un diametro di circa 70 metri e probabilmente è la scoperta più importante, sul fronte dell’archeologia, in tutto il territorio della provincia comasca. L’intero sito, invece, comprende due sezioni, con una necropoli presumibilmente di età romana, con una ventina di tombe rilevate, e quella preistorica con il cerchio, che dovrebbe risalire, si pensa, all’Età del Ferro (IX secolo avanti Cristo), o addirittura al Neolitico. Quella che potrebbe essere una fetta importante dell’antica Como preromana non venne scelta comunque a caso: un sito ben drenato dal punto di vista idrogeologico con i fiumi Seveso e Valle Grande, con un’ampia piana a Sud per caccia, pascolo e coltivazioni, e a Nord protetto da una fascia collinare che ha la sua naturale prosecuzione nell’attuale Parco della Spina Verde, con l’abitato protostorico di Pianvalle già ben noto agli archeologi e tuttora visitabile.
Vi sono poi alcune tombe dell’Età del Ferro che dovrebbero risalire al VI e V secolo e pare siano state inserite in una fase successiva all’utilizzo della misteriosa piattaforma circolare. Anche il Museo Archeologico ‘Paolo Giovio’ di Como si occuperà delle ricerche sia sul fronte prearcheologico, analizzando alcuni depositi di era postglaciale che risalgono al Quaternario, sia sul fronte propriamente archeologico, studiando un’ampia serie di materiali organici come frammenti di terreno, ossa e carbone. Uno scenario che risale agli ultimi 18mila anni che dovrebbe, tra l’altro, confluire in una tesi di laurea discussa nel dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università dell’Insubria e in un prossimo articolo della ‘Rivista Archeologica’ di Como.
Mereto di Tomba (Ud) - Indizi di inestimabile valore scientifico sia sulla complessa tecnica costruttiva e materiali usati, sia sulla frequentazione e uso del sito. Sono in sintesi i risultati della seconda campagna di scavi archeologici organizzata e svolta a Mereto di Tomba (Ud) dai ricercatori del dipartimento di Storia e tutela dei beni culturali dell’università di Udine, sul ben noto tumulo funerario del luogo. «I risultati raggiunti – afferma la coordinatrice dei lavori, Paola Càssola Guida – giustificano la programmazione di una terza campagna di scavo nel 2008, finalizzata innanzitutto alla ricerca della sepoltura primaria», ossia quella del personaggio per il quale il tumulo fu innalzato, «da ritenersi senza dubbio – dice la direttrice dei lavori, Elisabetta Borgna - un importante membro della comunità stanziata nella zona».
Lo scavo appena concluso ha permesso di compiere uno studio dettagliato sulla tecnica costruttiva e sui materiali. «Su una monumentale piattaforma di pietre – spiega Borgna –, con un diametro di base di circa 25 metri e un’altezza di 6,5, si erge il corpo del tumulo di dimensioni grandiose a forma grosso modo troncoconica, costituita da una fitta alternanza di falde ghiaiose e gettate di terreno argilloso e compatto, scandita da una serie di piccoli “fermi lignei”». Sono emersi, inoltre, importanti indizi sulla frequentazione del sito. «Frammenti ceramici dell’Eneolitico databili intorno alla metà del terzo millennio a.C. – ricorda Susi Corazza, operatrice sul campo -, una cuspide di freccia in selce e resti di sacrifici bovini». Reperti che rimandano anche ad attività rituali anche di tipo funerario «queste ultime – precisa Borgna – testimoniate anche dai primi rinvenimenti di ossa umane, sparse e non composte in una vera e propria sepoltura».
Gli scavi condotti dall’Ateneo friulano a Mereto di Tomba, iniziati nell’estate del 2006 e resi possibili anche dalla generosa disponibilità del proprietario del terreno, Gian Roberto Rosselli della Rovere, sono parte di un ampio progetto di studio, valorizzazione e fruizione delle strutture protostoriche della media pianura udinese. «Strutture – dice Borgna – miracolosamente conservate in condizioni talora eccellenti, come il castelliere di Sedegliano». A sostegno del progetto «si sono da tempo mobilitati – sottolinea Paola Càssola Guida, coornatrice del progetto Castellieri – undici Comuni friulani costituiti in Consorzio che sta dando grande impulso alle ricerche e all’approfondimento delle conoscenze scientifiche in campo protostorico».
Fonte:
http://qui.uniud.it/notizieEventi/cultura/mereto-di-tomba
Approfondimenti:
Il castelliere di Sedegliano
La società Infrastrutture Lombarde, la spa che si occupa dell’iter del nuovo ospedale comasco, ha assicurato di essere pronta a realizzare un sito archeologico accessibile a tutti nelle vicinanze del Sant’Anna bis. Sarà insomma un parco archeologico in piena regola, la cui realizzazione procederà di pari passo con la costruzione del nuovo nosocomio lariano. Le caratteristiche del parco, ovviamente, sono ancora da precisare, dato che gli studiosi della Soprintendenza lombarda per i Beni Archeologici sono tuttora al lavoro per definire con esattezza l’entità della scoperta.
Articolo completo:
http://www.corrieredicomo.it/frm_articoli.cfm?ID=79224
Altri post sullo stesso argomento:
Archeoblog - Como recinto del v secolo a.C. sotto il nuovo ospedale
Archeoblog - Recinto del Sant’Anna
Archeoblog - Aggiornamento sul caso dell’ospedale Sant’Anna a Como
E’ in corso a Orvieto fino al 31 agosto, sotto la direzione della dott.ssa Simonetta Stopponi, l’8^ campagna di scavo del Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storiche dell’Antichità dell’Università di Macerata. Le ricerche archeologiche allo scavo di Campo della Fiera hanno portato alla luce nuove e importanti evidenze: una strada lastricata di V sec. a.C., pregevoli frammenti di ceramica greca, una mano di statua marmorea, matrici per la fabbricazione di terrecotte architettoniche e numerose monete.
Per conoscere da vicino i risultati delle ricerche, martedì 28 agosto visiteranno il cantiere Silvano Rometti, Assessore alla Cultura della Regione Umbria, Loriana Stella, Vice-presidente della Provincia di Terni, Mariarosaria Salvatore, Soprintendente Archeologo per l’Umbria, Paolo Bruschetti della Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Umbria, Stefano Mocio, Sindaco del Comune di Orvieto, Giuseppe M. Della Fina, Assessore alla Cultura del Comune di Orvieto, Gianfranco Paci, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Macerata e rappresentanti della Banca Monte dei Paschi di Siena, main sponsor dello scavo.
Intanto, venerdì 10 agosto gli studenti statunitensi che partecipano allo scavo riceveranno la visita di Mark J. Smith, Attaché culturale dell’Ambasciata Americana di Roma.
Fonte:
0 comments elisa | Etruschi, Nuovi Ritrovamenti, Protostoria, Scavi
Si svolgerà tra il 19 agosto e il 2 settembre la prima campagna di ricerche archeologiche organizzata dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Foggia e dal settore di archeologia subacquea dell’Istituto Nazionale Archeologico dell’Accademia delle Scienze di Albania, con il supporto dell’Ambasciata Italiana in Albania. La direzione delle ricerche è del prof. Giuliano Volpe, con la collaborazione di Adrian Anastasi (INA, Durazzo) ei Danilo Leone con Maria Turchiano (Università di Foggia). Le ricerche si avvalgono del supporto tecnico-scientifico dell’Associazione ASSO di Roma, specializzata in attività subacquee, con la responsabilità del dott. Mario Mazzoli.
La prima campagna di ricerche, resa possibile grazie al sostegno finanziario dell’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia e dell’Agenzia per il Patrimonio Culturale Euromediterraneo, è parte integrante di un progetto più ampio denominato (con un richiamo alla tipica imbarcazione antica degli Illiri) ‘Liburna. Archeologia subacquea in Albania’ che prevede non solo la realizzazione della carta archeologica del litorale albanese e la conduzione di scavi, ma anche attività finalizzate alla formazione di giovani archeologi subacquei e alla valorizzazione del patrimonio archeologico sommerso. In particolare si punta alla costituzione di una Scuola italo-albanese di archeologia subacquea (sotto forma di Master internazionale), promossa dalle Università di Foggia, di Tirana e di Durazzo. Una tale struttura didattica di alta formazione potrebbe anche rivolgersi a studenti dell’intera area balcanica, contribuendo alla diffusione di una cultura dell’archeologia subacquea e alla definizione di standard condivisi sotto il profilo tecnico-metodologico.
Inoltre si prevede di poter garantire un supporto italiano per la creazione di una legge albanese sull’archeologia subacquea e per la costituzione in Albania di strutture di ricerca e tutela del patrimonio archeologico subacqueo.
Tra i vari paesi del Mediterraneo occidentale l’Albania è, infatti, quello nel quale la ricerca archeologica subacquea risulta al momento ancora meno sviluppata, nonostante la straordinaria importanza delle sue coste, costellate da importanti porti antichi, medievali e moderni. Soprattutto a partire dalla caduta del regime comunista, soprattutto nella fase di grandi sconvolgimenti che ha conosciuto il paese negli anni Novanta, si è avviata una drammatica e preoccupante attività di depredamento del ricco e, fino ad allora, intatto, patrimonio archeologico sommerso. Particolarmente grave è il problema, centrale in Albania come in tutti i paesi del Mediterraneo, di più efficaci misure di tutela e di vigilanza delle coste e dei porti. Al momento non si dispone di alcuna indicazione precisa sui siti sommersi e sui relitti antichi e mancano attività di indagine e di tutela di questo importante patrimonio archeologico ancora del tutto inesplorato.
Nel corso di un Convegno, organizzato dall’Ambasciata Italiana di Tirana nel luglio 2006 a Durazzo, dal titolo “La tecnologia ed il know–how italiano per la valorizzazione del Patrimonio Subacqueo in Albania”, si è effettuato il punto della situazione e si è tracciato un progetto, approvando anche un Documento che ha affidato in particolare alle Università di Foggia e di Tirana il compito di avviare attività di ricerca archeologica subacquea in Albania ed anche di costituire una Scuola italo-albanese di archeologia subacquea.
Le prime ricerche riguarderanno una delle zone più interessanti dal punto di vista paesaggistico e culturale, la baia di Porto Palermo. La baia presenta per più versi caratteri ideali per la ricerca sia perché si tratta di un naturale punto di sosta e di rifugio per le navi che praticavano il cabotaggio lungo la costa albanese, sia per la presenza del Castello di Ali Pasha, che si spera di poter trasformare in futuro in un ‘Museo del Mare’
La campagna di ricerche vedrà impegnata una équipe di circa 20 archeologi e tecnici italiani e albanesi, tra cui anche alcuni studenti dell’Università di Foggia e di Tirana.
Fonte: