Periodo Greco
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Gli storici capolavori del nuovo Museo dell’Acropoli, compresi i resti archeologici dell’antica Atene, lasciati in vista sotto l’edificio, e parti del glorioso Fregio del Partenone installato nella parte superiore, saranno ora completamente visibili dopo l’inaugurazione ufficiale del nuovo Museo.

Progettato dallo Studio di Bernard Tschumi, con sedi a New York e Parigi, insieme all’architetto locale Michael Photiadis di Atene, il museo ha già presentato una serie di mostre temporanee sulle epoche passate nella galleria al piano inferiore.
Con oltre 14.000 metri quadri di spazi espositivi, dieci volte di più rispetto al vecchio museo, il nuovo Museo metterà in mostra gli antichi reperti provenienti dall’Acropoli e si propone di funzionare come punto di riferimento internazionale per chi è interessato al mondo classico.
Per esporre questa collezione di opere d’arte unica al mondo l’architetto Bernard Tschumi, ideatore del progetto, ha creato una struttura volutamente non-monumentale progettata secondo idee lineari e precise che si richiamano alla chiarezza concettuale e matematica dell’architettura dell’antica Grecia. “La forma dell’edificio si presenta come una risposta alla sfida di creare una struttura che sia degna di ospitare le più suggestive sculture dell’antica Grecia e di farlo in un ambiente storico e monumentale“, spiega Tschumi. “La posizione ai piedi dell’Acropoli si confronta direttamente con il Partenone, uno degli edifici più importanti della civiltà occidentale. Allo stesso tempo, abbiamo dovuto considerare l’estrema delicatezza degli scavi archeologici la presenza della città contemporanea e della sua griglia di strade, il clima caldo di Atene ed il rischio sismico di questa regione.”

Nel corso degli scavi di preparazione ai lavori gli archeologi hanno scoperto alcuni resti dell’antica Atene, oltre 4.000 metri quadri di scavi. Questi resti sono stati conservati, integrati nella costruzione del Museo, e adesso rappresentano una parte importante del Museo.
L’edificio si articola su tre livelli, uno di base, uno centrale ed uno superiore. La base “galleggia” sugli scavi archeologici e appoggia su oltre 100 esili pilastri di cemento armato, che sono stati posizionati uno per uno, in accordo con gli archeologi, in maniera da non arrecare danni ai delicati reperti.
Le pareti in vetro consentono ai visitatori un panorama di 360° sugli antichi templi e sulla città circostante. Il nucleo di calcestruzzo al centro della Galleria del Partenone, di forma rettangolare, serve come supporto per esibire il Fregio del Partenone, esposto con la stessa posizione ed orientamento che aveva quando adornava il monumento.
Sito del Museo:
http://www.theacropolismuseum.gr/
Fonte:
Si inaugura giovedì 18 giugno al Museo Archeologico Nazionale Dinu Adamesteanu di Potenza
Museo Archeologico Nazionale Dinu Adamesteanu via Serao, 11 – 85100 Potenza
La mostra scaturisce da alcuni recentissimi rinvenimenti archeologici di eccezionale rilievo effettuati a Torre di Satriano (PZ) nell’ambito di una ricerca programmata e condotta dalla stessa Scuola di Specializzazione.

L’esposizione, prendendo spunto dalla straordinaria scoperta di una residenza monumentale del VI secolo a.C., rarissima nel panorama della Magna Grecia, vuole portare l’attenzione sulle manifestazioni del potere e i rituali che caratterizzano le élites locali in un’epoca di grandi trasformazioni nell’entroterra indigeno dell’Italia meridionale, segnata dalla fondazione di colonie greche e dal complesso sistema di relazioni, anche culturali, con le comunità indigene.
Di particolare rilievo è la complessa decorazione architettonica, contraddistinta da un fregio figurato che sintetizza in modo emblematico il mondo ideale delle élites insediate nell’Appennino lucano. Gli straordinari corredi funerari pressoché coevi, rinvenuti nei centri dello stesso comparto territoriale (in particolare Serra di Vaglio, Baragiano e Ruvo del Monte) e caratterizzati da armature da parata tipiche degli opliti greci, definiscono un quadro d’insieme unitario sotto il profilo ideologico.
Tema centrale dell’esposizione è l’ideologia del potere delle aristocrazie italiche della Basilicata antica tra VII e VI secolo a.C. In particolare, per la prima volta sono in esposizione preziosi oggetti di straordinaria valenza evocativa provenienti dalle antiche “metropoli” delle genti nord-lucane (Vaglio, Baragiano, Torre di Satriano). Si tratta di simboli che rimandano alla forza e alle virtù guerriere e all’importanza della competizione tra guerrieri armati alla maniera degli eroi celebrati nei poemi omerici: una spada con l’immanicatura in avorio, un elmo con alto cimiero, un emblema di scudo con la Chimera, essere mostruoso a tre teste, di leone, capro e serpente, per spaventare il nemico in battaglia. Eroi del mito greco quali Eracle e Teseo sono rappresentati anche su splendidi vasi a figure nere da Baragiano, ad evocare un mondo leggendario che diventa un riferimento ideale.

Segni del cerimoniale e del lusso femminile sono un eccezionale fuso in ambra, vari pendenti in ambra raffiguranti figure del corteggio dionisiaco (satiro e menade), una parure in ambra e oro e uno splendido diadema in oro: elementi di vesti cerimoniali, indossate per accompagnare rituali, come il matrimonio, che scandiscono il ciclo esistenziale della donna. Pesi da telaio con decorazioni rituali rimandano all’attività femminile per eccellenza, la tessitura, cui si dedicava Penelope in attesa del ritorno di Ulisse.
Le sezioni successive approfondiscono il tema del processo di strutturazione degli insediamenti e delle élites italiche, con l’elaborazione di tratti culturali ben riconoscibili che identificano l’area nord-lucana. I centri più importanti, nel corso del VI secolo a.C., sono Serra di Vaglio, Torre di Satriano, Baragiano, Ruvo del Monte, Ripacandida in Basilicata, Buccino ed Atena Lucana in territorio campano posti su alture a controllo delle vallate fluviali.
Accanto al rito funebre, caratterizzato dal rannichiamento, un tratto culturale che definisce queste popolazioni è la produzione di ceramica a decorazione geometrica di VII-VI secolo a.C., definita Ruvo-Satriano Class dai due maggiori centri produttori.
Gli insediamenti dell’area nord-lucana sono organizzati per nuclei sparsi di capanne, affiancati dalle relative sepolture e da spazi coltivati. Un altro importante rinvenimento effettuato sempre a Torre di Satriano è rappresentato da una grande dimora absidata di VII secolo a.C. che non doveva essere molto diversa dalle regiae degli eroi omerici. L’ingresso principale era caratterizzato da un cortile che immetteva in un’ampia sala ove si svolgevano le attività quotidiane. In prossimità di un ingresso laterale era collocato un soppalco ligneo destinato alle attività femminili della filatura e la tessitura della lana. In posizione centrale era il grande focolare, ove dovevano svolgersi banchetti con l’uso di bevande, tra cui senza dubbio il vino greco. Lo spazio più remoto della casa fungeva da magazzino per le derrate alimentari e per la conservazione di beni preziosi quali le eleganti ceramiche, sia greche che locali a decorazione geometrica utilizzate durante i banchetti.

Il nucleo principale dell’esposizione è dedicato al “palazzo” di Torre di Satriano costruito intorno alla metà del VI secolo a.C. da artigiani greci provenienti dalla costa ionica, che hanno lasciato sulle terracotte architettoniche la traccia della loro attività artigianale, apponendo iscrizioni in dialetto laconico, funzionali alla messa in opera del tetto.
La straordinaria decorazione architettonica che ornava la monumentale dimora doveva renderla simile ad un tempio greco: sime, gocciolatoi a tubo (sostituiti in una seconda fase da gocciolatoi a protome leonina), una rarissima statua acroteriale rappresentante una sfinge e soprattutto una serie di lastre figurate in terracotta originariamente dipinta dovevano impressionare chiunque si avvicinasse alla residenza, segnalando la potenza della famiglia che lì risiedeva.
Fonte:
http://www.mileneventi.com/articolo.php?id=494
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La proloco “I Bronzi per Riace”, presieduta dalla Dott.ssa Anna Maria Bombardieri, ha organizzato una giornata studio dedicata ai Bronzi di Riace il 16 maggio 2009 a Riace Marina presso l’hotel Federica, in collaborazione con l’Università della Calabria e con il patrocinio del Ministero dei Beni culturali e della Regione Calabria.
Ho chiesto al Prof. Giuseppe Braghò di commentarci quanto emerso in questa prestigiosa sede, dopo la pubblicazione della sua ricerca-inchiesta con sui ha evidenziato e documentato molte criticità circa il possibile trafugamento di parti dei Bronzi di Riace, per i quali gli ultimi Ministri per i Beni Culturali Rutelli e Bondi hanno enunciato l’impegno a verificare il da farsi per ridare integrità a questi beni culturali che sono anche patrimonio dell’umanità.
Caro Pagni, ho letto – tra il “materiale” partorito dal convegno di Riace – un esilarante articolo (Gazzetta del Sud) in cui tale Prof. Giuseppe Roma (o qualcosa di simile) ha pubblicamente dichiarato che i Bronzi sicuramente rappresentano Castore e Polluce e che gli stessi, ancora sicuramente, nella mano destra reggevano originariamente delle redini, alle quali erano attaccati due cavalli.
Non intendo soffermarmi sulla bizzarria della seconda affermazione: al contrario, lancio un invito agli studenti (che frequentano il corso del docente UNICAL) di cambiarlo, se possibile. Prendano loro – in seconda ipotesi – delle redini in mano: soltanto per trascinare altrove un asino come il saccente Prof. Basterà d’altronde scorrere la pomposità del Curriculum Vitae dell’esimio relatore (specialmente soffermandosi sulla voce “Pubblicazioni”, le quali altre non sono che articoli ed articoletti ospitati su riviste e rivistine più o meno orfane di stima accreditata) per raccoglierne grandeur e preparazione specifica.
Si conosce, nel regesto ufficiale intorno alle due Statue, un solo altro esempio di pedanteria ilare, vezzosamente propinatoci dalla Brunilde Sismondo Ridgway, secondo la quale le magnifiche espressioni del periodo severo greco sono, nella squallida realtà, delle opere romane (!). L’archeologa nunziante, da allora, è universalmente riconosciuta come fantasiosa, e la gentilezza del termine è unicamente dovuta alla galanteria degli altri seri ricercatori. In tanti, e soltanto dopo la mia documentale inchiesta, si occupano ora dei Bronzi: ciò è positivo. Negativa è la maniera con la quale si disquisisce intorno ad essi.
Su Calabria Ora di ieri, domenica 24 maggio, si potrà leggere altra disquisizione di tale Danilo Franco, firmatosi senza qualifica professionale: potrebbe dunque essere fabbro, rigattiere, farmacista, botanico forse. Sono portato a ritenere il soggetto molto vicino all’ultima figura citata, trattando l’accaduto con ironia, che non fa male anche quando si toccano argomentazioni serie. Lo immagino dunque botanico poiché il noioso articolo può avelo scritto chi, con gramigne e carciofi, possiede familiarità.
La ricerca storiografica non è argomento da chiosco domenicale. Nessuno dei timorati convegnisti – oltre che il Danilo Franco – sostiene la via più consona per sciogliere i dubbi su origine e provenienza degli sventurati A e B: l’indagine della Magistratura e un futuro, approfondito scavo nell’area ri Agranci-Riace, misure da me più volte chieste al MIBAC. Spiego perché. Mariottini dice di aver visto per primo le statue. Crediamogli. Ancora, afferma che si trattava di “un gruppo”. Crediamogli. Continua, il sub capitolino, a narrare che al braccio sinistro di una di esse ha visto uno scudo. Crediamogli. Scrive nella denuncia, il fortunato pescatore, che le stesse sono differenti (e vistosamente) per postura, mostrandosi (una delle due) con braccia aperte e gamba sopravanzante,espressione contrastante con la realtà espositiva presente presso il Museo di Reggio Calabria,mentre la seconda corrisponde alla descrizione. Crediamogli.
A questo punto, il passo che Magistratura e Carabinieri della Tutela dovrebbero fare è banale soltanto: costringere il “papà dei Bronzi” a dire la verità. Lo stesso, in note interviste, afferma di voler parlare “soltanto col Giudice o con i Carabinieri”. Evidentemente, sussisterà qualcosa di riservato, da non svelare ai giornalisti e al popolo, sovrano (sulla carta).
Cos’ha fatto il Magistrato inquirente di Locri? A quali risultati sono pervenuti i Carabinieri? Tre anni dopo la personale, meritoria (parole di Ministro peri Beni Culturali, e non di botanico o convegnista griffato) inchiesta giornalistica, evolutasi nel volume “Facce di Bronzo”, nulla è dato sapere. Troppo facile. Strano e improprio, inoltre, che i convegnisti di Riace o il Danilo Franco ignorino di supportare la necessità primaria di stringere la morsa attorno a un falso eroe, per sapere. Probabilmente non amano o non vogliono, farlo.
Mariottini, se fosse quell’onesto “volontario servitore del bene pubblico” che dice di essere, dovrebbe toglierli, i drappi oscuri della menzogna. Certo, svelare le infamie di chi lo ha protetto fino ad oggi è pesante, e tanto. Meno pesante, tuttavia, dell’ombra che il cittadino Giuseppe Braghò, con “carte alla mano”, ha per sempre proiettato su Stefano & Co., lì dove Stefano sta per Mariottini e Co. sta per i noti personaggi istituzionali coinvolti nell’affaire Bronzi di Riace. Leggere, per credere. Dopo, e soltanto dopo, scrivere. O contestare, se possibile. Povera, poverissima Italia!
Cordialmente.
Prof. Giuseppe Braghò
P.S.: Ne autorizzo pubblicazione e divulgazione.
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L’antico tesoro di Gela torna al centro dell’attenzione degli studiosi internazionali di archeologia. L’occasione sarà il convegno “Traffici, commerci e vie di distribuzione nel Mediterraneo tra protostoria e V secolo a.C“, che dal 27 al 29 maggio – presso l’Aula Magna dell’Istituto magistrale “Dante Alighieri” di viale Europa – farà da sfondo a un importante dibattito, rappresentando un altro passo avanti per la promozione e la rivalutazione delle risorse culturali e ambientali della città.
Nel corso delle tre giornate di studio, verranno inaugurate le opere di valorizzazione dei due siti di Capo Soprano e dell’emporio greco, a Bosco Littorio, recentemente restituiti alla friuizione pubblica.
Il convegno è realizzato grazie anche alla collaborazione della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Catania e il Corsorzio Asi di Gela.
PROGRAMMA DEL CONVEGNO:
Mercoledì 27 maggio
Ore 9.00 Saluti delle autorità
Ore 10.20 Carmine Ampolo – Scuola Normale Superiore di Pisa, Ripensando gli empori mediterranei: documentazione e studi recenti
Ore 10.40 Juliette De La Geniére – Academié des Inscriptions et Belles-Lettres, Paris Poseidonia e il vallo di Diano: un esempio di commercio acquisitivo,
Ore 11.30 Costanza Gialanella – Soprintendenza Archeologica di Ischia, La realtà pithecusana a vent’anni dalle prime scoperte
ore 16.00 Giovanna Greco – Università degli Studi “Federico II” di Napoli, Pithecusa e Cuma: dinamiche commerciali tra il VII e VI secolo a. C.
ore 16.30 Rosalba Panvini – Soprintendente dei Beni Culturali e Ambientali di Caltanissetta ,Dall’emporio di Gela all’entroterra: committenza e materiali di importazione tra il VII e il V secolo a. C.
ore 16.50 Filippo Giudice – Elvia Giudice – Giada Giudice – Università degli Studi di Catania, Il relitto arcaico di Gela e la rotta di distribuzione della ceramica attica dalla madrepatria alla colonia
ore 17.10 Edoardo Tortorici - Università degli Studi di Catania; Alessandra Benini – archeologa, I relitti di Gela: considerazioni ed ipotesi
Giovedì 28 maggio
Ore 9.00 Adolfo Domìnguez Monedero – Universidad Autonáma de Madrid, Emporia: mecanismos de distribución comercial en el Mediterráneo
ore 9.30 Xavier Nieto – Centre d’Arquelogia Subaquatica de Catalunya; Marta Santos Retolaza – Museo d’Arquelogia de Catalunya – Empúries (Spagna), El barco griego de Cala Sant Vicenç: un testimonio del comercio foceo arcaico
Ore 9.50 Marta Santos Retolaza – Museo d’Arquelogia de Catalunya – Empúries (Spagna), Emporion y el comercio foceo en el lìmite occidental del Mediterráneo
ore 10.10 Flavio Enei – Museo del mare e della navigazione antica, Santa Severa (Roma), Pyrgi sommersa: il porto dell’antica Caere e le sue origini alla luce delle ultime scoperte
ore 10.50 Elisa Pellegrini – Università degli studi di Perugia, La ricezione di ceramiche antiche a Volsinii
ore 11.10 Luca Peyronel – Università IULM – Milano, Il commercio marittimo nel Mediterraneo orientale: procedure di scambio tra evidenze archeologiche e modelli di rappresentazione
ore 16.00 Giovanni Di Stefano – Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Ragusa, Camarina. Scali, emporìa e la rotta meridionale
ore 16.30 Massimo Cultraro – CNR-IBAM, Catania, Prima di Cartagine. Forme di contatto tra Sicilia, Nord Africa e Mediterraneo orientale nella protostoria recente
ore 16.50 Enrico Procelli – Università degli Studi di Catania, Considerazioni su contatti trans marini nel Mediterraneo durante la protostoria
ore 17.10 Silvana Verga – Soprintendenza per i Beni culturali e Ambientali di Palermo, Rotte, traffici e commerci tra l’Egitto e la Grecia nel Mediterraneo dalla protostoria all’età arcaica
ore 17.30 Dario Palermo – Presidente Corso di Laurea in Formazione Operatori Turistici; Eleonora Pappalardo – archeologa, Creta e il nare: il ruolo di Creta nel Mediterraneo tra il X e VIII secolo a. C.
ore 17.50 Nicholas Stampolidis – Museum of Cycladis Art Athens (Grecia), Sea routes in the Early Iron Age: from Eastern to Western Mediterranean
Venerdì 29 maggio
Ore 9.00 Rosa Maria Albanese Procelli – Università degli studi di Catania, La metallurgia del bronzo nella Sicilia protostorica e arcaica: circolazione di tecniche, modelli e prodotti
ore 9.30 Lavinia Sole – archeologa, La via dei metalli in Sicilia: un contributo dai ripostigli per lo studio delle fonti di approvvigionamento
ore 9.50 Antonella Pautasso – CNR- IBAM – Catania; Marina Albertocchi – Università degli studi di Milano, Nothing to do with the trade? Vasi configurati, statuette e merci dimenticate tra Oriente e Occidente
ore 10.30 Rosario P.A. Patanè – Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Enna, Μετά δε τάύτά, διελτων τό λεοντιον πεδιον,… Storia di incontri tra Greci e Siculi
ore 10.50 Fabrizio Nicoletti – archeologo, Mursia. Un emporio nel canale di Sicilia alle soglie della protostoria
ore 11.10 Stefano Vassallo – Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Palermo, La colonia di Himera lungo le rotte dei commerci mediterranei. Il contributo delle anfore da trasporto
ore 16.00 Marina Congiu – archeologa, Ipotesi ricostruttive dei percorsi viari tra Gela e l’entroterra. Analisi territoriale
ore 16.30 Elena Flavia Castagnino Berlinghieri – Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Siracusa; Carmelo Monaco – Università degli Studi di Catania, Gli spazi marittimi di Catania aracica: trasformazioni geologiche e processi urbani
ore 16.50 Nicolò Bruno – Soprintendenza del Mare, Indagini strumentali nel litorale gelese
ore 17.10 Maria Teresa di Blasi – Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Siracusa, Traffici, commerci e vie di distribuzione nel Mediterraneo tra protostoria ed età arcaica nel territorio siracusano e ragusano: prospettive per una definizione dell’approccio didattico
Ore 17.30 CONCLUSIONI: Piera Anello – Dario Palermo
Fonte:
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La proloco “I Bronzi per Riace”, presieduta dalla Dott.ssa Anna Maria Bombardieri, ha organizzato una giornata studio dedicata ai Bronzi di Riace che si terrà il prossimo 16 maggio 2009 a Riace Marina presso l’hotel Federica in collaborazione con l’Università della Calabria e con il patrocinio del Ministero dei Beni culturali, della Regione Calabria, della Provincia di Reggio Calabria.
L’evento, fortemente voluto dalla proloco per fare in modo che Riace possa finalmente avere qualcosa dalle superbe opere bronzee ritrovate nelle acque del suo mare nell’agosto del 1972 vedrà la presenza di prestigiosi relatori ed esponenti istituzionali.
Giovanni La Torre, Magnifico Rettore – UNICAL;
R. Perrelli, Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia – UNICAL;
C. Greco, Soprintendente per i Beni Archeologici della Calabria;
G. Roma, Prof. Ordinario di Archeologia Cristiana e Medievale – Direttore del Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti – UNICAL;
M. Torelli, Prof. Ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte Greca e Romana – Università di Perugia;
M. Paoletti, Prof. Associato di Archeologia e Storia dell’Arte Greca e Roma – UNICAL;
P. Carafa, Prof. Associato di Archeologia della Magna Grecia – UNICAL;
M. Caltabiano, Prof. Ordinario di Numismatica – Università di Messina;
D. Marino, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Crotone – Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria;
D. Bartoli, Direttore per l’Italia delle attività di ricerca archeologica subacquea. Fondazione ProMare (USA).
Parteciperanno, tra gli altri, gli assessori regionali Naccari Carlizzi, Guagliardi e Cersosimo e l’assessore provinciale Tucci.
Fonte:
Domani, mercoledì 1° ottobre, si concluderà il XLVIII Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia a Taranto. Il convegno, organizzato dall’Istituto per la Storia e l’archeologia della Magna Grecia di Taranto, ha come tema generale la città di Cuma.
Il programma di quest’ultima giornata prevede alle ore 9.00 una visita guidata agli scavi di Cuma (visita della città bassa con il Foro, le fortificazioni e la necropoli; la visita della gallerie, dell’acropoli e dell’anfiteatro). Alle ore 16.30 Fausto Zevi e Paola Miniero presenteranno il Museo Archeologico dei Campi Flegrei.
Durante il lavori del convegno si sono avvicendati relatori italiani e stranieri per mettere in luce gli aspetti storici di Cuma, quelli religiosi e cultuali, lo sviluppo della scrittura e della sua complessa monetazione. Di particolare interesse è stata la seduta dedicata ai risultati delle campagne di scavo realizzatesi dal 1993 ad oggi attraverso il Progetto Kyme, articolato in tre fasi, con il coordinamento della Soprintendenza archeologica di Napoli e le varie missioni dirette rispettivamente del Centro Jean Bèrard, dall’Università Federico II e dell’Orientale di Napoli. Rovesciata la tesi del Paget che ipotizzava l’ubicazione di uno dei due porti di Cuma nella fascia costiera a sud ovest dell’acropoli e ritoccata la data di fondazione della stessa Cuma che si attesterebbe non più nell’ultimo quarto dell’VIII sec. a. C., a distanza di una generazione dalla nascita dell’impianto di Pitecusa (Ischia), bensì alla metà dello stesso secolo, e pertanto risulterebbe quasi contemporanea alla nascita dell’abitato isolano.
Per informazioni:
tel. 3939.885599
e-mail: mariateresa.mocciadifraia@gmail.com
Vibo Valentia – Una tomba del periodo greco che va dal VII al IV secolo, e’ stata rinvenuta nel centro abitato di Vibo Valentia nel corso di alcuni scavi eseguiti da una impresa per conto della Telecom, esattamente in Via Pellicano’, proprio dinnanzi all’entrata della caserma del comando provinciale dei carabinieri.
Sul luogo e’ arrivato il personale della sovrintendenza che sta provvedendo a circoscrive la tomba disegnata in mattoni, i piedi rivolti verso Oriente, la testa verso ponente, caratteristica appunto delle tombe di quel periodo. I lavori sono stati sospesi e riprenderanno domattina. A pochi passi del luogo dove e’ venuta alla luce la tomba, nel 1962, durante i lavori per la costruzione dell’attuale sede dell’Asp, e’ stata rinvenuta una laminetta aurea con inciso un messaggio orfico, unica del genere in tutto il mondo e che viene conservata nel locale museo della citta’. Grande attesa per questa nuova scoperta che, a detta della archeologa Teresa Iannelli, direttore dello stesso museo, potrebbe rivelare delle sorprese.
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Per la prima volta nella storia dell’archeologia vengono alla luce i resti di un tempio dedicato a Kronos, il Tempo padre di Zeus, da questi spodestato all’inizio della mitologia olimpica. Si tratta con ogni probabilita’ del tempio piu’ antico di tutta l’Ellade. Risale al 3.000 avanti Cristo. Il rinvenimento ha avuto luogo sul Monte Lukaios, in Arcadia, 35 chilometri da Olimpia. Esattamente il luogo in cui, secondo la “Teogonia” di Esiodo, nacque Zeus.
Come spesso accade in archeologia, si cercava una cosa e se n’e’ trovata un’altra: la squadra di ricercatori della University of Pennsylvania stava studiando il sito di un santuario dedicato proprio a Zeus, quando al di sotto delle fondamenta ha incontrato uno strato ancora piu’ antico, in cui alcuni resti in muratura racchiudevano quello che rimane di sacrifici e libagioni sacre: ossa bruciate di animali, vasellami senza decorazioni. La datazione dei reperti fa risalire l’epoca del culto all’inizio del terzo millennio avanti Cristo. “Una tradizione che precede l’introduzione dello stesso Zeus nella mitologia greca”, commenta David Gilman Romano, direttore degli scavi. “Il luogo non e’ quello di in insediamento urbano, il vasellame era sicuramente destinato a scopi rituali”, assicurano gli archeologi. Tra i reperti rinvenuti diverse pietre d’altare, manufatti in bronzo ed un sigillo a forma di toro. Particolare, questo, che rimanda ad un’altra figura antropofaga del mito: il minotauro minoico.
Fonte:
http://www.repubblica.it/new … 98798.html?ref=hpsbdx1
Diamo spazio alla segnalazione del Prof. Daniele Castrizio dell’Università degli Studi di Messina, Dipartimento di Scienze dell’Antichità, sul ritrovamento nelle acque di Punta Calamizzi (Reggio Calabria), di elementi di trabeazione facenti probabilmente parte dell’Artemision di Reggio, ricordato dalle fonti greche.
Alcune immagini del ritrovamento:



La città di Reggio Calabria, in epoca antica, era avvantaggiata per la sua collocazione geografica e, soprattutto, per la naturale presenza di un ottimo porto naturale. Tale porto era reso sicuro, a nord, dalla Rada Giunchi, che lo proteggeva dai venti settentrionali, mentre a sud la presenza di Punta Calamizzi riusciva a ripararlo dallo scirocco e dal libeccio.
Il porto, secondo le evidenze storiche, si doveva trovare vicino all’attuale fiumara Calopinace, come dimostra la contrazione della città in epoca romea, quasi abbarbicata al suo approdo.
Solo la scoperta della vera foce del Calopinace, dopo il 1547 ci ha permesso di individuare sul fondale di Calamizzi i cospicui resti di epoca classica, riconducibili a strutture architettoniche pubbliche, che su base storica, crediamo di poter attribuire ipoteticamente all’unico edificio antico attestato in quel punto: l’Artemision di Reggio. L’individuazione di un elemento della trabeazione con triglifi e metope ci ha permesso di rompere gli indugi e di segnalare il sito in sovrintendenza.
Scarica il comunicato stampa integrale (file PDF, 90Kb)
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ROMA
Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC) e il Princeton University Art Museum hanno raggiunto ieri un accordo riguardo alle richieste avanzate dal Ministero per alcuni oggetti conservati nella collezione del Museo.
A seguito dell’intesa trovata dalle parti, rientreranno in Italia le seguenti 8 opere d’arte: frammento di altorilievo con centauromachia; loutrophos di Apulia con figure, attribuito al Pittore di Dario; oinochoe etrusco con figura di serpente disegnata; testa di leone; frammenti di uno skyphos etrusco a figure nere; psykter attico a figure rosse, attribuito al Pittore di Cleofrade; oinochoe etrusco a figure nere; cratere a volute di Apulia.
Il calendario stabilito dalle parti prevede che entro e non oltre 60 giorni dalla firma dell’accordo rientreranno in Italia il frammento di altorilievo con centauromachia, l’oinochoe etrusco con figura di serpente disegnato, i frammenti di uno skyphos etrusco a figure nere e l’oinochoe etrusco a figure nere. Rientreranno, invece, nel 2011 il loutrophos di Apulia con figure, attribuito al Pittore di Dario, la testa di leone, lo psykter attico a figure rosse, attribuito al Pittore di Cleofrade e il cratere a volute di Apulia, di cui l’accordo trasferisce la proprietà all’Italia.
In cambio, il Ministero si impegna a concedere in prestito al Princeton University Art Museum altri manufatti di prestigio e di interesse storico-artistico equivalente a quello dei beni trasferiti.
Il MiBAC e il Museo stabiliscono, inoltre, un rapporto di collaborazione di ampio respiro di natura accademica e scientifico-culturale, formativa, informativa ed espositiva, nell’ambito del comune impegno nella lotta contro gli scavi e il commercio illegale di beni archeologici.
L’accordo tra le due parti è stato firmato dal Segretario generale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Giuseppe Proietti, e dal Direttore del Princeton University Art Museum, Susan Taylor.
Il Ministro per i Beni e le Attività Culturali Francesco Rutelli ha così commentato l’intesa raggiunta: “L’accordo con Princeton è un prezioso tassello nell’azione di diplomazia culturale intrapresa dal Governo italiano, che va ad aggiungersi ai risultati positivi ottenuti con il Metropolitan di New York, il Fine Arts di Boston e il Getty di Los Angeles”. “L’Italia si conferma all’avanguardia a livello internazionale nella lotta al traffico illecito di reperti archeologici – ha concluso Rutelli – all’insegna di una ispirazione etica che è ormai divenuta un inaggirabile punto di riferimento per le istituzioni culturali di tutto il mondo”.
Fonte:
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