Nuovi Ritrovamenti
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E’ andato in onda nella puntata di Linea Blu (Raiuno) il recupero di una statua romana in marmo rinvenuta nel mare dell’isola di Ventotene. Il ritrovamento, per la precisione, è stato fatto sui fondali di una peschiera di età romana, relativa ad una proprietà imperiale (a Ventotene andò in esilio Giulia, la figlia di Augusto): tale peschiera ha dimostrato di essere una struttura complessa e articolata, con una fitta rete di cunicoli che collegano tra loro vasche di varie dimensioni e il mare aperto.
I lavori, diretti dalla Dott.sa Zarattina della Soprintendenza Archeologica hanno riportato in superficie una statua romana rappresentante un personaggio maschile a grandezza naturale, togato, con un braccio sul petto e privo di testa.
La statua, che ora dovrà essere sottoposta a restauro, verrà confrontata con una testa di Tiberio rinvenuta nelle acque dell’isola e priva di un corpo di riferimento: poiché la nostra statua è acefala non perché la testa è rotta, ma perché semplicemente vi doveva essere applicata sopra, si potrebbe pensare che siamo davanti al corpo di cui la testa di Tiberio dovrebbe costituire il completamento.
Questa però a tutt’oggi è solo un’ipotesi di lavoro che gli archeologi nell’immediato futuro dovranno confermare o confutare, non appena il restauro sarà completato.
0 comments marina lo blundo | Epoca Romana, Nuovi Ritrovamenti
Un’importante scoperta archeologica è stata portata a termine dagli archeologi della Soprintendenza del Mare, supportati dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale, durante una delle numerose attività congiunte di monitoraggio e tutela del patrimonio sommerso.
Sulla base delle ricerche passate si pensava che il porto della Lipari antica si trovava presso le due insenature che si trovano ai bordi del Castello, e precisamente a Marina Lunga (detta anche Sottomonastero) ed a Marina Corta. Quest’ultimo sembrava più idoneo in quanto riparato dal maestrale e dallo scirocco, i due venti dominati; mentre Marina Lunga rimaneva un approdo meno sicuro per il maestrale, benché ben ridossato per lo scirocco.
In entrambi i casi le ricerche e le ipotesi avanzate proponevano l’assenza di vere e proprie strutture portuali in favore di insenature con spiagge adibite all’alaggio delle imbarcazioni e, pertanto, prive di moli o simili strutture.
La scoperta odierna cambia radicalmente questa immagine imponendo la presenza di una possente struttura certamente connessa con il porto.

Sulla base dei dati raccolti nel corso delle indagini preliminari condotte dai tecnici della Soprintendenza del Mare è ipotizzabile la presenza di una struttura dotata di grande portico costituito da colonne del diametro di ca m 1,20 di cui abbiamo trovato tre plinti di base in situ su altezze diverse, ed altri tre sono stati strappati dalla benna prima della sospensione dei lavori di dragaggio. Tali colonne, in basalto locale, poggiano su un basamento che appare essere di marmo bianco. Forse questo edificio corrisponde con una fase di ricostruzione intensa della città nel corso del II sec a.C, attestato da 7 strade ritrovate a terra nella città bassa, con uno o due strade principali.

La natura dell’edificio è ancora difficile da definire. Potrebbe trattarsi di un portico posizionato su un molo portuale o di un edificio pubblico o sacro in zona portuale.

La grande quantità di ceramica raccolta sul posto (acroma a pareti sottili, incisa, a vernice nera campana, frammenti di anfore con manico bifido del tipo Dressel 2/4 e rodio, grandi contenitori con orlo decorato caratteristici dell’ambiente portuale per la conservazione delle derrate del tipo dolia) è databile tra il II ed il I sec.a.C. in accordo a quanto proposto per la datazione del manufatto. Tuttavia sarà possibile (ed è un caso rarissimo in archeologia subacquea) datare la struttura adottando la tecnica dello scavo stratigrafico poiché il monumento appare coperto da una possente stratigrafia intatta dello spessore di oltre 2 metri.
Solo lo scavo archeologico stratigrafico del sito potrà fornire alcune risposte. Ma sarà essenziale, anche al fine di delimitare l’area interessata dalle emergenze archeologiche, effettuare indagini preventive con sub-bottom profiler.
Fonte:
http://www.regione.sicilia.it/beniculturali/archeologiasottomarina/index.htm
Si è conclusa la campagna primaverile della missione archeologica italo-turkmena nell’Oasi di Adji Kui (deserto del Karakum), promossa e organizzata dal Centro Studi Ricerche Ligabue con il contributo del nostro Ministero Affari Esteri, diretta da Gabriele Rossi Osmida.

Contrastati da un clima anomalo che, a sbalzi, ha registrato punte di 3°C e 45°C e frequenti tempeste di sabbia, gli archeologi hanno iniziato lo scavo dell’antica capitale dell’oasi, AK1, portando alla luce delle mura ciclopiche in mattoni crudi che poggiavano su alcune strutture più antiche, forse accampamenti.
Si è così appurato che la cittadella, la cui estensione si aggirerebbe sui 15 ettari, è stata costruita almeno in 3 fasi successive e che l’insediamento occupa un arco di tempo compreso tra la fine dell’epoca calcolitica (IV mill.a.C.) e la fine dell’età del bronzo (1500 ca a.C.).
Nell’area esplorata durante questa missione (ca 1300 m2 ), si sono rinvenute tracce di un vasto incendio che ha interessato la seconda fase della cittadella (fine del III mill.a.C.) e che ha provocato crolli consistenti. L’incendio ha comunque permesso di rintracciare e recuperare le coperture del tetto carbonizzate (travi e cannucce) e un consistente deposito di cereali, ora allo studio degli esperti.
Numerosi i caminetti per il riscaldamento e per la cottura del cibo, alcuni dei quali di notevoli dimensioni, elegantemente rifiniti con colonnette laterali e intonaco di alabastro e dotati di canne fumarie all’interno delle mura.
Sono proseguite le ricerche anche nell’adiacente necropoli dove, tra l’altro, è stata scoperta una eccezionale sepoltura con ricco corredo dedicata ad una dama di circa 40t’anni, assassinata con un colpo d’ascia al centro della fronte.

Determinante è stato in questo caso l’aiuto dell’antropo-paleopatologo, il Dr Emiliano Nisi, messoci a disposizione dalla Regione Veneto-ULSS n.13, che ha pazientemente ricostruito l’iter di questo omicidio consumatosi ben 4000 anni orsono.
CAVALLO E CAVALIERE INSIEME PER SEMPRE IN UNA SEPOLTURA LONGOBARDA
E’ di pochi giorni fa la notizia del rinvenimento di una tomba longobarda nel corso di uno scavo nel parco di Villa Lancia a Testona, vicino a Moncalieri (TO), dove gli archeologi stanno riportando in luce uno dei più antichi insediamenti longobardi al di qua delle Alpi. La tomba si è rivelata molto particolare: lo scheletro appartiene ad un giovane di 25-30 anni, stando agli studi condotti dagli antropologi sui resti ossei, un cavaliere seppellito con gli oggetti che contraddistinguevano la sua attività militare, un coltello e una scramasax, una corta spada per il combattimento corpo a corpo. Ma ciò che ha stupito gli archeologi al lavoro è stato scoprire accanto allo scheletro del giovane i resti di un cavallo, il suo cavallo, secondo un rituale funerario per la verità alquanto inconsueto in Italia. E non è tutto: il cavaliere non è caduto in battaglia, come sarebbe naturale pensare, ma è deceduto per un ascesso alla mascella superiore, un’infezione facilmente curabile oggi, ma evidentemente non all’epoca, se ha potuto portarlo alla morte.
L’abitato scavato a Testona fornisce ogni giorno di più informazioni sul modo di vita e sull’organizzazione della società di questi gruppi che dal Danubio giunsero nella Pianura Padana. Esso era costituito da capanne in pietra e legno erette senza una precisa pianificazione ”urbanistica”, se così si può parlare a proposito di un villaggio. Aveva però un acquedotto particolarissimo, realizzato in tronchi di legno (rinvenuto in ottime condizioni dagli archeologi) collegato ad un pozzo che intercettava la falda freatica, da cui l’acqua veniva incanalata.
I ritrovamenti di età longobarda in territorio piemontese continuano a sorprendere e ad incrementare le nostre conoscenze su questo popolo, oggi sempre più noto al grande pubblico anche grazie ad una mostra sui Longobardi che si è tenuta di recente a Torino.
Marina Lo Blundo
Comunicare l’archeologia

Un busto in marmo di Giulio Cesare è stato scoperto nel sud della Francia, nei fondali del Rodano, ad Arles, città romana che il condottiero aveva fondato nel 46 avanti Cristo. Il busto rappresenta Cesare con la calvizie e le rughe e, secondo il ministero della Cultura francese, è tipico dei ritratti realistici dell’era repubblicana. Si tratta del primo busto conosciuto realizzato con il generale ancora vivente.
La scoperta è stata fatta fra il settembre e l’ottobre dell’anno scorso da alcuni subacquei impegnati negli scavi archeologici nella zona. «Presumo che il busto sia stato gettato nel fiume dopo l’assassinio di Giulio Cesare perchè al tempo non sarebbe stato conveniente essere considerato un suo seguace», ha affermato Luc Long, l’archeologo che ha diretto gli scavi.
Il generale e dittatore romano Giulio Cesare era stato assassinato nel 44 avanti Cristo a seguito della cospirazione di alcuni senatori repubblicani.
Berlino - Una equipe di archeologi tedeschi dell’Universita’ di Amburgo ha annunciato di aver scoperto i resti del palazzo della leggendaria regina di Saba ad Axum, nel nord dell’Etiopia.
I ruderi del palazzo reale, databile intorno al X secolo avanti Cristo, sono tornati alla luce sotto le mura di un altro edificio regale, quelle di un re cristiano ancora non identificato. Il palazzo della regina era stato distrutto dal re Menelik I, il figlio che la mitica Saba aveva avuto da Salomone, re di Israele, e ricostruito in modo da essere orientato verso la stella Sirio, della quale era adoratore.
Fu Menilik ad introdurre in Etiopia il culto di Sothis, divinita’ egizia identificata con la stella Sirio appartenente alla costellazione Canis Major.
Fonte:
http://www.adnkronos.com/IGN/Cultura/?id=1.0.2147520934
Una serie di eccezionali scoperte archeologiche relative alle civiltà precolombiane sta caratterizzando la nuova campagna di scavi avviata in Perù grazie al contributo dell’Italia e al sostegno dell’Università di Milano. Ne danno notizia Emilia Perassi e Antonio Aimi, i due docenti del Dipartimento di Scienze del Linguaggio della Statale, alla testa dell’équipe di studiosi che da circa un anno affianca Walter Alva, il più famoso archeologo peruviano.
Nella regione di Lambayeque, un’area costiera, pianeggiante e semidesertica nel nord del Perù, sono venuti alla luce nell’arco di pochi giorni straordinari reperti. Nella necropoli di Sipán è stata trovata la tomba di un re-sacerdote di 1600-1700 anni fa, ricca di monili e oggetti rituali in rame dorato, ceramiche, emblemi, bellissimi ornamenti in forma di testa di giaguaro. Nella vicina località di Ventarrón è invece riapparso un tempio con il più antico dipinto d’America (un cervo in una rete, 2000 a.C.), mentre a Collúd è emerso un secondo tempio, forse coevo, dove è stato scoperto anche un bassorilievo con testa di felino e ‘becchi’ di ragno. Questi ritrovamenti aprono numerosi interrogativi sulle culture preispaniche, per esempio sul significato simbolico di icone finora misteriose.
La maggior parte degli scavi è stata resa possibile dal progetto Prodesipán, che l’Università di Milano ha promosso con la Caritas del Perú e con il Museo Tumbas Reales de Sipán. Finanziato con circa 2,5 milioni di euro provenienti dalla conversione del debito che il Perù ha contratto con l’Italia, Prodesipán sta attuando anche un importante programma sociale per sviluppare quest’area poverissima. Oltre a finanziare le attività archeologiche, il progetto ha infatti consentito di fornire la zona di acquedotto e fognature nonché di istituire corsi di formazione per sviluppare il turismo.
Vibo Valentia - Una tomba del periodo greco che va dal VII al IV secolo, e’ stata rinvenuta nel centro abitato di Vibo Valentia nel corso di alcuni scavi eseguiti da una impresa per conto della Telecom, esattamente in Via Pellicano’, proprio dinnanzi all’entrata della caserma del comando provinciale dei carabinieri.
Sul luogo e’ arrivato il personale della sovrintendenza che sta provvedendo a circoscrive la tomba disegnata in mattoni, i piedi rivolti verso Oriente, la testa verso ponente, caratteristica appunto delle tombe di quel periodo. I lavori sono stati sospesi e riprenderanno domattina. A pochi passi del luogo dove e’ venuta alla luce la tomba, nel 1962, durante i lavori per la costruzione dell’attuale sede dell’Asp, e’ stata rinvenuta una laminetta aurea con inciso un messaggio orfico, unica del genere in tutto il mondo e che viene conservata nel locale museo della citta’. Grande attesa per questa nuova scoperta che, a detta della archeologa Teresa Iannelli, direttore dello stesso museo, potrebbe rivelare delle sorprese.
0 comments elisa | Curiosità, Nuovi Ritrovamenti, Periodo Greco, Scavi
Il 19 aprile 2008 il Soprintendente del Mare - Sebastiano Tusa, il Dirigente del Servizio Rilievo e Progettazione - Gaetano Lino e il funzionario archeologo Nicolò Bruno, hanno effettuato una prospezione subacquea in località Lido di Valderice (TP) a seguito della segnalazione di un subacqueo, Battista Grillo, pervenuta alla Soprintendenza del Mare il 14 aprile u.s. Nella segnalazione il subacqueo dichiarava che, nel corso di una battuta di pesca aveva avvistato un relitto di nave, probabilmente antico, data la presenza di frammenti ceramici nella zona.

Il relitto giace a circa 250 metri dalla costa ad una profondità di circa 4 metri su un fondale di sabbia e rocce, al limitare del ciglio relativo al plateau che da quel punto, con un’altezza media di 1 metro, arriva fino alla riva. Da una prima ricostruzione il naufragio potrebbe essere stato provocato da condizioni meteo-marine avverse che hanno reso ingovernabile la nave facendola rovinare sul ciglio della platea, causandone l’affondamento lungo l’orlata.

Del relitto, adagiato in senso Est - Ovest, si leggono 11 ordinate non consecutive (5 ad Est con lato di circa 2 metri e 6 in continuità verso Ovest) per un totale di circa 8 metri, fissate con chiodi di bronzo a sezione quadrangolare. Spostando la sabbia in alcuni punti sono state individuate le tavole del fasciame esterno, connesso con la tecnica a linguette e cavicchi. Segni di carpenteria incisi in antico per facilitare il montaggio delle varie parti dello scafo sono visibili sui legni; tale peculiarità rende interessantissimo il futuro studio del relitto.

A Nord-Est, a pochi metri di distanza dal primo tratto di ordinate, sono state rinvenute tre anfore ancora coperte dalla sabbia. Da un primo esame visivo le anfore sembrerebbero del tipo africane di IV-V sec. d. C., datazione confermata da un’altra anfora del tipo Keay databile al V sec. d. C. rinvenuta e consegnata precedentemente sempre dallo scopritore.

Lo specchio di mare dove è stato rinvenuto il relitto, è frequentato da pescatori subacquei e quindi il relitto e quello che rimane del suo carico, è in serio pericolo di depredazione. Il primo intervento da effettuare all’interno dell’area è quindi un’operazione di copertura temporanea con un primo strato di sabbia, una copertura geotessile e sacchi di sabbia. In un secondo momento si dovrà prevedere lo scavo e il recupero del relitto con il relativo carico.

Il Dirigente Generale del Dipartimento Regionale Beni Culturali e Ambientali ed E.P. - Romeo Palma, ha già messo in atto tutte le procedure per l’avvio delle operazioni di tutela del sito e le successive indagini archeologiche subacquee per lo scavo e il recupero del relitto.
Contestualmente è stato richiesto alla Capitaneria di Porto di Trapani di effettuare opera di vigilanza sul sito e l’emissione di apposita ordinanza di interdizione per l’area interessata.
Romeo Palma - Dirigente Generale Dipartimento Regionale Beni Culturali e Ambientali
Sebastiano Tusa – Soprintendente del Mare
Dopo l’esemplare ritrovato a Grado (GO) qualche tempo fa, diamo spazio alla notizia di una nuova ancora emersa dal mare nostrum.
A seguito di una segnalazione del Dott. Giuseppe Donato, subacqueo di Messina, la Soprintendenza del Mare ha allertato la Capitaneria di Porto di Milazzo – Ufficio locale di Patti per effettuare il recupero di un’ancora in piombo.

L’ancora, trovata in pericolo di trafugamento nei fondali di Capo Schinò (Gioiosa Marea), è stata recuperata il 9 aprile con il coordinamento della Soprintendenza del Mare a cura di Philippe Tisseyre archeologo del Servizio Beni Archeologici e con la collaborazione dello scopritore Giuseppe Donato. L’ancora della lunghezza di 1,96 metri e di un peso approssimativo di 270 Kg risalente al periodo romano, si trovava su un fondale di sabbia mista a circa 14 metri, visibilmente decontestualizzata; il reperto non presenta iscrizioni o decorazioni ed è del tipo a cassa senza perno. Dopo il recupero l’ancora è stata trasportata presso i locali della Capitaneria di Porto di Milazzo a cura dei militari coordinati dal Tenente di Vascello Michele Messina e dal Capo di I cl. Roberto Antonacci. (fonte Soprintendenza del Mare)