Nuovi Ritrovamenti

Un privato cittadino dona al Museo di Colleferro un prezioso sigillo del Papa Innocenzo III

Diamo spazio ad una notizia inviataci dal MUSEO ARCHEOLOGICO DEL TERRITORIO TOLERIENSE, Colleferro, nella speranza tali atti di onestà e senso civico siano sempre più frequenti.

UN PRIVATO CITTADINO DONA AL MUSEO DI COLLEFERRO UN SIGILLO DEL PAPA INNOCENZO III

Il progetto del Museo Archeologico del Territorio“Toleriense” di Colleferro, sin dalla sua nascita, è stato indirizzato verso una sensibilizzazione ed educazione dei giovani, cosi come della popolazione adulta al rispetto e valorizzazione del patrimonio culturale ed artistico; ad una concezione del “bene culturale” come proprietà di tutti e non di persone e di classi.

Questa politica culturale del Museo ha dato nel tempo i suoi frutti, permettendo all’istituzione di attingere ad una importante risorsa quale la donazioni da parte di privati cittadini di oggetti che hanno, in alcuni casi, dato notevole impulso alle ricerche sul territorio, esposti e messi a disposizione di tutti.

In quest’ottica che va inquadrata un’altra donazione fatta al Museo dal Sig. Silvano Tummolo, noto giornalista e pubblicista locale.
Si tratta di un oggetto di notevole valore storico: “un sigillo del papa Innocenzo III”, figura di spicco del medioevo italiano e personaggio che ha un profondo legame con la nostra terra, se non altro per la sua nascita nel Castello di Gavignano e la discendenza dalla famiglia del Conti che caratterizzò in maniera sensibile la storia di questo territorio dal XII al XV secolo.

Il sigillo, bulla, era un elemento metallico ma anche di altro materiale che veniva applicato a documento scritto. Il termine bolla è poi passato ad indicare l’intero documento. Il sigillo veniva applicato al documento o mediante cordicelle di canapa (nel caso si trattasse di lettere di giustizia ed esecutorie) oppure seta rossa e gialla (nel caso di lettere di grazia) annodate attraverso piccole aperture nel documento stesso.

Il sigillo papale, dall’anno 1099, rappresentava, sul lato anteriore, le teste degli apostoli Pietro e Paolo mentre il nome del papa che emanava la bolla veniva scritto nel retro. Fin dal tardo XVIII secolo il sigillo di piombo è stato sostituito da un timbro di inchiostro rosso dei Santi Pietro e Paolo con il nome del papa regnante circondante l’immagine.

Il nostro sigillo, di forma circolare, di 3,5 centimetri di diametro, è in cera mescolata ad argilla che gli conferisce un colore bruno in superficie. Sul dritto compaiono le teste degli apostoli Pietro e Paolo, il primo a destra ed il secondo a sinistra, nel rispetto di uno schema canonico, identificate dalle lettere SPA e SPE abbreviazioni di Sanctus PAulus e Sanctus PEtrus. Paolo ha la barba lunga ed è calvo, Pietro barba e capelli ricciuti resi con delle perline a rilievo, le stesse perline circondano sia le facce che l’intero campo. Tra i due volti vi è una croce. Sul rovescio, circondata da perline la scritta INNOCENTIUS PP III. Nella parte superiore del sigillo rimane ancora la cordicella di attacco.

Mancando il documento di riferimento è impossibile dare una datazione precisa alla bulla, che però si inquadra sicuramente entro il pontificato di Innocenzo III (1198-1216).
Il pezzo si trova già esposto all’interno del percorso espositivo con tutte le spiegazioni pertinenti in modo da consentire agli utenti la sua più precisa e comprensibile fruizione.

Archeologia metropolitana a Genova

Ancora pochi giorni per poter visitare la mostra “Archeologia Metropolitana” a Genova. Fino al 14 febbraio 2010, infatti, sarà allestita presso il Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli una piccola mostra dedicata ai risultati delle recenti indagini di archeologia urbana svoltesi a Genova in concomitanza con i lavori per le nuove stazioni della Metropolitana, Brignole e Acquasola, sotto la direzione di Piera Melli e di Angiolo Del Lucchese della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria.

Già la realizzazione delle altre stazioni della metropolitana genovese erano state occasione, negli scorsi anni, di importanti scoperte archeologiche relative a tutte le epoche storiche della città, dalla Preistoria e dalla presenza Ligure nel territorio fino al tardo Medioevo. E già negli anni passati alcune delle scoperte più importanti erano state rese pubbliche: si ricorda ad esempio l’allestimento permanente, dal nome eloquente di ArcheoMetro, all’interno di una delle stazioni, quella di Darsena.

La mostra, nonostante sia di modeste dimensioni, ha però avuto l’opportuno risalto che merita grazie ad una recensione apparsa sul numero di gennaio 2010 della rivista Archeo: le scoperte effettuate sono infatti da ritenersi decisamente importanti, e gettano nuova luce sulla storia della frequentazione più antica della città, ma anche sulla sua storia un bel po’ più recente, in età postmedievale.

Partendo dalla Preistoria, e in particolare dal Neolitico, importanti sono le indagini paleobotaniche condotte dagli esperti della Soprintendenza su rametti di frassino che hanno rivelato tracce di “scalvatura“, un’antica pratica che serviva per procurare foraggio agli ovini e ai caprini, gli animali maggiormente allevati in Liguria. Il rinvenimento di un muro di argine in pietre a secco, datato sulla base del contesto all’età del Bronzo Antico (un calco del quale è esposto in mostra) nella zona di Brignole testimonia, insieme ad altri reperti rinvenuti nell’area, la presenza di un insediamento a protezione del quale il muro stesso era posto. Quanto all’età del Ferro, epoca in cui Genova diviene un emporio commerciale (ancora si dibatte se si tratti di un emporio ligure oppure etrusco), è notevole, e importantissimo, il rinvenimento, nella zona dell’Acquasola, di un tumulo sepolcrale datato al VII-VI secolo a.C. La tomba, che non ha niente a che fare con i costumi sepolcrali dei Liguri, è da ritenersi l’estrema dimora di una fanciulla di probabile origine etrusca.

Dall’età preistorica e preromana il visitatore  deve fare un brusco salto temporale: al XVI secolo risale il Convento delle Brignoline, venuto alla luce nel corso degli scavi per la Stazione di Brignole, insieme a numerosi reperti in ceramica medievale e postmedievale, esposti in mostra. Lo scavo all’Acquasola è stato invece l’occasione per confermare l’origine del quartiere in età moderna, conosciuta finora solo attraverso le fonti archivistiche.

Info:

Archeologia Metropolitana

fino al 14 febbraio 2010

Museo di Archeologia Ligure, Genova Pegli

www.archeologico.museidigenova.it

orario: martedì-venerdì 9.00 – 19.00

sabato-domenica 10.00 -19.00

biglietto compreso nell’ingresso al Museo.

Libia – scoperta una città sommersa di epoca romana

Libia – Eccezionale scoperta archeologica nelle acque della Cirenaica: una città sommersa

Un gruppo di archeologi e tecnici italiani della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, guidati da Sebastiano Tusa, hanno effettuato un’entusiasmante scoperta che oltre alla spettacolarità insita nei suoi contorni ambientali, manifesta interesse scientifico di primaria importanza, nel corso del progetto ArCoLibia (Archeologia Costiera della Libia) iniziato alcuni anni fa e che ha già portato ad alcune scoperte eccezionali come quella della nave veneziana Tigre naufragata presso il capo Ras al-Hilal.

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Agli occhi degli archeologi italiani che effettuavano immersioni di ricognizione nelle acque di Capo di Ras Etteen alla ricerca di relitti e strutture portuali, sul fianco occidentale del Golfo di Bomba, sono comparsi muri, strade, edifici e tombe, ci si è accorti di essere in presenza di una porzione estesa oltre un ettaro di una grande città che alcuni studiosi avevano appena indiziato grazie ad alcuni resti di strutture murarie nascosti tra le dune sabbiose che contornano le spiagge del capo.

Le vestigia individuate al fondo del mare sono pertinenti una città vissuta in epoca romana imperiale (intorno al II secolo dopo Cristo).

La città si trovava in una zona di grande interesse strategico in quanto situata nei pressi del golfo di Bomba, che ha da sempre costituito un ottimo ricovero per flotte ed una zona di approdo sicuro lungo l’infida costa cirenaica.

Grandi edifici a pianta rettangolare con scansioni interne in vani regolari si estendono sui fondali marini in prossimità del capo. Alcuni sono collegati tra loro, altri sono apparentemente isolati. Poderosi muri in pietra ne definiscono l’andamento lasciando talvolta il passo a poderose strutture costruite sapientemente con i tipici mattoni laterizi romani segnati da diagonali incise.

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Vistosi sono i segnali di un evento distruttivo che ha scardinato alcuni tra i muri più superficiali che appaiono spostati di peso dando l’idea della probabile azione di un forte tsunami da collocare forse in prossimità del terremoto del 365 d.C. che sconvolse la costa cirenaica.

Ma l’interesse della scoperta è accentuato dal fatto che siamo di fronte ad una grande città che, per almeno un periodo della sua vita, basò il suo sviluppo economico e la sua fortuna sulla lavorazione della porpora. Immense quantità di tritumi di gusci di murex (il mollusco marino da cui si estraeva la preziosa sostanza colorante scoperta dai Fenici alcuni secoli prima) sono accumulate in alcuni spazi della città sia a terra che in mare.

Iniziando la ricognizione delle strutture sommerse mediante scavo e rimozione dei detriti siamo venuti a contatto di un edificio certamente adibito alla produzione della preziosa tintura. Rimuovendo detriti e pietre di crollo sono comparse piccole vasche accuratamente rivestite di coccio pesto colme di sedimenti ancora da analizzare e quantità cospicue di tritumi di murex. La situazione di rinvenimento da l’impressione che il lavoro si sia interrotto improvvisamente quando ancora i molluschi erano in macerazione insieme a sostanze che ne agevolavano l’estrazione del colorante.

Presentato in anteprima il “Tesoro di Serrapetrona”

C’era una volta un insospettabile e distinto signore che viveva a Serrapetrona, piccolo paesino nella provincia di Macerata. Un giorno il distinto signore, che mai aveva permesso ad alcuno di entrare in casa propria, molto geloso delle sue cose, morì senza che nessuno lo sapesse. Quando finalmente, allarmati, i vicini fecero intervenire i carabinieri per scoprire cosa fosse successo, le Forze dell’Ordine, entrate in casa del distinto signore, trasecolarono alla vista di ciò che si presentò loro davanti: un vero e proprio museo di antichità, anzi, un cabinet des merveilles, data l’eterogeneità e la grande quantità di oggetti sistemati in apposite vetrine all’interno dell’abitazione.

E così Giorgio Recchi, anonimo e insospettabile cittadino di Serrapetrona ha rivelato, da morto, il suo segreto: una collezione di splendidi oggetti archeologici e paleontologici, raccolta per anni con gusto e fervore collezionistico, formata acquistando chiaramente sul mercato antiquario clandestino splendide vestigia del passato che ogni museo sognerebbe di avere. Giorgio Recchi collezionava per sé e per sé soltanto. Non permetteva ad alcuno di entrare in casa proprio per evitare delazioni – è illegale acquistare oggetti archeologici sul mercato antiquario se non sono accompagnati da un certificato che ne attesti la possibilità di essere venduti – e per evitare quindi che la sua collezione venisse acquisita in toto dallo Stato – come la legge, di fatto, prevede. Ma, ironia della sorte, il nostro collezionista muore e la sua collezione passa proprio in mano allo Stato. Le Istituzioni, Soprintendenza archeologica delle Marche innanzitutto, e il Comune di Serrapetrona, scorgono in questo insperato “tesoro” un’opportunità di sviluppo e di crescita culturale per il piccolo centro marchigiano.

Questo è ciò che è stato presentato sabato 26 settembre 2009 a Serrapetrona. Sono intervenuti a presentare al pubblico l’insperata scoperta e le prospettive future l’ispettore di Soprintendenza Mara Silvestrini, il paleontologo Umberto Nicosia e Nicoletta Frapiccini. Hanno celebrato il “tesoro” come un’opportunità unica per il paesino, mentre hanno solo vagamente accennato al fatto che si tratta del frutto di un’azione illecita perpetrata per anni ai danni del Patrimonio Culturale italiano e non solo. Troppo indulgenti, quando a proposito di Recchi dicono che era un collezionista amante del bello…

La Silvestrini ha insistito sul progetto di dotare Serrapetrona di un museo didattico a partire da questa collezione, che ammonta a ben 2500 pezzi divisibili in una sezione archeologica, una paleontologica e una numismatica.

La Frapiccini per parte sua espone solo alcuni tra i pezzi più significativi della collezione archeologica. Una collezione, che non è difficile dedurre, si è formata grazie a quella piaga sociale che è il mercato antiquario in cui affluiscono le ruberie degli scavi clandestini – quando addirittura non si tratta di furti su commissione. Tra i pezzi vengono presentati buccheri di VII-VI secolo a.C., anfore tetransate con motivi geometrici e pesci sovradipinti in rosso dell’Etruria Meridionale (VII secolo), un’olpe protocorinzia di officina greca forse addirittura attribuibile al pittore Vaticano 63 (630-610 a.C.), oltre a manufatti egizi in faïence e in bronzo raffiguranti Horus e Osiride. Non mancano gli specchi etruschi, uno splendido rhyton terminante a testa di cane, un piatto da pesce e alcuni vasi nello stile di Gnatia provenienti dall’Italia Meridionale. La collezione numismatica conta invece le emissioni di età imperiale: solo pochi imperatori mancano all’appello.

Si tratta di materiale stupendo, ben conservato e scelto, ma tuttavia fuori contesto, per cui manca ogni collegamento col territorio di provenienza ed è ormai irrimediabilmente perduta una parte importante di informazioni sul luogo di rinvenimento, sul proprietario in antico, sull’officina che l’aveva prodotto.

Umberto Nicosia, per parte sua, ha presentato invece la sezione paleontologica. Non si tratta di semplici resti fossili presi a caso, ma rispondenti, invece, ad un preciso progetto che mirava a riunire insieme tutta la storia dell’evoluzione, dai primi invertebrati fino ai piccoli dinosauri, ai primi uccelli e mammiferi. Un vero e proprio “Paese dei Balocchi” lo definisce Nicosia, proprio perché è la collezione ideale per chi vuole insegnare, e conoscere, la biodiversità. L’importanza didattica, e la sua unicità, viene più volte sottolineata. Alcuni tra i più fragili esemplari della collezione sono già stati sottoposti ad un intervento di restauro.
Quello di Recchi, viene infine ribadito, è un enorme patrimonio culturale recuperato alla fruizione pubblica.

Tutto è bene quel che finisce bene, insomma. Un insospettabile collezionista regala, suo malgrado, una collezione meravigliosa alle pubbliche Istituzioni, com’è giusto che sia, dato che fortunatamente in Italia la legge prevede che oggetti ritenuti di interesse culturale vengano acquisiti dallo Stato. Lo Stato riesce a recuperare una collezione privata e a trasformarla (almeno questo è il progetto) in un polo museale didattico che farà la fortuna di Serrapetrona, finora nota ai più principalmente per la sua vernaccia. Un’occasione per fare cultura, per insegnare ai ragazzi delle scuole, cui sicuramente la collezione paleontologica ispirerà non poca curiosità.

Marina Lo Blundo

DA PETRA A SHAWBAK. ARCHEOLOGIA DI UNA FRONTIERA

Rendiamo nota una segnalazione appena giunta via email. La mostra “Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera” è stata chiusa l’11 ottobre anzichè il 19, come inceve indicato nel comunicato stampa.

Sarà aperta al pubblico ancora fino al 19 ottobre 2009 11 ottobre 2009 la mostra “Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera” allestita nella Limonaia di Palazzo a Pitti, nel Giardino di Boboli a Firenze (ne avevamo gia’ parlato in marzo in questo articolo). Una mostra-evento, che intende presentare al grande pubblico 20 anni di ricerche archeologiche in Giordania e una collaborazione, quella tra Italia e Giordania, foriera per il futuro di interessanti iniziative turistiche e culturali per questo stato del Medio Oriente.

La mostra mira a spiegare l’importanza della regione di Petra-valle del Giordano nel corso dei secoli, e del passaggio di importanza da Petra a Shawbak nel corso del tempo. Dapprima è infatti Petra la città più importante della regione: capitale nabatea, splendida e conosciuta in tutto il mondo soprattutto per le spettacolari tombe rupestri, viene acquisita dai Romani, da Traiano, nel 109 d.C. e inserita così nel circuito di città lungo il cosiddetto Limes Arabicus. Petra, già fiorente capitale commerciale lungo la via della seta, diviene città di frontiera dell’Impero Romano. Ma dopo il 628 è abbandonata: l’arrivo dei Persiani, che conquistano la regione, ne fa cadere il ruolo egemone. Per 500 anni circa tutta la regione “dorme”, fino a che l’arrivo dei Crociati non ricrea quella linea di frontiera che era ormai sopita da tempo.

Re Baldovino I, infatti, fa costruire a Shawbak, distante da Petra non più di 25 km, in posizione assolutamente dominante sul territorio, un castello fortificato che prende nome di Crak de Montréal, nel 1115. Shawback crociata ha però vita breve: già nel 1189 cade nelle mani del Saladino, che installa qui la dominazione Ayyubide. Si avvicendano poi i Mamelucchi, nel 1260, e infine gli Ottomani nel 1516. Da reggia crociata Shawbak diviene una città fiorente, con addirittura un centro di lavorazione dei tessuti, il tiraz, e di produzione dello zucchero.

Tutto ciò è raccontato in mostra alla Limonaia di Palazzo Pitti. Il percorso ha una prima sezione introduttiva sul territorio oggetto della mostra, dopodiché passa a illustrare cronologicamente quest’area del Medioriente, da Petra nabatea al passaggio di importanza a Shawbak senza mai perdere di vista quello che è il leit-motiv dell’esposizione: la frontiera, non come muro, ma piuttosto come ponte, tra Oriente e Occidente in ogni tempo, da età nabatea in avanti, soprattutto in età crociata. Pochi e significativi gli oggetti in mostra, ampio spazio è lasciato alle immagini, che meglio di ogni altra cosa possono far capire al visitatore la portata della scoperta e il suo contesto. Si pone l’accento sull’analisi delle murature e le tecniche di costruzione, nell’ambito di un’indagine di “archeologia leggera”, intendendo con essa tutti quei metodi di indagine che non necessariamente prevedono lo scavo. Tra questi importante è senz’altro l’archeologia del paesaggio e soprattutto, in questo caso, l’archeologia degli elevati, ovvero dell’edilizia storica.

La prima parte del percorso è dedicata a Petra capitale nabatea e capoluogo romano. Petra viene seguita fino al suo abbandono, dopodiché appare Shawbak che, già esistente come castello romano lungo la frontiera, diviene capitale crociata. Si segue la storia del castello, i suoi passaggi di proprietà, la vita al suo interno, dalle attività produttive ai momenti di intrattenimento alle armi per l’attacco e la difesa. Infine, una sezione è dedicata al restauro a Petra e a Shawbak, nell’ambito dell’accordo internazionale che vede coinvolte Italia e Giordania.

Il percorso espositivo canonico, a vetrine e pannelli, è affiancato da alcuni accorgimenti multimediali per coinvolgere maggiormente il visitatore come parte attiva e integrante della mostra. Tra questi si segnala un sistema touch-pad nel quale il visitatore può cercare informazioni sulle tecniche murarie impiegate a Shawbak e vedere contemporaneamente su una ruota del tempo, l’avvicendarsi al potere nella regione di crociati, Ayyubidi, Mamelucchi. Ampio spazio è dedicato anche all’attività didattica: lungo il percorso alcuni quiz e simpatici giochetti permettono ai bimbi che accompagnano in mostra i genitori visitatori di non annoiarsi e anzi di imparare qualcosa di nuovo divertendosi e giocando. Al termine possono anche ricevere un diploma di archeologo, come premio per il loro impegno: interessante iniziativa, dedicarsi ai bambini, visto che la mostra si è svolta per la maggior parte in estate, per cui non ha potuto essere sfruttata dalle scuole fiorentine.

La mostra ha avuto un forte impatto mediatico per via dell’accordo internazionale sotteso tra Giordania e Italia e anche per l’ampia pubblicità fatta all’utilizzo di apparati multimediali innovativi.

Forse si tratta di una suggestione, ma sicuramente è appropriato l’odore di incenso che accompagna il visitatore lungo il percorso.

Info: Da Petra a Shawak. Archeologia di una frontiera
Firenze, Limonaia di Palazzo Pitti
fino all’11 ottobre 2009
biglietto: compreso nell’ingresso ai Giardini di Boboli.
siti web:
www.unannoadarte.com
www.frontierarchaeology.eu

Si è conclusa la I Missione Archeologica Italiana in Giappone, presentati i risultati

Missione Archeologica Italiana in Giappone

Si è svolta dal 20 al 26 agosto 2009 la prima campagna della Missione Archeologica Italiana in Giappone organizzata dalla Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana, dall’Università di Bologna e da Archeologiattiva s.c.a r.l., diretta da Daniele Petrella e Sebastiano Tusa in collaborazione con l’Asian Research Institute of Underwater Archaeology sotto la direzione di Hayashida Kenzō.

Ciotola cinese invetriata tipo seiji

I lavori di ricerca subacquea si sono svolti nelle acque della Baia di Maegata, non lontano dal Capo Kusukuri, sulla costa occidentale del’isola di Ojika, prefettura di Nagasaki (Kyushū, Giappone meridionale). Già dal 2001 erano state condotte campagne di ricerca e scavo che hanno permesso l’individuazione di importanti reperti (ceramiche, ceppi d’ancora. ecc.) databili tra il XII e XIV secolo in gran parte di provenienza cinese.

Tale situazione porterebbe a legare le evidenze archeologiche di questa baia con le vicende inerenti il disastro della flotta di Kubilai Khan distrutta nel 1281 da un tifone durante il tentativo di invasione dell’arcipelago giapponese. E’, infatti, probabile che la flotta sia affondata in vari punti lungo le coste occidentali del Giappone meridionale laddove l’isola di Ojika (come tutto l’arcipelago di Goto, di cui fa parte) occupa un posto strategicamente interessante.

Daniele Petrella Hayashida Kenzo Sebastiano Tusa

Ma i rinvenimenti effettuati danno anche la possibilità di ipotizzare che nella baia vi siano i resti di uno o più relitti di navi che servivano al commercio tra le coste della Corea e della Cina ed il Giappone.

Nel corso della recente campagna 2009 i ricercatori ed i tecnici subacquei italiani e giapponesi hanno lavorato in perfetta sinergia distribuendosi tra lo scavo subacqueo mediante sorbona e la ricognizione dei fondali della baia. In entrambe le attività sono state rinvenute numerose ceramiche, tra cui principalmente ciotole cinesi invetriate verdi della classe “blue celadon” (giap.: seiji) e bianche insieme a vasi d’uso corrente di fabbricazione cinese e giapponese. Molto interessante il rinvenimento di ciotole provenienti dalle provincie cinesi di Long quan e Zhe qian, nonché di ceramiche di fabbricazione giapponese inquadrabili nella classe Suribaji. Si segnala anche il rinvenimento di una ciotola cinese recante all’interno un cartiglio con formula augurale costituita da quattro ideogrammi ( 金玉満堂; giap.: kin gyoku man dō; cin.: jin yu man deng) la cui traduzione è: “che la vostra casa possa essere ricca di soldi e gioielli”.

Ceramica epoca MedioJomon (V millennio a.C.)

In questa prima missione la squadra di archeologi e tecnici italiani ha effettuato sia operazioni di scavo con l’ausilio di sorbona che, soprattutto, di ricognizione e posizionamento cartografico dei reperti.

E’ stata anche valutata insieme ai colleghi giapponesi ed alle autorità comunali di Ojika la possibilità di realizzare un museo archeologico subacqueo nella baia di Maegata rivelatasi così ricca di reperti archeologici.

Ancora cinese pietra

Ciò che ha contraddistinto maggiormente i lavori della missione archeologica è stata la fervida e fruttuosa collaborazione tra archeologi e tecnici giapponesi sviluppando una fortissima coesione e capacità di lavoro comune basata sugli intensi legami di amicizia che si sono creati grazie anche alla calorosa ospitalità giapponese.

Importante missione archeologica italiana sulle tracce di Kubilai Khan in Giappone

PROGETTO OJIKA (Giappone)
Missione archeologica della Soprintendenza del Mare in Giappone, in collaborazione con l’Università di Bologna

Un gruppo di ricerca multidisciplinare, composto da ricercatori e tecnici della Soprintendenza del Mare, dell’Università di Bologna e dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, è partito alla volta del Giappone il 18 agosto e tornerà in Italia il 3 settembre.

Il progetto di collaborazione tra Italia e Giappone prevede la realizzazione di ricognizioni del fondale nell’isola di Ojika (prefettura di Nagasaki – Kita Kyushu), in previsione di effettivi scavi archeologici subacquei.

Quanto ritrovato finora (ceramica, ceppi d’ancora, ecc), è stato datato al XIII – XIV secolo ed è di provenienza cinese. Ciò legherebbe le suddette evidenze a quelle rinvenute nei fondali dell’isola di Takashima e quindi molto probabilmente relativi alla flotta di Kubilai Khan, distrutta nel 1281 da un tifone durante il tentativo di invasione dell’arcipelago.

Tale accostamento supporta la teoria che la flotta sia affondata in vari punti lungo la rotta del tifone e l’isola di Ojika (come tutto l’arcipelago di Goshima, di cui fa parte) si trova proprio sulla suddetta traiettoria. L’utilizzo di attrezzature ad alta tecnologia per le ricognizioni subacquee, permetterebbe un più approfondito, nonché rapido, risultato rendendo la presenza di queste strumentazioni fortemente auspicabile. Le indagini dei prossimi giorni saranno effettuate ad una profondità di circa 24 metri.

Lo scopo del progetto è quello di creare un Museo Archeologico Sommerso ed un itinerario turistico, con tutti i possibili sistemi di gestione predisposti a tal fine.
I Giapponesi, nella persona di Hayashida Kenzo, presidente dello A.R.I.U.A. (Asian Research Institute for Underwater Archaeology), nella consapevolezza dell’esperienza maturata in questi anni dagli italiani nella realizzazione di parchi sommersi, hanno richiesto ferventemente la collaborazione tra i due paesi ed in particolare della Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana.

Il museo sommerso di Ojika risulterebbe essere il primo e, finora, l’unico in tutto il Giappone ed in Asia orientale. Inoltre, l’evento storico a cui le evidenze fanno riferimento, risulta essere estremamente importante, in quanto ha condizionato tutta la storia di un Impero – quello mongolo – che ha inciso profondamente nella storia del mondo euro-asiatico. Ancora, ha permesso la rilettura di un importante evento finora conosciuto unicamente attraverso fonti scritte.

Gli otto componenti provengono dalla Soprintendenza del Mare e dal Museo D’Aumale della Regione Siciliana, dall’Università di Bologna, dall’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e dall’Istituto Universitario Orientale di Napoli; i giapponesi provvederanno al vitto e all’alloggio per quella che è la prima missione archeologica italiana che abbia mai effettuato ricerche subacquee in Giappone.

Conclusa la II Campagna di Scavo a Bibbiena (Arezzo), indagato l’impianto termale della Villa Romana di Domo

CONCLUSA LA CAMPAGNA DI RICERCA ARCHEOLOGICA
A BIBBIENA

Portate alla luce nuove strutture dell’impianto termale della Villa Romana di Domo

Si è conclusa domenica 17 agosto la seconda Campagna di Ricerca Archeologica realizzata dagli archeologi dell’Archeodomani s.a.s. nel territorio del Comune di Bibbiena (Arezzo).

Bibbiena - Attività di scavo

Sul cantiere, nel corso del mese di intenso lavoro (gli scavi sono infatti iniziati il 19 Luglio) si sono alternati oltre 60 studenti provenienti dal tutta Italia (Firenze, Milano, Arezzo, Napoli, Vasto, Roma, Reggio Emilia, Parma, Bologna ecc.) con la direzione scientifica Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana (Soprintendente dott.ssa Fulvia Lo Schiavo, funzionario incaricato dott. Luca Fedeli). Il cantiere è stato diretto, per Archeodomani s.a.s., dal dott. Alfredo Guarino, con il coordinamento del dott. Lorenzo Dell’Aquila.

L’indagine archeologica ha riguardato gli ambienti delle “Piccole Terme” (indagati agli inizi degli anni ’80 e successivamente abbandonati fino alla Campagna dell’estate 2008) della parte residenziale (pars dominica) della villa romana di Domo, attiva per quasi tutta la romanità.

Importanti risultati sono stati raggiunti nella parte antistante le Piccole Terme dove i ritrovamenti ed i rapporti stratigrafici (il cui studio ha consentito di articolare ulteriormente la messa in fase del sito) permettono di ipotizzare la presenza di una fila di ambienti esterni agli edifici termali, ampliando così il presumibile perimetro dell’insediamento.

bibbiena - foto generale area di scavo

Significativi e particolareggiati approfondimenti sono stati forniti dall’indagine della stratigrafia sottostante l’acciottolato venuto alla luce durante la scorsa Campagna di Ricerca Archeologica. L’asportazione di porzioni di acciottolato, il loro studio ed il successivo riposizionamento, sono stati effettuati previa autorizzazione accordata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana

E’ stata inoltre messa in luce la cosiddetta “cisterna delle Piccole Terme”. Considerata finora contemporanea alle strutture delle Piccole Terme è invece da ritenersi, per il posizionamento delle strutture ed i conseguenti rapporti tra i muri, ad essa precedente e forse usata solo in un secondo momento come cisterna.
Verificata la criticità degli intonaci interni si è proceduto a un accurato intervento di consolidamento effettuato da restauratori professionisti, con il supporto degli archeologi.

Si è poi verificato sperimentalmente il sistema di scarico d’acqua della “cisterna”, fistulae e canaletta, risultato ancora funzionante seppur danneggiato dal passare dei secoli, testimonianza di un’ingegneria idraulica che non ha nulla da invidiare ai complicati impianti dei nostri giorni!

Lo scavo è stato reso accessibile ai visitatori durante tutto il periodo di scavo. Oltre alle affascinanti strutture d’epoca romana, quindi, i numerosi turisti e curiosi che hanno deciso di passeggiare tra i campi del casentino hanno potuto vedere gli archeologi in azione.

CONTATTI:
Lorenzo Dell’Aquila (Presidente)
Cell. 3397786192
Tel/fax 0665744547

Presentato il “Guerriero di Torre Astura” una straordinaria sepoltura del III millennio a.C.

Presso la caserma La Marmora di Roma si è tenuta una conferenza stampa nel corso della quale sono state illustrate, con immagini e fotografie, le fasi di una delicata attività condotta dal personale del Reparto Operativo nel litorale del basso Lazio, all’altezza della località denominata Osservatorio Cortese, che ha consentito l’eccezionale scoperta di un’antica tomba, risalente al III millennio a.C., appartenuta ad un guerriero di epoca preistorica, e l’individuazione di un sito dove sorgeva una necropoli inedita al mondo scientifico.

tomba III millennio - conferenza stampa

Lo scheletro presentava nel costato una punta di freccia ed era circondato da vasellame di varia natura, probabilmente il corredo funerario deposto nel feretro all’atto della sepoltura. Marina Sapelli Ragni, sovrintendente per i Beni archeologici del Lazio, ha poi aggiunto: ‘Il corredo e’ composto da sei vasetti in ceramica, molto ben conservati e attribuibili all’eneolitico, ovvero l’eta’ del rame, che copre il terzo millennio a.C. Nei prossimi mesi analizzeremo questi reperti nel nostro laboratorio di antropologia di Tivoli, e li confronteremo con gli altri rinvenimenti del periodo eneolitico’.

Lo scheletro, sepolto per molti secoli sotto un banco naturale di argilla, presenta integre quasi tutte le ossa. Il corredo funerario, peraltro, rappresenta un unicum sotto l’aspetto scientifico, poiché erano inedite, sino ad ora, sepolture a ridosso della zona litoranea di Torre Astura, ascrivibili al periodo preistorico dell’eneolitico (età del rame}, già note in altre aree del Lazio meridionale, a sud del Tevere.

La scoperta ha, quindi, un notevole valore in quanto attesta, per la prima volta, la presenza di una probabile necropoli eneolitica lungo la costa di Nettuno. L’intervento è stato eseguito con la massima urgenza per consentire il recupero dei rari materiali archeologici prima della loro definitiva perdita. Infatti, la sepoltura, situata sulla battigia, poteva essere danneggiata o perduta a causa della marea.

Fonte:

http://www.politicamentecorretto.com/index.php?news=14786

A due millenni dalla sua nascita, scoperta alle porte di Rieti la villa di Vespasiano

Potrebbe essere la residenza di campagna dell’imperatore Vespasiano, di cui proprio quest’anno si celebra il bimillenario della nascita, la villa romana di età imperiale scoperta nell’alto Lazio, in provincia di Rieti, nei territori dell’antica Sabina pochi giorni fa.

Tito Flavio Vespasiano, il rifondatore che a Roma fece costruire il Colosseo, un nuovo foro, i bagni pubblici che da lui presero il nome e lo splendido Tempio della Pace, veniva da una famiglia umile di queste zone. Era nato a Falacrinae, un villaggio, e come tanti provinciali di successo volle tornare al paese e mostrare a chi l’aveva visto crescere il segno del suo trionfo.

rieti vespasiano - stanza opus sectile - scavi

«Di Falacrinae sapevamo l’esistenza dalle fonti letterarie, ma non s’era mai trovata traccia», racconta il sindaco di Cittareale al quotidiano torinese, Pierluigi Feliciangeli. Poco fuori il suo Comune, infatti, un gruppo di giovani archeologi inglesi e italiani – nel cantiere sono coinvolte la British School at Rome e l’Università di Perugia, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per il Lazio – sta lavorando sodo sotto la guida del professor Filippo Coarelli, docente di antichità greche e romane all’Università’ di Perugia.

E i risultati non sono mancati: spostando metri cubi di terreno, è venuto fuori il perimetro di una villa che aveva sale di ricevimento, terme, colonnati. Il pavimento della sala principale, soprattutto, lascia senza fiato. È ancora lì in tutto il suo splendore, a intarsi di marmi policromi, preziosissimi, provenienti da cave del Nord Africa di cui s’è persa traccia.

È proprio la magnificenza di questa sala, che doveva avere rivestimenti in marmo anche sulle pareti, preceduta da altre due sale dove il pavimento è in delicatissimo mosaico, a far pensare che il proprietario originario della villa fosse lui, Vespasiano. Il professor Coarelli comprensibilmente è cauto, ma ci crede. «Non abbiamo trovato alcuna iscrizione – dice a ‘la Stampa’ – e quindi non c’è certezza. Ma l’epoca, la qualità degli ambienti, il luogo, e poi l’unicità di questa villa, il fatto che non ce ne siano altre nei dintorni… insomma, tutto lascia pensare a una residenza della dinastia dei Flavi».

Rieti - scavi villa vespasiano

Poco distante, poi, è saltata fuori anche l’antica Falacrinae. Merito di una antica pietra con iscrizione romana del periodo repubblicano. Rarissima, e in buono stato, era stata trovata più di dieci anni fa da un contadino della zona e conservata in cantina. Celebra in versi la partecipazione di un figlio di Falacrinae alle guerre sociali del 91-89 avanti Cristo, il conflitto che oppose Roma ai suoi alleati italici. Il figlio l’ha riscoperta, l’ha fatta vedere in giro, la notizia s’è sparsa, finché qualcuno non l’ha fotografata e, grazie alla rivista “Falacrina” edita dalla locale Associazione Pro Loco che ne pubblicò l’articolo, l’immagine arrivò al professor Coarelli. Il quale è saltato sulla sedia. E sono venute alla luce tombe, resti di abitazioni, vasellame. Un materiale che ora si può visitare nel piccolo delizioso museo di Cittareale, appena inaugurato dal Comune e dalla Provincia di Rieti.

«Il ‘vicus‘ – spiega il professor Coarelli – è un modello insediativo scarsamente noto, ma diffuso tra gli abitati minori dell’Italia antica». Si tratta di insediamenti rurali alternativi alla villa. «Una struttura insediativa diffusa sul territorio che assomma alle funzioni produttive (agricole, di allevamento, artigianali) quelle di scambio, ed è sede di poteri amministrativi nella sfera civile e religiosa».

Qualcosa del genere sta venendo fuori anche a Cascia, a pochi chilometri da Cittareale, ma sul versante umbro della montagna. Qui c’è in corso un altro scavo, gemello del primo, sempre seguito da Coarelli. E da sotto una chiesetta di campagna è venuto fuori il perimetro di un ‘forum’, ovvero una enorme piazza di 60 per 100 metri, ornata di colonne, con templi e edifici pubblici. I contadini della zona affluivano qui dai loro villaggi per il mercato, per avere giustizia, per le feste religiose, per l’arruolamento nelle legioni di Roma.

Dal punto di vista scientifico, le scoperte di Cascia e Cittareale. rileva ‘la Stampa’ permettono di capire molto meglio i meccanismi della ‘romanizzazione’ di un’area che fino al 290 avanti Cristo era territorio di un popolo italico che non parlava latino e che appena qualche secolo dopo, nel 9 dopo Cristo, da’ i natali a un imperatore. Ma è la scoperta della sua villa che affascina.

Fonte:

http://www.ilgiornaledirieti.it/leggi_articolo_f1.asp?id_news=15127

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