Mostre
Archived Posts from this Category
Archived Posts from this Category
Per chi dovesse recarsi a Sabadell, in Catalunya, fino al 15 novembre può visitare la mostra “Xarses. Els primers intercanvis fa 6000 anys” che tradotto significa: “Reti: i primi scambi commerciali 6000 anni fa”.
Raccogliendo reperti da una ventina di musei catalani, la mostra riunisce per la prima volta un insieme importante di materiali di epoca neolitica selezionati nell’ottica degli scambi commerciali.
Materie prime provenienti dalla Provenza, ornamenti realizzati con conchiglie e coralli, l’ossidiana delle isole del Mediterraneo centrale, certi linguaggi formali della ceramica si vanno a diffondere, grazie agli scambi, su estesi territori. Seguire la circolazioni di prodotti e tecnologie, dai loro luoghi di origine fino ai siti dove si sono rinvenuti o identificati, offre un quadro approssimativo delle relazioni sociali stabilitesi tra le differenti comunità neolitiche.
Come completamento a questa visione del passato, la mostra si chiude con una riflessione su come sono e come si articolano le “reti” nella nostra società.
La mostra “Xarses. Els primers intercanvis fa 6000 anys” è un’esposizione temporanea promossa dal Museo di Gavà, dal Museo d’Història di Sabadell e dall’Area de Cultura della Diputaciò de Barcelona, con il supporto della Generalitat de Catalunya. Con la combinazione di rigore scientifico e carattere divulgativo, la mostra vuole fare arrivare al pubblico i risultati delle ricerche portate avanti negli anni dagli archeologi, illustrata con un’accurata selezione dei materiali forniti dai principali siti archeologici del Paese.
Info:
Museu d’Història de Sabadell
Carrer de Sant Antoni, 13
www.sabadell.cat
0 comments marina lo blundo | Estero, Generale, Mostre, Preistoria
Il “Musée des merveilles” è un’istituzione museale che ospita, raccoglie ed espone le famose incisioni rupestri del monte Bego nella Valle delle Meraviglie, un territorio sul confine tra Francia e Italia nelle Alpi Marittime. Il museo ospita fino al 31 marzo 2010 la mostra “A l’aube des écritures“, incentrata sulle incisioni e sulle pitture rupestri dell’età del Rame e del Bronzo in Eurasia.
In tutta l’Eurasia, all’alba della metallurgia, avvengono grandi cambiamenti nell’organizzazione delle società e nei loro modi di espressione. Le comunità dell’età del Bronzo cominciano a modificare il loro sistema economico e sociale, da un lato strutturando le attività di produzione e gli scambi commerciali a grande distanza, dall’altro mettendo in atto una gerarchia basata sulla lavorazione del metallo. Parallelamente, nei gruppi umani sorgono idee, simboli che vengono espressi in modo omogeneo per mezzo di pitture, ma soprattutto di migliaia di incisioni su roccia poste in siti a cielo aperto.
Questo fenomeno non avviene negli stessi luoghi negli stessi tempi. Quali che siano le regioni, i siti di arte rupestre sembrano essere stati scelti sempre per la loro natura selvaggia e nascosta: rive di grandi laghi e di fiumi impetuosi, scoscesi e desertici pendii di montagne,foreste dense e quasi impenetrabili, che hanno certamente colpito l’immaginazione degli uomini della Preistoria in cerca del Sacro.
Per rendere immortale il loro messaggio, gli uomini hanno usato su tutto il continente, gli stessi utensili e la stessa tecnica: una pietra che percuote una parete rocciosa, intendendo lastre, blocchi isolati, affioramenti rocciosi in natura…
Scene di vita quotidiana, ricchi bestiarii che variano a seconda del luogo, figure geometriche semplici o complesse costituiscono le associazioni di segni il cui significato, raramente narrativo, è altamente simbolico. In questi insiemi di incisioni le rappresentazioni di personaggi sono numerose: uomini o dei? Questa identica domanda si pone anche per le statue-stele scolpite, tracce monumentali e spettacolari di una cultura megalitica legata alla nozione di territorio.
La mostra “A l’aube des écritures” esplora, attraversando le regioni che vanno dall’Atlantico al Pacifico, l’espressione rupestre di popoli allo stesso stadio di sviluppo economico, sociale e culturale. Partendo proprio dal magnifico sito delle incisioni del Monte Bego, nel cuore dell’arco alpino, che raccoglie non meno di 40 mila incisioni rupestri, questo viaggio archeologico trasporta il visitatore dal Portogallo alla Corea e dalla Siberia all’India, alla scoperta di un patrimonio millenario ma fragile, che dev’essere protetto dal degrado.
A l’aube des écritures
Musée des Merveilles
Av. du 16 sptembre 1947 – 06430 Tende
www.museedesmerveilles.com
entrata gratuita
0 comments marina lo blundo | Comunicati stampa, Estero, Mostre, Preistoria
Il 2009 è l’anno che segna in modo indelebile la cooperazione tra Italia e Giordania da un punto di vista unico: quello della ricerca storica e archeologica in funzione del restauro e di uno sviluppo sostenibile per il turismo culturale giordano.
Così, mentre va concludendo la mostra di Firenze “Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera” (fino al 13 ottobre nella Limonaia di Palazzo Pitti), il 20 ottobre a Roma inaugurerà la mostra “Giordania, crocevia di popoli e di culture”. Alla presenza dei Reali di Giordania, re Abdallah e la regina Rania, verranno presentati al Palazzo del Quirinale, Sala delle Bandiere, 60 capolavori dell’arte e dell’archeologia giordana, che per la prima volta lasciano i loro musei di provenienza, Amman e Petra, per mostrarsi al pubblico internazionale, italiano innanzitutto.
Tra i pezzi più significativi si segnalano un idolo antropomorfo in arenaria del I-II secolo, una coppa in oro e un pendente con cammeo di età romana, ma soprattutto la statua di grandi dimensioni più antica del mondo, 10mila anni fa, alta poco meno di un metro, sufficiente però a farla entrare nel Guinnes dei Primati dell’archeologia.
La mostra, che inaugurerà il 20 ottobre, sarà aperta dal 21 ottobre 2009 al 31 gennaio 2010, ospitata nella Sala delle Bandiere del Quirinale, con ingresso gratuito.
L’Italia, da decenni impegnata in varie ricerche archeologiche in Giordania, ricerche volte alla scoperta, ma anche al restauro delle evidenze e alla formazione di una classe di restauratori e di ricercatori giordani, nonché di guide specializzate che sappiano esporre ai turisti le vestigia del passato, viene quindi ripagata dalla mostra di Roma che se da un lato suggella il patto tra le due nazioni dall’altro vuole mostrarsi come una cartina di tornasole per pubblicizzare uno Stato, la Giordania, che punta sul turismo, e sul turismo culturale soprattutto, per crescere economicamente. Puntare sulla cultura, saper investire in cultura: una lezione che l’Italia dovrebbe imparare.
Giordania, crocevia di popoli e di culture
Roma, Palazzo del Quirinale, Sale delle Bandiere
21 Ottobre 2009 – 31 Gennaio 2010
Orario: Dal martedì al sabato 10-13 e 15.30-18.30; domenica 8.30-12; lunedì chiuso
Ingresso gratuito
0 comments marina lo blundo | Comunicati stampa, Eventi, Mostre
Il Museo Statale dell’Ermitage di San Pietroburgo sceglie il sito archeologico di Stabiae come luogo di confronto e condivisione di esperienze nel campo della ricerca e conservazione del patrimonio archeologico e per installare il primo presidio scientifico nel Mezzogiorno d’Italia.
A seguito del recente protocollo di collaborazione tra il museo russo, la Fondazione Restoring Ancient Stabiae (RAS) e la Soprintendenza Speciale per i beni Archeologici di Napoli e Pompei (SANP), una delegazione dell’Ermitage si riunirà in una tavola rotonda con docenti universitari, esperti e funzionari delle istituzioni locali, presso l’Istituto Internazionale Vesuviano per l’Archeologia e le Scienze Umanistiche della Fondazione Restoring Ancient Stabiae, a Castellammare di Stabia.
La tavola rotonda, che si terrà dal 13 al 16 ottobre, è una prima missione esplorativa durante la quale gli esperti dell’Ermitage approfondiranno la conoscenza del patrimonio archeologico del nostro territorio. In particolare l’incontro sarà dedicato al sito di Stabiae: nell’ambito del nuovo protocollo di collaborazione, gli esperti si confronteranno e lavoreranno in sinergia a nuovi ed importanti progetti per la realizzazione del Parco Archeologico di Stabia Antica, mission perseguita dal 2001 dalla Fondazione Restoring Ancient Stabiae, in collaborazione con la Regione Campania e la Soprintendenza.
L’Ermitage si lascia così affascinare da un’eccellenza della Regione Campania, diventando partner della Fondazione RAS nel percorso di realizzazione del Parco. La collaborazione tra il Museo, la Fondazione RAS, la SANP e la Regione è iniziata nel 2006, quando il museo russo ha ospitato la prima tappa del tour mondiale della mostra Otium ludens, classificata dal The Times tra le migliori dieci mostre del mondo nell’anno 2008.
La tavola rotonda confluisce nel weekend dedicato ad “ArcheoStabiae ’09”, dal 16 al 18 ottobre.
Il workshop, alla sua seconda edizione, diventa così un appuntamento annuale, dedicato ogni anno ad un diverso Paese. Quest’anno gli archeologi dell’Ermitage di San Pietroburgo presentano al pubblico di ArcheoStabiae le loro più recenti campagne di scavo e conservazione, nello spirito della condivisione delle più avanzate esperienze nel campo della tutela del patrimonio archeologico. La Fondazione RAS presenterà invece le ultime scoperte e i recenti lavori che si sono tenuti sul sito della collina di Varano, dove le antiche ville d’otium romane attendono di essere riportate in luce. La campagna di scavo in corso con l’Università del Maryland, socio fondatore della Fondazione RAS e capofila delle sette università statunitensi partner del progetto, ha già evidenziato importanti scoperte che saranno presentate nel corso del convegno.
Un’altra sessione sarà dedicata all’importante tema del finanziamento dei programmi di sviluppo culturale, con la partecipazione ed il confronto tra leader politici e rappresentanti del mondo professionale e privato. Va sottolineato che quest’anno il Workshop è patrocinato dall’ Unesco, Mibac, Regione Campania, Provincia di Napoli, Comune di Castellammare di Stabia e ha ricevuto l’adesione della Presidenza della Repubblica.
Per informazioni:
Pasquale Guerrieri e Luciana Coppola
Fondazione Restoring Ancient Stabiae
Tel. 081 871714
email restoringancientstabiae@gmail.com
0 comments Pasquale Guerrieri | Comunicati stampa, Eventi, Mostre, Visite

Per festeggiare il centenario della prima esibizione dello scheletro completo di Diplodocus carnegiei il Museo Geologico Giovanni Capellini dell’Università di Bologna ospiterà presso le sue rinnovate sale la mostra “I dinosauri italiani”. Una grande esposizione che si pone l’obiettivo di riunire i più importanti e spettacolari fossili di vertebrati rinvenuti nel nostro paese e di far conoscere ai visitatori di tutte le età l’importanza e la storia dei giacimenti italiani e delle persone che li studiano.
Realizzata in collaborazione con i musei e le università di Milano, Modena, Napoli e Trieste, la mostra, unita ai reperti in esposizione permanente presso il Museo, si estende in 15 sale, molte delle quali interamente rinnovate per l’occasione. Una collezione quella del Museo Capellini che vanta oltre un milione di reperti e che con i fossili esposti offre una panoramica che rappresenta un intervallo di tempo di centinaia di milioni di anni di evoluzione e trasformazioni delle forme di vita
sul nostro pianeta. I magnifici reperti che per questa occasione speciale sono arrivati a Bologna da diverse parti d’Italia hanno ulteriormente ampliato le tipologie di forme fossili in esposizione.
Nel grande Atrio del piano terra sono esposti i fossili provenienti dalle collezioni dei Musei di Storia Naturale di Trieste, Milano, Modena e Napoli. Oltre quaranta magnifici esemplari che rappresentano diverse regioni d’Italia offrono una chiara idea di come l’area mediterranea sia drasticamente e ciclicamente cambiata nel corso di milioni di anni. Dai grandi rettili marini vissuti 200 milioni di anni fa ai dinosauri rinvenuti vicino a Trieste fino agli antenati delle moderne foche e iene. Sempre al piano terra, lo spazio destinato al Sancta Sanctorum del Museo sarà interamente dedicato all’esposizione di opere di paleo-artisti: ricostruzioni, disegni, modelli e documentari realizzati dai migliori illustratori scientifici italiani.
Dall’Atrio principale, si accede al primo piano del Museo dove la visita prosegue attraverso le ricche sale storiche. Le collezioni permanenti comprendono numerosi animali terrestri e marini: balene, elefanti, ippopotami, squali, pesci, coccodrilli, tartarughe, uccelli. Inoltre, il Museo vanta una ricchissima collezione di piante fossili, preservate sia nella loro tipica veste bidimensionale (una impronta scura su una lastra di roccia), sia in forme perfettamente tridimensionali.
Nel grande e rinnovato salone del Diplodocus si ammirano oltre al maestoso dinosauro e al cranio del dinosauro carnivoro Torvosaurus, i più grandi dinosauri rinvenuti ad oggi in Italia. Il celebre “Antonio” ritrovato presso il Villaggio del Pescatore (Trieste) ed il carnivoro Saltriosauro (Varese).
Genova si dota di un nuovo spazio espositivo. E’ la Commenda di Pré, complesso architettonico splendido del medioevo genovese, antico Ospitale per viandanti e pellegrini che a Genova si imbarcavano e sbarcavano per proseguire i loro percorsi. Da quest’estate l’antico Ospitale rivive grazie ad un allestimento multimediale realizzato in collaborazione con gli attori del Teatro del Suono, i quali ci trasportano indietro nel tempo a vivere la terrasanta, il pellegrinaggio, l’epoca delle crociate.
Innanzitutto due Ospitalieri ci introducono nel periodo storico, ci illustrano l’Ospitale e le sue regole, con una lunga introduzione che ci trasporta nel medioevo. Dalle suggestive pareti in muratura a vista del piano terra della Commenda prendono vita i fantasmi di alcuni cronachisti medievali che raccontano il loro viaggio, oppure Gerusalemme, oppure i pellegrinaggi mentre, se proseguiamo nel percorso, ci troveremo a bordo di una nave e assisteremo ad un particolarissimo episodio di vita di bordo. Al piano superiore della Commenda, dalle pareti si affacceranno altri cronachisti e alcuni tra i maggiori protagonisti delle Crociate, tra cui, addirittura, il Saladino e Baliano di Ibelin che dialogano tra loro (una concessione al grande pubblico, che qui riconosce i due antagonisti del Colossal “Le Crociate. Kingdom of Heaven” di Ridley Scott). Infine il percorso termina in cucina, nell’antica cucina della Commenda, dove gli Ospitalieri ci leggono la Regola che ogni pellegrino che passa di qui deve rispettare.
Allestimento grandioso e molto scenografico, sicuramente colpisce nel segno l’immaginazione e le aspettative dei visitatori. L’esperienza del “fare teatro” per raccontare la Storia fa sì che questo non sia un “museo” nel senso che solitamente diamo a questa parola. Tuttavia il rischio è quello di un “effetto Disneyland” che rischia di essere deleterio: il pubblico si diverte, certo, ma non è detto che riesca ad uscire arricchito dalla visita.
Un grosso problema riguarda la visibilità di questa mostra/allestimento in Genova e al di fuori di essa. Anche se è possibile visitarla indipendentemente, la Commenda è subordinata alla visita di Galata-Museo del Mare (è compresa nel biglietto): di conseguenza i potenziali visitatori di “Terrasanta!” sono solo i visitatori, e sicuramente non tutti, del Museo del Mare. Al di là di questo la Commenda non gode di una buona pubblicità. Un peccato, soprattutto per i Genovesi, perché “Terrasanta!” è comunque l’occasione per poter visitare un edificio storico, la Commenda di Pré, tra i più belli del Medioevo genovese.
Sarà aperta al pubblico ancora fino al 19 ottobre 2009 11 ottobre 2009 la mostra “Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera” allestita nella Limonaia di Palazzo a Pitti, nel Giardino di Boboli a Firenze (ne avevamo gia’ parlato in marzo in questo articolo). Una mostra-evento, che intende presentare al grande pubblico 20 anni di ricerche archeologiche in Giordania e una collaborazione, quella tra Italia e Giordania, foriera per il futuro di interessanti iniziative turistiche e culturali per questo stato del Medio Oriente.
La mostra mira a spiegare l’importanza della regione di Petra-valle del Giordano nel corso dei secoli, e del passaggio di importanza da Petra a Shawbak nel corso del tempo. Dapprima è infatti Petra la città più importante della regione: capitale nabatea, splendida e conosciuta in tutto il mondo soprattutto per le spettacolari tombe rupestri, viene acquisita dai Romani, da Traiano, nel 109 d.C. e inserita così nel circuito di città lungo il cosiddetto Limes Arabicus. Petra, già fiorente capitale commerciale lungo la via della seta, diviene città di frontiera dell’Impero Romano. Ma dopo il 628 è abbandonata: l’arrivo dei Persiani, che conquistano la regione, ne fa cadere il ruolo egemone. Per 500 anni circa tutta la regione “dorme”, fino a che l’arrivo dei Crociati non ricrea quella linea di frontiera che era ormai sopita da tempo.
Re Baldovino I, infatti, fa costruire a Shawbak, distante da Petra non più di 25 km, in posizione assolutamente dominante sul territorio, un castello fortificato che prende nome di Crak de Montréal, nel 1115. Shawback crociata ha però vita breve: già nel 1189 cade nelle mani del Saladino, che installa qui la dominazione Ayyubide. Si avvicendano poi i Mamelucchi, nel 1260, e infine gli Ottomani nel 1516. Da reggia crociata Shawbak diviene una città fiorente, con addirittura un centro di lavorazione dei tessuti, il tiraz, e di produzione dello zucchero.
Tutto ciò è raccontato in mostra alla Limonaia di Palazzo Pitti. Il percorso ha una prima sezione introduttiva sul territorio oggetto della mostra, dopodiché passa a illustrare cronologicamente quest’area del Medioriente, da Petra nabatea al passaggio di importanza a Shawbak senza mai perdere di vista quello che è il leit-motiv dell’esposizione: la frontiera, non come muro, ma piuttosto come ponte, tra Oriente e Occidente in ogni tempo, da età nabatea in avanti, soprattutto in età crociata. Pochi e significativi gli oggetti in mostra, ampio spazio è lasciato alle immagini, che meglio di ogni altra cosa possono far capire al visitatore la portata della scoperta e il suo contesto. Si pone l’accento sull’analisi delle murature e le tecniche di costruzione, nell’ambito di un’indagine di “archeologia leggera”, intendendo con essa tutti quei metodi di indagine che non necessariamente prevedono lo scavo. Tra questi importante è senz’altro l’archeologia del paesaggio e soprattutto, in questo caso, l’archeologia degli elevati, ovvero dell’edilizia storica.
La prima parte del percorso è dedicata a Petra capitale nabatea e capoluogo romano. Petra viene seguita fino al suo abbandono, dopodiché appare Shawbak che, già esistente come castello romano lungo la frontiera, diviene capitale crociata. Si segue la storia del castello, i suoi passaggi di proprietà, la vita al suo interno, dalle attività produttive ai momenti di intrattenimento alle armi per l’attacco e la difesa. Infine, una sezione è dedicata al restauro a Petra e a Shawbak, nell’ambito dell’accordo internazionale che vede coinvolte Italia e Giordania.
Il percorso espositivo canonico, a vetrine e pannelli, è affiancato da alcuni accorgimenti multimediali per coinvolgere maggiormente il visitatore come parte attiva e integrante della mostra. Tra questi si segnala un sistema touch-pad nel quale il visitatore può cercare informazioni sulle tecniche murarie impiegate a Shawbak e vedere contemporaneamente su una ruota del tempo, l’avvicendarsi al potere nella regione di crociati, Ayyubidi, Mamelucchi. Ampio spazio è dedicato anche all’attività didattica: lungo il percorso alcuni quiz e simpatici giochetti permettono ai bimbi che accompagnano in mostra i genitori visitatori di non annoiarsi e anzi di imparare qualcosa di nuovo divertendosi e giocando. Al termine possono anche ricevere un diploma di archeologo, come premio per il loro impegno: interessante iniziativa, dedicarsi ai bambini, visto che la mostra si è svolta per la maggior parte in estate, per cui non ha potuto essere sfruttata dalle scuole fiorentine.
La mostra ha avuto un forte impatto mediatico per via dell’accordo internazionale sotteso tra Giordania e Italia e anche per l’ampia pubblicità fatta all’utilizzo di apparati multimediali innovativi.
Forse si tratta di una suggestione, ma sicuramente è appropriato l’odore di incenso che accompagna il visitatore lungo il percorso.
Info: Da Petra a Shawak. Archeologia di una frontiera
Firenze, Limonaia di Palazzo Pitti
fino all’11 ottobre 2009
biglietto: compreso nell’ingresso ai Giardini di Boboli.
siti web: www.unannoadarte.com
www.frontierarchaeology.eu
0 comments marina lo blundo | Medioevo, Mostre, Nuovi Ritrovamenti
Un percorso fotografico e pannellistico allestito nella splendida e imponente cornice di Castel del Monte (Andria) invita i visitatori che ammirano la pesante architettura del castello di Federico II a soffermarsi e a conoscere i castelli e le fortificazioni che furono realizzati lungo le coste italiane nel Medioevo con duplice scopo, mercantile e militare.
Il titolo della mostra, “Castelli sul mare, itinerario fotografico attraverso l’Italia“ rende chiaro il fine per la quale essa è stata realizzata: mostrare, attraverso le fotografie di Nicola Amato e Sergio Leonardi, i monumenti più caratteristici delle coste italiane, e attraverso di essi ripercorrere la storia della penisola tra Medioevo ed Età Moderna: una storia densa di eventi e di avvenimenti, di contrasti e di incontri che si svolsero nel mare e per colpa del mare. Molti gli esempi citati e presentati: l’Arsenale di Venezia, il Forte San Giorgio di Genova, il Maschio Angioino di Napoli, i castelli di Rapallo, Ischia, Otranto, Monopoli, Siracusa ed altri ancora.
Il lungo elenco ben documentato mira a spiegare i rapporti economici e sociali tra le genti del Mediterraneo, le ragioni storiche della costruzione di castelli sul mare e, soprattutto, vuole far conoscere un aspetto del ricco patrimonio architettonico italiano, quello dell’architettura militare marinara, i cui esemplari sono a tutt’oggi variamente fruibili dal pubblico.
La mostra, organizzata dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio delle province di Bari e Foggia, e curata da Michela Tocci, Direttore di Castel del Monte, sarà visitabile fino al 30 settembre. E’ gratuita, ospitata nelle sale al piano terra di Castel del Monte.
INFO: Castel del Monte, Andria
0883 569997
www.casteldelmonte.beniculturali.it
Dall’esterno si presentano come due grossi cubi neri seminascosti dalla vegetazione nel Giardino di Boboli, Firenze, nelle vicinanze della Limonaia di Palazzo Pitti. Ma entrando all’interno di ciascuno di questi due “cubi” si viene catapultati indietro nel tempo, in un’epoca, quella romana, e in un luogo, Pompei, che immediatamente ci evocano il lusso e l’otium, quell’attitudine dei ricchi cittadini romani a circondarsi di cose belle per il proprio piacere e benessere fisico e intellettuale.

Finora conoscevamo i giardini dei Romani per averli visti dipinti sulle pareti del Triclinio della Villa di Livia a Roma o dello studiolo della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. Ma una sempre maggiore cura e raffinatezza nella conduzione degli scavi col metodo stratigrafico, accompagnata ad un’indagine scientifica, palinologica e archeobotanica, sui pollini e sulle sementi rinvenute nei giardini delle domus pompeiane, permette oggi di poter ricostruire fisicamente quei giardini con una precisione incredibile!
Ed ecco che il Giardino di Boboli ospita un particolare allestimento: Horti Pompeiani, la ricostruzione filologicamente corretta di due giardini privati a Pompei, così come dovevano presentarsi al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.
Sono due i giardini delle domus ricostruiti a Boboli: il giardino della Casa dei Pittori al Lavoro e quello della famosa Casa dei Vettii.
Il giardino della casa dei Pittori al lavoro è stato il primo ad essere ricostruito: gli scavi hanno permesso di individuare le aiuole, delimitate da vialetti in terra battuta. Esse erano delimitate da una recinzione di cannucce intrecciate a due a due e sostenute da canne più grandi. Le aiuole periferiche, non recintate, ospitavano l’artemisia, la pianta dell’assenzio. Nelle aiuole si alternavano cespugli di rose e di ginepro, mentre il muro di fondo era mascherato con festoni di viti. Tutte le essenze coltivate potevano essere usate anche a fini terapeutici, secondo il gusto romano della prima età imperiale; la varietà delle piante era dovuta ad un gusto “enciclopedico” dei domini per la coltivazione di specie diverse ad uso ornamentale, farmaceutico e alimentare.
Il giardino della casa dei Vettii è senza dubbio più spettacolare. La domus fu scavata già a fine ‘800 ma nonostante il metodo stratigrafico all’epoca fosse ancora di là da venire, essa è stata costantemente oggetto dell’attenzione di tutti gli studiosi per il suo ricco apparato decorativo e scultoreo (tra l’altro, si tratta dell’apparato scultoreo più famoso e meglio conservato di tutta Pompei) e per il suo giardino, animato da eleganti giochi d’acqua. Proprio questi sono ricostruiti nel secondo “cubo” di Boboli. Fra le 18 colonne del peristilio che circonda il giardino, era collocata una dozzina di statue (se ne conservano 9) che emettevano getti d’acqua che ricadevano in 8 bacini marmorei circolari e rettangolari. La disposizione delle statue nel giardino ha solo ed esclusivamente un carattere estetico e ornamentale. Di particolare interesse sono due statuette in bronzo collocate specularmente al centro del portico settentrionale del giardino e raffiguranti due fanciulli che reggono in una mano un grappolo d’uva e nell’altra un’anatra dalla quale fuoriesce il getto d’acqua. Poiché ai tempi dello scavo del giardino non esistevano ancora studi di paleobotanica in grado di capire quali essenze fossero coltivate, si pensò di popolare il giardino con le piante dipinte sulle pareti del peristilio, in particolare rose e margherite. Lo scavo aveva comunque permesso di individuare la corretta conformazione delle aiuole, all’interno delle quali vennero riposizionate esattamente le statue e le fontanelle.
Boboli ospita gli Horti pompeiani; antico e moderno si incontrano, soprattutto si incontra un modo di vivere privatamente il giardino in età romana, calato nel contesto rinascimentale e lussureggiante del Giardino di Boboli, che oggi è aperto al pubblico e ha perso il suo carattere di giardino privato.
Gli Horti pompeiani sono visitabili fino al 31 dicembre 2009 e la loro visita è compresa nell’ingresso al giardino di Boboli.
Il lago di Garda, 6.000 anni fa, era all’incirca tre metri più alto di oggi e si spingeva molto più a nord nella piana glaciale del Sarca. Questa e altre interessanti novità sono al centro della mostra “SULLE ANTICHE SPONDE. Un abitato neolitico della Cultura dei vasi a bocca quadrata in via Brione a Riva del Garda” allestita fino al 1° novembre al Museo di Riva del Garda, e realizzata dalla Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici della Provincia autonoma di Trento con la collaborazione del Dipartimento Storico Archeologico del Progetto MAG.

La mostra documenta il ritrovamento di un abitato neolitico risalente alla metà del quinto millennio a.C. scoperto nel 2007 alle pendici del monte Brione. Ben 20 specie arboree e arbustive già riconosciute, testimonianza della presenza – oltre 6.500 anni fa – di una flora mediterranea nella quale si distinguono il leccio, il cerro, le filliree. Ma anche la quercia a foglia caduca, il pino silvestre, l’ontano e le pomoidee. Testimonianza – soprattutto – di caratteristiche ambientali già allora particolarmente favorevoli rispetto al restante territorio trentino.
La mostra, inaugurata lo scorso 8 maggio, restituisce i primi risultati scientifici relativi ad una delle più importanti scoperte archeologiche avvenute nel territorio del Basso Sarca: il rinvenimento a Riva del Garda nel corso del 2007 e della primavera del 2008, in un’area destinata alla costruzione di un albergo-garnì, di un vasto insediamento neolitico della Cultura dei vasi a bocca quadrata risalente alla metà del quinto millennio a.C. L’abitato preistorico si trovava nei pressi di un canale del fiume Sarca, non lontano dall’antica sponda del lago di Garda, in un’area già nota per la presenza di sepolture riferibili alla Cultura dei vasi a bocca quadrata e per il ritrovamento di numerose testimonianze di epoca romana.
Il percorso espositivo presenta i primi risultati degli studi interdisciplinari in corso e una selezione dei reperti più significativi, con lo scopo di offrire al visitatore un quadro della preistoria rivana attraverso la ricostruzione del paesaggio antico, della cultura materiale, delle attività economiche e tecnologiche della comunità neolitica che era insediata alle falde del monte Brione.
Le evidenze archeologiche messe in luce in via Brione sono di straordinaria importanza scientifica perché hanno consentito per la prima volta di documentare stratigraficamente la presenza di un deposito neolitico nel territorio dell’Alto Garda. La posizione strategica del sito, nei pressi di antiche vie d’acqua, e il rinvenimento di materie prime e manufatti provenienti da lontano, suggeriscono che l’insediamento alle falde del monte Brione si trovasse all’interno di un’ampia rete di contatti culturali e di circolazione di prodotti su lunga distanza, sia con i territori a nord delle Alpi, sia con quelli dell’area padana e peninsulare.
INFORMAZIONI:
Provincia Autonoma di Trento
Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici
Via Aosta, 1 – 38100 Trento
Tel. 0461 492161 Fax 0461 492160
E-mail: sopr.librariarchivisticiarcheologici@provincia.tn.it
www.trentinocultura.net/archeologia.asp
Museo di Riva del Garda
piazza Cesare Battisti, 3/a
telefono 0464 573869 – fax 0464 573868
museo@comune.rivadelgarda.tn.it
0 comments elisa | Comunicati stampa, Mostre, Musei, Nuovi Ritrovamenti, Preistoria