Mostre

“Firenze romana” si mostra ai suoi cittadini

Si sta svolgendo questa settimana, concludendosi il 28 febbraio 2010, la mostra descrittiva con foto e disegniFirenze Romana“: 33 pannelli illustrano, con dovizia di particolari, la topografia della città antica com’è conosciuta dagli scavi di archeologia urbana che da fine Ottocento si sono susseguiti nel centro storico della città, che ricalca, di fatto, la città antica. Inoltre, ampio spazio è dedicato alle scoperte recenti, avvenute in concomitanza con i lavori per la tramvia: scoperte che altrimenti sarebbero ignote ai più, per lo scarso risalto che l’archeologia urbana ha sui media locali.

Gli abitanti di Firenze, invece, sono interessati, ed è per rispondere alla loro richiesta di sapere qualcosa di più sul loro passato che nasce questa mostra. La mostra è infatti dedicata principalmente ai Fiorentini: si svolge alla sede del Quartiere 5, in via Lambruschini, fuori dai circuiti turistici.

I 33 pannelli che costituiscono la mostra illustrano la storia della scoperta della città antica, la topografia dell’antica Florentia, attraverso la presentazione dei principali monumenti rinvenuti nel corso dei lavori pubblici e di edilizia che si sono susseguiti da fine Ottocento, con la realizzazione di Piazza della Repubblica che mise in luce il Foro e il capitolium, al grande cantiere di Piazza della Signoria dei primi anni Ottanta del Novecento, che portò in luce un grosso impianto termale e una fullonica, agli scavi ancora in corso al di sotto di Palazzo Vecchio, dove si cela il teatro della città romana.

La mostra, che replicherà in città a marzo, è organizzata dal Gruppo Archeologico Fiorentino, una realtà attiva fin dal 1972 in città al fianco delle Istituzioni, prima fra tutte la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, nella sua attività di tutela, di ricerca, di valorizzazione dei Beni Archeologici della città. Tra le attività per cui si è distinto, infatti, non va dimenticata la redazione della Carta Archeologica di Fiesole, utile strumento di conoscenza, e quindi di tutela, del Patrimonio.

INFO:

Firenze romana

22-28 febbraio 2010
sala consiliare Quartiere 5, via Lambruschini, 33, Firenze
orario: 9.30-12.00 e 15.30-19.00

ingresso libero

Archeologia metropolitana a Genova

Ancora pochi giorni per poter visitare la mostra “Archeologia Metropolitana” a Genova. Fino al 14 febbraio 2010, infatti, sarà allestita presso il Museo di Archeologia Ligure di Genova Pegli una piccola mostra dedicata ai risultati delle recenti indagini di archeologia urbana svoltesi a Genova in concomitanza con i lavori per le nuove stazioni della Metropolitana, Brignole e Acquasola, sotto la direzione di Piera Melli e di Angiolo Del Lucchese della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria.

Già la realizzazione delle altre stazioni della metropolitana genovese erano state occasione, negli scorsi anni, di importanti scoperte archeologiche relative a tutte le epoche storiche della città, dalla Preistoria e dalla presenza Ligure nel territorio fino al tardo Medioevo. E già negli anni passati alcune delle scoperte più importanti erano state rese pubbliche: si ricorda ad esempio l’allestimento permanente, dal nome eloquente di ArcheoMetro, all’interno di una delle stazioni, quella di Darsena.

La mostra, nonostante sia di modeste dimensioni, ha però avuto l’opportuno risalto che merita grazie ad una recensione apparsa sul numero di gennaio 2010 della rivista Archeo: le scoperte effettuate sono infatti da ritenersi decisamente importanti, e gettano nuova luce sulla storia della frequentazione più antica della città, ma anche sulla sua storia un bel po’ più recente, in età postmedievale.

Partendo dalla Preistoria, e in particolare dal Neolitico, importanti sono le indagini paleobotaniche condotte dagli esperti della Soprintendenza su rametti di frassino che hanno rivelato tracce di “scalvatura“, un’antica pratica che serviva per procurare foraggio agli ovini e ai caprini, gli animali maggiormente allevati in Liguria. Il rinvenimento di un muro di argine in pietre a secco, datato sulla base del contesto all’età del Bronzo Antico (un calco del quale è esposto in mostra) nella zona di Brignole testimonia, insieme ad altri reperti rinvenuti nell’area, la presenza di un insediamento a protezione del quale il muro stesso era posto. Quanto all’età del Ferro, epoca in cui Genova diviene un emporio commerciale (ancora si dibatte se si tratti di un emporio ligure oppure etrusco), è notevole, e importantissimo, il rinvenimento, nella zona dell’Acquasola, di un tumulo sepolcrale datato al VII-VI secolo a.C. La tomba, che non ha niente a che fare con i costumi sepolcrali dei Liguri, è da ritenersi l’estrema dimora di una fanciulla di probabile origine etrusca.

Dall’età preistorica e preromana il visitatore  deve fare un brusco salto temporale: al XVI secolo risale il Convento delle Brignoline, venuto alla luce nel corso degli scavi per la Stazione di Brignole, insieme a numerosi reperti in ceramica medievale e postmedievale, esposti in mostra. Lo scavo all’Acquasola è stato invece l’occasione per confermare l’origine del quartiere in età moderna, conosciuta finora solo attraverso le fonti archivistiche.

Info:

Archeologia Metropolitana

fino al 14 febbraio 2010

Museo di Archeologia Ligure, Genova Pegli

www.archeologico.museidigenova.it

orario: martedì-venerdì 9.00 – 19.00

sabato-domenica 10.00 -19.00

biglietto compreso nell’ingresso al Museo.

“SYMPOSION”, il vino dalle origini sino a noi, in mostra a Firenze

Nell’ambito del Progetto Symposion, promosso dal Centro UniCeSV (Osservatorio Cultura e Territorio) e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, è allestita fino al 10 gennaio 2010 la mostra “Symposion”. Il vino è una risorsa del territorio toscano, ma non è solo un prodotto economico, è piuttosto un’identità territoriale nella quale si identifica un’intera regione e una cultura che ha radici molto antiche. Il progetto Symposion mira a cercare queste radici e a inserire la cultura del vino in una dimensione “storica” in cui si dimostri l’importanza del vino in tutte le società del passato.

La mostra, molto didattica nelle spiegazioni dell’origine del vino, della sua produzione in Grecia, in Etruria e a Roma, del suo consumo e del suo commercio, è l’occasione da un lato per esporre alcuni splendidi oggetti, come il corredo da simposio dalla Tomba 1 della Necropoli di San Cerbone a Populonia, dall’altro per proporre un itinerario che si sviluppa all’interno del percorso canonico del museo, dove sono segnalati i molti reperti che hanno a che fare con il consumo del vino, tra cui il celebre Vaso François.

La mostra vera e propria parte dalle origini, dalle prime testimonianze archeologiche di una produzione di vino: dal sito neolitico di Hajji Firuz Tepe nei Monti Zagros settentrionali, in Iran, da contesti di VI millennio a.C. provengono tracce di acido tartarico, componente del vino contenuto negli acini d’uva, e di resina vegetale. E’ questa la più antica traccia/testimonianza della produzione di vino: si potrebbe dire che si beve vino da quando è stata “inventata” l’agricoltura!

I reperti in mostra spaziano dal mondo greco (kylikes, ovvero coppe su basso piede; oinochoai, cioè brocche che già nel nome indicano la loro funzione di versare il vino – oinos; kantharoi, ovvero coppe su alto piede e alti manici). Essi sono legati al vino sia per la loro funzione specifica che per la loro decorazione: si tratta infatti di vasi dipinti con scene tratte dal mondo del simposio, ovvero del momento conviviale in cui la mescita del vino era momento fondamentale, e dal mondo dionisiaco; fu Dioniso infatti a importare il vino e la coltivazione della vite in Grecia, secondo il mito, e infatti sui vasi vediamo sempre il dio insieme ai suoi cortei di satiri e menadi che raccolgono l’uva e preparano il vino.

In Etruria viene recepito il dio Dioniso, qui chiamato Fufluns, e l’usanza del simposio. Le tombe etrusche restituiscono spesso splendidi e ricchissimi corredi di vasi, in bucchero fine o pesante, in ceramica etrusca sovradipinta, destinati al simposio, insieme a vasellame in metallo, come i simpula per attingere il vino dai grandi crateri dipinti. La tomba 1 della Necropoli di San Cerbone a Populonia esemplifica lo svolgimento del banchetto in Etruria. Del resto, l’uso di riportare il simposio nelle tombe è ben testimoniato anche dalle tombe dipinte, in cui spesso si trovano rappresentati banchetti cui partecipano, indistintamente, uomini e donne.

Il mondo romano recepisce l’uso del vino e del banchetto, anche se in forme un po’ diverse. Dal mondo romano è esposta in mostra una lastra “campana”, ovvero una lastra fittile di rivestimento parietale, nella quale sono rappresentati satiri vendemmianti, motivo, questo, molto popolare su questa tipologia di oggetti. Si presenta poi la ricostruzione di un impianto di produzione del vino, come probabilmente doveva essere in una villa romana del tipo “rustico”, come molte se ne trovavano nell’Italia centrale (un esempio tra tutti la Villa di Settefinestre). La rassegna dedicata al vino si conclude con una sezione dedicata al commercio e al trasporto, e quindi con una selezione di anfore vinarie di età romana, di varia provenienza, forma ed epoca, rinvenute tutte nel recente scavo delle Navi di Pisa.

All’interno del percorso espositivo museale, al II piano del museo, molti sono i reperti attinenti alla sfera del vino, segno di quanto esso fosse importante nelle società greca, etrusca e romana. Sono segnalati all’attenzione del visitatore vasi in bucchero sia sottile che pesante, oinochoai e vasi dipinti con scene di simposio. Tra i vasi, degno di nota è il Vaso François, un enorme cratere rinvenuto in una tomba di Vulci. Il cratere era il vaso da cui si attingeva il vino per versarlo nelle singole kylikes. Su di esso sono rappresentati i miti principali del repertorio greco legati alle ideologie aristocratiche che gli Etruschi fecero proprie. Tra queste, ovviamente, rientra il simposio. Infine, in età romana si pone la statua bronzea dell’idolino di Pesaro, un Efebo lampadoforo che reggeva in mano, quali reggi-lampada, dei tralci di vite. Quando fu rinvenuto a Pesaro, in età rinascimentale, quei tralci di vite furono interpretati come attributi di Dioniso, per cui l’Idolino fu posto sopra una base scolpita apposta per l’occasione con foglie di vite a rilievo, scene bacchiche e un’iscrizione inneggiante a Dioniso.

Info: Symposion

30 ottobre 2009 – 10 gennaio 2010

Firenze, Museo Archeologico Nazionale, Piazza SS. Annunziata, 9

Biglietto: compreso nel biglietto d’ingresso al Museo

“ANTINOO DOPO E OLTRE” in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Firenze

Si intitola “Antinoo dopo e oltre. Dall’Egitto Copto alle Opere di Paola Crema” la mostra, allestita nel Salone del Nicchio del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, che trasporta i visitatori nella città di Antinoe, fondata in Egitto subito la morte di Antinoo, dalla sua fondazione al suo abbandono, e oltre, attraverso le suggestive opere scultoree di Paola Crema, artista contemporanea, e con un doveroso omaggio a Marguerite Yourcenar, autrice delle “Memorie di Adriano”.

antinoo

La città di Antinoe fu fondata nel Medio Egitto per volontà dell’imperatore Adriano che volle commemorare Antinoo, il suo amante giovane e bellissimo, divinizzato dopo la morte. Un oracolo aveva predetto, durante il soggiorno di Adriano e Antinoo in Egitto, che uno dei due sarebbe dovuto morire. Il giovane amante si annegò nel Nilo, salvando così la vita all’imperatore. Da questo evento nefasto nacque una splendida città, che andò acquistando col tempo notevole prestigio e divenne un centro fiorente, soprattutto in età copta (convenzionalmente dal 313 d.C al 640 d.C., quando giunsero gli Arabi), mentre fu abbandonata tra l’VIII e il IX secolo d.C.

Di quella splendida città oggi non resta praticamente più nulla, ma dal 1935 l’Istituto di Papirologia Fiorentina “G. Vitelli” conduce scavi archeologici nell’area, scavi che hanno arricchito negli anni le collezioni del Museo Egizio di Firenze.

Dai reperti recuperati in questi scavi nasce la mostra. Si tratta di materiale databile al periodo copto, collocabile cronologicamente tra il IV e il VII secolo a.C.: vasellame in sigillata africana e la sua imitazione locale, la cosiddetta Egyptian Red Slip Ware A e B, oltre all’anfora vinaria, prodotta proprio ad Antinoe, Late Roman 7; è presente in mostra anche una particolare produzione di ceramica con decorazione dipinta copta e lucerne che portano sul disco la particolare croce ansata: una croce che deriva il suo modello dal segno dell’Ank egizio, che significa “vita”, e che probabilmente è alla base del monogramma di Cristo. Numerosi sono gli oggetti in materiale deperibile straordinariamente conservatisi grazie alle particolari condizioni ambientali dell’Egitto: icone dipinte su legno ma soprattutto i cosiddetti “tessuti copti”, una produzione tessile egiziana sviluppatasi tra III e VII secolo d.C.

L’esposizione dei reperti archeologici è immersa nelle opere scultoree dell’artista contemporanea Paola Crema, fortemente ispirate dall’antico, e si conclude con un omaggio a Marguerite Yourcenar che seppe mirabilmente descrivere, compiendo un accurato lavoro di studio sulle memorie lasciate da Adriano, la vita e le opere dell’imperatore, ma soprattutto, con grande intensità, l’amore per il giovane Antinoo.

Info: Antinoo dopo e oltre

Fino al 10 gennaio 2010

Firenze, Museo Archeologico Nazionale, Piazza SS. Annunziata, 9

Biglietto: compreso nel biglietto d’ingresso al Museo

Immagine: http://www.archeologiaviva.it/index.php/news/87/ANTINOO,_DOPO_E_OLTRE.html

“Le ore della donna”, in mostra a Vicenza lo sguardo maschile sulla donna greca

LE ORE DELLA DONNA
Storie e immagini nella collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo

Vicenza, Gallerie di Palazzo Leoni Montanari
12 dicembre 2009 – 11 aprile 2010

E’ un viaggio nel tempo quello che le Gallerie di Palazzo Leoni Montanari avviano con questa mostra. Un viaggio che avviene attraverso le immagini dipinte sulle splendide ceramiche greche e della Magna Grecia patrimonio di Intesa Sanpaolo. Una collezione tra le più importanti al mondo, ricca di ben 522 ceramiche che il progetto “Il tempo dell’antico. Pagine di archeologia in Palazzo Leoni Montanari” gradualmente svelerà attraverso percorsi tematici di cui questa mostra è il primo appuntamento.

Le ore della donna. Storie e immagini nella collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo“, aperta a Vicenza alle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari dal 12 dicembre 2009 all’11 aprile 2010, propone una selezione di immagini tutta al femminile, un ritratto della donna greca filtrato dallo sguardo dell’uomo, committente e decoratore.

Le ore delle donne

Questa prima esposizione presenta una attenta selezione di opere dell’intera raccolta, proveniente da Ruvo di Puglia, importante centro dell’antica Apulia,e racconta lo spazio e i tempi che scandivano la vita femminile ad Atene e nei territori della Magna Grecia: la donna regina, o prigioniera, dell’oikos, la casa, da cui si allontana solamente in occasioni particolari come le feste religiose; la donna al lavoro tra le mura domestiche, imprenditrice nell’organizzare in casa l’intera filiera nella produzione dei tessuti; la donna che vive in appartamenti separati dal marito, e si ricongiunge a lui nel thalamos, la camera nuziale.

Due i momenti della vita in cui la donna acquista, anche nella rappresentazione delle immagini vascolari, la stessa dignità dell’uomo: il matrimonio, status sociale degno di rispetto cui la donna greca tende, e la morte.

Di grande efficacia rappresentativa risulta la raffigurazione dell‘abbraccio degli sposi nel thalamos nuziale, corredato da particolari che rappresentano la bellezza femminile. La donna è ritratta abbigliata con sfarzose vesti decorate da preziosi accessori e circondate da raffinati oggetti, specchi, ghirlande, ventagli.

Nei vasi in mostra ammiriamo anche le donne “altre”, libere di uscire: sono le etére, colte “cortigiane” chiamate a dar piacere col corpo e con le arti, rappresentate nude, intente a lavarsi nel leuterion, la vasca delle abluzioni. Sono figure dai tratti androgini, riconoscibili nella loro femminilità dai gesti e dal laccio stretto sulla gamba, forse amuleto contraccettivo della ragazza intenta a pettinarsi.

L’esposizione si chiude con una sezione dedicata alle donne del mito: le Amazzoni, donne guerriere, e le Menadi, seguaci di Dioniso, dio del vino.

Fondamentale è la consapevolezza che quello che noi vediamo dipinto è lo sguardo dell’uomo sulla donna: è l’uomo a commissionare i vasi, a forgiarli, a decorarli rappresentandovi la sua visione della donna.

Misteriosa è la presenza di una figura femminile al lavoro all’interno di uno degli esemplari più preziosi dell’intera collezione, la kalpis attica del Pittore di Leningrado. La decorazione rappresenta il laboratorio di un vasaio. La scena mostra in un angolo una piccola donna intenta a decorare un vaso: una figura di donna artigiano che rimane qualcosa di unico, dall’ interpretazione tuttora non univoca.

Il progetto espositivo “Il tempo dell’antico – Le ore della donna” è curato da Federica Giacobello con la supervisione della professoressa Gemma Sena Chiesa dell’Università degli Studi di Milano, già curatrice del Catalogo sistematico della collezione vascolare edito da Electa nel 2006. Ideatrice del percorso di conoscenza e valorizzazione della collezione vascolare è stata Fatima Terzo, responsabile dei Beni Culturali di Intesa Sanpaolo, scomparsa nel maggio del 2009, a cui viene dedicata oggi la rassegna espositiva.

Saranno previste inoltre attività legate all’esposizione, quali la lettura di brani classici nel salone di Apollo di Palazzo Leoni Montanari, ambientazione ideale con scene di miti legati alla figura del dio delle arti.
Saranno attivati laboratori didattici rivolti alle scuole, aperti alle famiglie.

Le ore della donna. Storie e immagini nella collezione di ceramiche attiche e magnogreche di Intesa Sanpaolo” è aperta al pubblico dal 12 dicembre 2009 all’11 aprile 2010, da martedì a domenica (lunedì chiuso) dalle 10 alle 18.

Info:

http://www.palazzomontanari.com/

“I colori dell’archeologia” in mostra a Roma

Dal 18 dicembre 2009 al 28 febbraio 2010 sarà possibile visitare la mostra “I colori dell’archeologia. La documentazione archeologica prima dell’introduzione della fotografia a colori (1703-1948)” allestita presso il complesso monumentale delle Terme di Diocleziano.

La mostra vuole spiegare al pubblico come, prima dell’avvento della fotocamera digitale e, ancora prima, delle foto a colori, gli archeologi potessero documentare le loro scoperte archeologiche, in particolare quelle, come i dipinti murari, che necessitavano per lo studio e per la ricerca, di immagini a colori aderenti al vero.

La registrazione del dato archeologico, quindi la raccolta di una minuziosa documentazione grafica sono tuttora momenti fondamentali e imprescindibili dell’attività sul campo di ogni archeologo, anche in presenza di sofisticate apparecchiature fotografiche. Oggi, chiaramente, la fotografia aiuta nell’analisi e nella comprensione del manufatto, ma quando le fotografie non esistevano ancora, si era costretti ad agire in altro modo. All’epoca esistevano figure professionali come gli acquerellisti che oggi non sono più accanto all’archeologo sul cantiere di scavo. Il disegno archeologico diventava così quasi un’opera d’arte. La mostra raccoglie così preziosi documenti offerti dall’Archivio di Stato di Roma, dal Deutsches Archäologisches Institut in Rom e dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio.

I documenti presentati vanno dalle prime creazioni quasi artistiche della metà del ‘700, che si fanno via via più scrupolose nel corso dell’800 e che, con l’avvento della fotografia in bianco e nero agli inizi del ‘900 diventano un supporto alla documentazione grafica ormai pienamente scientifica.

La mostra si rivela interessante anche perché presenta il caso romano, che è solo uno dei tanti nel panorama della storia dell’archeologia italiana: esempi fuori di Roma si possono ritrovare infatti a Firenze, dove furono dipinte su tavola le tombe etrusche, tavole che dovevano essere esposte al Museo Archeologico di Firenze per documentare al pubblico del museo le tombe dipinte; un altro caso, in Liguria è quello di Nino Lamboglia, che per avere ben chiara la successione stratigrafica degli strati, in un’epoca in cui il metodo archeologico moderno doveva ancora formarsi, colorava i differenti strati delle sue sezioni utilizzando la terra proveniente da quegli stessi strati. Colori più reali di quelli non potevano esserci, e la documentazione era assolutamente scientifica.

Tornando alla mostra, in essa si presentano in particolare quattro importanti casi di studio: il ciclo pittorico con scene dell’Odissea, trovato all’Esquilino, i mosaici e le pitture della Villa della Farnesina a Trastevere, avanzi di un’antica villa sul Pincio e resti di una parete affrescata, forse nella zona della Stazione Termini.

Per ulteriori info consultare la pagina web della mostra, molto curata, al sito della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma: http://www.archeorm.arti.beniculturali.it/ada/attivita/studiricerche/pubblicazioni/colori.html

Prorogata la mostra “L’alba della città – Le prime necropoli del centro protourbano di Castelletto Ticino”

La mostra archeologica dal titolo L’alba della città – Le prime necropoli del centro protourbano di Castelletto Ticino, inaugurata lo scorso 26 aprile e attualmente in corso presso la Sala Polivalente “Albino Calletti” a Castelletto Sopra Ticino (Parco Comunale “Giovanni Sibilia”) è stata prorogata fino al 31 dicembre 2009.

Oggetto dell’esposizione sono i reperti provenienti dagli scavi condotti dalla Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte, avvalendosi anche della collaborazione con il Gruppo Storico Archeologico Castellettese, a Castelletto Ticino – località Croce Pietra (Via del Maneggio, Via Aronco, Via Repubblica), dove tra la fine del IX ed il VII secolo a.C. sorgeva una delle più arcaiche necropoli del Basso Verbano, caratterizzata da un’organizzazione monumentale con strutture a recinto e marginata da grandi stele in pietra, quali la stele della Briccola, protagonista dell’evento.

Restituiti dopo 30 anni gli acroliti di Demetra e Kore, per l’occasione saranno “vestite” Marella Ferrera

acrolito testa

Gli acroliti di Demetra e Kore, risalenti al V secolo a.C. e provenienti da scavi clandestini a Morgantina e finiti negli Usa, torneranno dopo 30 anni in Sicilia per essere esposti dal prossimo 13 dicembre nel Museo Archeologico di Aidone (Enna). Per l’occasione saranno “vestiti” dalla stilista Marella Ferrera.

Gli acroliti di Demetra e Kore sono ritenuti gli esemplari più antichi finora conosciuti di statue eseguite nella tecnica acrolitica, cioé con le estremità in marmo ed il corpo in terracotta o legno.

L’esposizione dei reperti – due teste di marmo di grandezza naturale, con occhi a mandorla privi di pupille – rientra nell’ambito di “Morgantina 2009-2011. Il ritorno delle dee”, un progetto coordinato dalla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Enna su iniziativa dell’assessorato regionale per i Beni Culturali e Ambientali, che prevede la restituzione al museo da qui al 2011 di una serie di preziosi reperti provenienti da scavi clandestini nell’antica città di Morgantina e finiti nelle aste internazionali d’antiquariato, fra cui la Venere di Morgantina, tutt’ora esposta nel Paul Getty Museum, in California.

acroliti ricostruzione

L’inaugurazione della mostra degli acroliti, su iniziativa dell’Assessorato Regionale per i Beni Culturali e Ambientali, sarà preceduta sabato 12 dicembre da un convegno di studi a carattere internazionale organizzato dalla Soprintendenza di Enna in collaborazione con la Provincia e l’Università Kore di Enna e con i Comuni di Aidone e Piazza Armerina. Interverranno, fra gli altri, gli archeologi Malcom Bell e Carla Antonaccio che dirigono a Morgantina gli scavi della missione statunitense, Clemente Marconi, professore della Columbia University, che per primo si è occupato dello studio degli acroliti, e Claudio Parisi Presicce, esperto di cultura greca.

Fonte:

http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/Ministero/UfficioStampa/News/visualizza_asset.html_1301400020.html

http://www.siciliatoday.net/quotidiano/cultura/Musei-Dagli-Usa-alla-Sicilia-tra-arcaico-e-contemporaneo-Il-ritorno-delle-dee-D-metra-e-Kore_17438.shtml

A Trento record di visitatori per la mostra “Egitto mai visto”. Prorogata l’apertura fino al 10 gennaio 2010

L’Egitto porta bene, anzi benissimo. Se ne ha conferma al Buonconsiglio dove la mostra “Egitto mai visto. Collezioni inedite dal Museo Egizio di Torino e dal Castello del Buonconsiglio di Trento” ha già superato i 123 mila visitatori, “stracciando” il precedente record detenuto con 113mila presenze dalla splendida esposizione “Ori delle Alpi” allestita nel lontano 1997.

egitto mai visto

“Egitto mai visto” è dunque la mostra più visitata di tutti i tempi recenti al Castello del Buonconsiglio.Questo successo, davvero clamoroso, ha spinto Franco Marzatico, Direttore dei Castelli Provinciali, a proporre una proroga della mostra sino al 10 gennaio 2010. La proposta è stata accolta dall’Assessore Provinciale alla cultura Franco Panizza e dalla Soprintendenza peri beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie (da cui proviene gran parte dei prestiti).

Potremo così, afferma il direttore Marzatico, dare una risposta positiva ai gruppi e alle scolaresche in lista di attesa e consentire anche ai ritardatari di ammirare reperti affascinanti che restituiscono quel gusto per l’egittomania imperante nei salotti europei ottocenteschi.

Mentre si festeggia l’indubbio successo di questa mostra, Marzatico e la sua equipe sono già al lavoro per i due prossimi eventi: l’apertura il 17 aprile 2010 di Castel Thun, rarissimo esempio nell’arco alpino di castello ad aver conservato gli arredi originali, e la grande mostra “L’avventura del vetro” che racconterà, con pezzi sorprendenti provenienti da Venezia, dall’Africa, dall’America e naturalmente dai castelli del Trentino, la storia di questo meraviglioso materiale dal Rinascimento ad oggi, una storia che trova in Venezia il suo epicentro riconosciuto e nel Trentino una delle principali vie di transito e diffusione. I curatori sono, proprio in questi giorni, a caccia di un relitto, o meglio dei suoi tesori di vetro. Se sarà effettivamente assicurato alla mostra, si tratterà di una emozione imperdibile.

“Un Re, un Guerriero, un Eroe. La tomba 36 della necropoli sabina di Eretum” in mostra dal 7 novembre 2009

Un Re, un Guerriero, un Eroe | La tomba 36 della necropoli sabina di Eretum

Fara in Sabina, Sala Monte Frumentario
dal 7 novembre 2009 al 14 febbraio 2010

Sullo scorcio del VI secolo a.C., quando la cacciata dei re da Roma provocò gravi sconvolgimenti politici che portarono al crollo della supremazia della città, per i centri della Sabina tiberina si aprirono nuove prospettive. Ad Eretum, stretta da secoli fra la spinta espansionistica romana e la potente città sabina di Cures, salì al potere un personaggio eccezionale.

corredo tomba 36 eretum

La sua tomba, scoperta nel 2005, va contro tutte le tradizioni delle aristocrazie sabine: le dimensioni colossali – quattro vani per una sola persona -, i calderoni di bronzo allineati come in un santuario, l’uso di simboli regali arcaici e desueti come il carro da guerra e il trono a schienale ricurvo, la cremazione dei resti del defunto, sono tutti segni di un culto eroico a lui tributato al momento della morte.

La tomba 36 della necropoli di Colle del Forno, già al momento della sua individuazione tramite prospezioni geofisiche, è apparsa come una struttura eccezionale, in primo luogo per le sue dimensioni. In un panorama dominato da tombe di apparato modesto, con una sola piccola camera provvista di loculi sulle pareti, spesso reimpiegati più volte in modo da protrarne l’uso per diverse generazioni, l’immenso complesso formato da un enorme atrio scoperto, tre camere, e un corridoio d’accesso lungo più di 26 metri, rappresenta una anomalia che fu chiaramente cercata già fin dalla sua costruzione.

trono tomba 36 eretum

Lo scavo ha confermato pienamente la particolarità di questa tomba colossale, che fu concepita per ospitare le spoglie di una sola persona. Nella camera di fondo si apriva un solo loculo, che conteneva le ceneri del defunto, raccolte in una cassetta di legno, entro un panno ricamato d’oro; ai suoi lati, due calici già molto antichi al momento della morte del personaggio, evidentemente reliquie venerate di qualche antenato.

La grande camera conteneva solo il trono in terracotta e le armi del defunto; ai piedi del trono, un piccolo vaso votivo resta a testimonianza delle cerimonie svolte al momento della sepoltura. La camera sinistra conteneva un carro da guerra; i cavalli che lo avevano trainato furono sacrificati nell’atrio, e i loro corpi travolsero le cinque anfore in ceramica lì deposte: vasi apparentemente modesti, ma che in realtà dovevano avere un valore per il loro contenuto e per la provenienza di tre di queste da lontane terre del Mediterraneo orientale. Nella camera destra, una fila di grandi recipienti di bronzo conteneva ulteriori offerte alimentari al defunto. Un secondo trono in terracotta, sopra il tetto della tomba, ne segnalava la presenza ai posteri.

La tomba fu riaperta per un secondo defunto, una donna, deposta su un letto di legno lungo la parete destra della camera di fondo; questo intervento provocò il crollo del soffitto e di una parete della camera, che furono rappezzati in modo sommario. Nel corso dei lavori, gli oggetti contenuti nella camera di fondo e nell’atrio furono infranti e in parte dispersi.

Tutti gli aspetti della deposizione originaria costituiscono una deviazione esplicita dalle tradizioni funerarie delle aristocrazie sabine dell’epoca: la tomba individuale, l’incinerazione, la presenza di materiali di corredo, tra i quali oggetti ormai desueti, come il carro e il trono, quest’ultimo di un tipo riservato da generazioni solo a divinità, eroi e altri personaggi sovraumani.

Sono segnali degli onori inconsueti tributati al defunto, riconoscimento del ruolo che aveva ricoperto in vita: si tratta senz’altro di un sovrano, vissuto in un’epoca, la fine del VI secolo a.C., nella quale il crollo del sistema di alleanze su cui aveva poggiato la supremazia di Roma nella regione provocò un vuoto di potere propizio alla ricerca di nuovi assetti politici e istituzionali, talora sotto il segno di figure emergenti, che spesso paludano la novità del loro potere sotto il mantello di un recupero di tradizioni ancestrali. Quando questo re di Eretum venne a mancare, nessuno poteva ancora sapere che il suo successo sarebbe stato effimero, e la sua sepoltura assunse i toni di un rituale di culto eroico.

Enrico Benelli

http://www.sabinideltevere.it/ita/2009/11/07/un-re-un-guerriero-un-eroe-la-tomba-36-della-necropoli-sabina-di-eretum/

Info:
Museo Archeologico di Fara Sabina
www.sabinideltevere.it

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