Medioevo
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Trieste, Castello di San Giusto, 30 luglio 2008 - 25 gennaio 2009
San Giusto torna alle proprie origini. Il castello che, con l’omonima Basilica domina la città di Trieste e che di Trieste è simbolo, in questi anni è stato oggetto di un radicale intervento di restauro, intervento che può ora ritenersi quasi completato per l’intero “cuore” dell’antico complesso fortificato.

Basilica forense romana in piazza della Cattedrale,
sullo sfondo il Castello di San Giusto
“Medioevo a Trieste. Istituzioni, arte, società nel ‘300“: Trieste, Castello di San Giusto, dal 30 luglio 2008 al 25 gennaio 2009.
Orario: 9-19 da aprile ad ottobre; 9-17 da novembre a marzo;
Chiusure: 1/1, 6/1, 25 e 26/12.
Ingresso alla mostra e al Castello: intero euro 3,50; ridotto euro 2,50; servizio didattico euro 2,50
Per informazioni e prenotazioni: tel. 040-309362
Per presentare il castello ritrovato, l’Assessorato alla Cultura del Comune di Trieste, con il Servizio Bibliotecario Urbano, i Civici Musei di Storia e Arte, in collaborazione con l’Università degli Studi di Trieste-Dipartimento di Storia e Storia dell’Arte, ha programmato una grande mostra che consentirà di vedere e capire com’era Trieste in epoca medioevale, con particolare attenzione al Trecento, secolo che segnò in modo decisivo i destini di questa città.
Paolo Cammarosano, presidente del Comitato scientifico che ha coordinato l’iniziativa, rileva: “Lungo tutto lo svolgimento del secolo Quattordicesimo prese salda fisionomia una compagine di famiglie che organizzarono produzione di leggi e amministrazione della giustizia, difesa militare, gestione urbanistica e controllo del territorio, coordinamento tra economia pubblica ed economia privata. Il rapporto con l’autorità dei vescovi, rapporto antico ma sempre intenso, conobbe tensioni e riconciliazioni, mentre la chiesa cattedrale esprimeva una sua mirabile monumentalità. La produzione artistica si aperse agli influssi di Venezia e della Lombardia, il giuoco politico conobbe un continuo bilanciamento tra potenze esterne e più forti: Patriarcato di Aquileia, conti di Gorizia, Repubblica di Venezia, e i duchi d’Austria che infine vinsero”.
L’”operazione Medioevo” è scattata già nello scorso autunno: un iniziale convegno, svoltosi a Trieste nel novembre 2007, ha fatto il punto su tutte le questioni storiche e sociali, archeologiche e urbanistiche, artistiche e culturali.
Un “itinerario medievale” guiderà il visitatore nei luoghi topici del Medioevo triestino per tramite di un’apposita segnaletica, facendogli cogliere lo spessore medievale di una città che sarebbe stata sconvolta in età moderna dalla sua stessa espansione. Il percorso riveste anche una valenza squisitamente turistica. Infatti, oltre a possedere un carattere di scientificità, che lo colloca ad ogni effetto tra gli itinerari culturali di Trieste, si sviluppa dal Castello di San Giusto verso il centro città, attraversando luoghi caratteristici e suggestivi della città, solitamente poco frequentati, perché poco conosciuti e non facilmente raggiungibili.
Tutto ha il culmine in una mostra, “Medioevo a Trieste. Istituzioni, arte, società nel ‘300″, nella quale c’è un cuore, il castello di San Giusto, simbolo al tempo stesso di una alta sovranità e di una difesa verso l’esterno, e una diffusione attraverso itinerari nelle strade della città e in chiese e musei che non sono stati depauperati dei loro tesori ma sono inseriti nel percorso dell’esposizione.
Nel castello le immagini urbanistiche e le planimetrie, le opere d’arte, le oreficerie, le armi e le suppellettili di uso comune, le epigrafi e le monete si integreranno con una raccolta singolarmente ricca ed articolata di documenti scritti, dai più solenni codici ad atti di natura privata, lettere diplomatiche e registri delle pubbliche amministrazioni, non solo di Trieste ma anche di Venezia e delle cittadine del Patriarcato di Aquileia, così da dare un’immagine precisa dell’”esplosione documentaria” del tardo medioevo. È uno degli aspetti che integra a pieno titolo la storia di Trieste nella civiltà comunale italiana, in quel Trecento che vide in alcune città del nostro Paese produzioni letterarie ed artistiche di livello altissimo e risonanza universale ma ebbe il suo humus in una diffusa cultura, nelle tensioni sociali e politiche e nelle esperienze di governo che segnarono tutte le città. Per tutte il Trecento rappresentò una maturazione e uno snodo fondamentale verso i destini dell’età moderna. Trieste ne offre un caso al tempo stesso singolare ed emblematico.
“Finalmente - osserva l’Assessore alla Cultura Massimo Greco - una grande iniziativa dedicata ad un periodo che, per quanto riguarda Trieste, è stato meno approfondito rispetto ad altre epoche. La Trieste moderna e contemporanea infatti - con la sua peculiare, straordinaria, anche tragica vicenda - ha finito con l’assorbire attenzioni e passioni. Ma non si comprenderebbero tanti rilevanti aspetti della Trieste più recente senza un adeguato riferimento a un secolo-chiave come il Quattordicesimo”.
Il direttore dell’area Cultura e dei Civici Musei di Storia e Arte, Adriano Dugulin, e il direttore del Servizio Bibliotecario Urbano, Bianca Cuderi, che assieme a Paolo Cammarosano dirigono la mostra, dichiarano: “Attraverso le sezioni in cui sarà articolata la mostra si potrà conoscere la fisionomia del paesaggio urbano, la dislocazione degli insediamenti nel contado, il profilo di un’economia agricola intensamente orientata verso la risorsa vinicola. Verrà illustrata la struttura del Comune, con le varie magistrature che la componevano e le leggi che lo governavano. Attraverso gli Statuti, quelli del 1350 impreziositi da magnifici capilettera, i documenti della vita quotidiana - testamenti, patti dotali, contratti di locazione -, le cause civili e penali, i documenti espressi dalla Chiesa, le monete in circolazione all’epoca e le ceramiche utilizzate, si potrà capire come si vivesse allora a Trieste”.
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CAVALLO E CAVALIERE INSIEME PER SEMPRE IN UNA SEPOLTURA LONGOBARDA
E’ di pochi giorni fa la notizia del rinvenimento di una tomba longobarda nel corso di uno scavo nel parco di Villa Lancia a Testona, vicino a Moncalieri (TO), dove gli archeologi stanno riportando in luce uno dei più antichi insediamenti longobardi al di qua delle Alpi. La tomba si è rivelata molto particolare: lo scheletro appartiene ad un giovane di 25-30 anni, stando agli studi condotti dagli antropologi sui resti ossei, un cavaliere seppellito con gli oggetti che contraddistinguevano la sua attività militare, un coltello e una scramasax, una corta spada per il combattimento corpo a corpo. Ma ciò che ha stupito gli archeologi al lavoro è stato scoprire accanto allo scheletro del giovane i resti di un cavallo, il suo cavallo, secondo un rituale funerario per la verità alquanto inconsueto in Italia. E non è tutto: il cavaliere non è caduto in battaglia, come sarebbe naturale pensare, ma è deceduto per un ascesso alla mascella superiore, un’infezione facilmente curabile oggi, ma evidentemente non all’epoca, se ha potuto portarlo alla morte.
L’abitato scavato a Testona fornisce ogni giorno di più informazioni sul modo di vita e sull’organizzazione della società di questi gruppi che dal Danubio giunsero nella Pianura Padana. Esso era costituito da capanne in pietra e legno erette senza una precisa pianificazione ”urbanistica”, se così si può parlare a proposito di un villaggio. Aveva però un acquedotto particolarissimo, realizzato in tronchi di legno (rinvenuto in ottime condizioni dagli archeologi) collegato ad un pozzo che intercettava la falda freatica, da cui l’acqua veniva incanalata.
I ritrovamenti di età longobarda in territorio piemontese continuano a sorprendere e ad incrementare le nostre conoscenze su questo popolo, oggi sempre più noto al grande pubblico anche grazie ad una mostra sui Longobardi che si è tenuta di recente a Torino.
Marina Lo Blundo
Comunicare l’archeologia
Prato, 27 mar. - Una necropoli e alcune vestigia architettoniche, risalenti al tardo medioevo, costituiscono alcuni degli eccezionali ritrovamenti relativi alla campagna di scavo e ricerca effettuata dall’Università di Pisa su incarico del Comune di Cantagallo con il sostegno della Provincia di Prato. I risultati delle indagini saranno presentati domani, venerdì 28 marzo, alle ore 11.30 nella sede della Provincia di Prato (via Ricasoli 25 - I piano sala giunta).

Rocca di Cerbaia (foto www.castellitoscani.com)
All’incontro con i giornalisti parteciperanno con il sindaco di Cantagallo, Ilaria Bugetti, e il presidente della Provincia, Massimo Logli, la soprintendente per i Beni architettonici ed artistici, Paola Grifoni; Marco Milanese, docente di archeologia medievale dell’Universita’ di Pisa e Gabriele Gattiglia, archeologo.
E’ previsto, di seguito alla conferenza stampa un sopralluogo alla Rocca di Cerbaia.
Fonte:
http://it.notizie.yahoo.com/ad … -presenta-0fecfd5.html
Giovedì 20 marzo 2008 alle ore 17 nel Salone de’ Cinquecento di Palazzo Vecchio, a Firenze, si terrà un incontro dedicato al Medioevo per ricordare Riccardo Francovich a un anno dalla sua scomparsa: un omaggio che Firenze, la Toscana e l’Italia devono a questo grande archeologo.
All’incontro, organizzato da Archeologia Viva con il Patrocinio del Comune di Firenze, partecipano Sauro Gelichi, Richard Hodges, Antonio Paolucci, Piero Pruneti e Guido Vannini.
L’ingresso è libero.
Oggi presentiamo un articolo in inglese sulle recenti scoperte archeologiche effettuate durante lo scavo della nuova linea metropolitana di Roma. Secondo quanto riportato sono emersi dal sottosuolo della capitale una bottega del rame del sesto secolo, delle cucine medioevali con tanto di “corredo” di pentole e padelle e i resti di palazzi rinascimentali. Purtroppo non siamo riusciti a trovare riscontro sulla stampa italiana e quindi riportiamo la notizia dal sito della Associated Press.

ROME (AP) — A sixth-century copper factory, medieval kitchens still stocked with pots and pans, and remains of Renaissance palaces are among the finds unveiled Friday by archaeologists digging up Rome in preparation for a new subway line. Archaeologists have been probing the depths of the Eternal City at 38 digs, many of which are near famous monuments or on key thoroughfares.
Over the last nine months, remains — including Roman taverns and 16th-century palace foundations — have turned up at the central Piazza Venezia and near the ancient Forum where works are paving the way for one of the 30 stations of Rome’s third subway line.
“The medieval and Renaissance finds that were brought to light in Piazza Venezia are extremely important for their rarity,” said archaeologist Mirella Serlorenzi, who is working on the site.
Serlorenzi said that among the most significant discoveries in a ninth-century kitchen were three pots that were used to heat sauce. Only two others had been found previously in Italy.
The copper factory “factory” was used to work on copper alloys, and it consisted of small ovens, traces of which can be seen. Small copper ingots were found and are being analyzed.
The archaeological investigations are needed only for stairwells and air ducts, as the 15 miles of stations and tunnels will be dug at a depth of 80 to 100 feet — below the level of any past human habitation, experts said.
However, most of the digs still have to reach the earth strata that date back to Roman times, where plenty of surprises may be waiting. That may create problems between planners and conservationists, officials said.
“It is impossible that there will not be situations of conflict. We know that in some cases the conflict will create a removal of ancient ruins,” Rome’s archaeological superintendent Angelo Bottini told The Associated Press.
Under Italy’s strict conservation laws, it will be up to Bottini’s office for Rome to decide whether a find will be removed, destroyed or encased within the subway’s structures.
Countless public and private works have been scrapped over the years in Rome and across Italy, and it is not uncommon for developers to fail to report a find and plow through ancient treasures.
Rome’s 2.8 million inhabitants can rely on just two subway lines, which only skirt the center and leave it clogged with traffic and tourists.
Plans for a third line that would serve the history-rich heart of Rome have been put off for decades amid funding shortages and fears that a wealth of discoveries would halt work.
The $4.6-billion project is due for completion in 2015, but parts of the line are scheduled to open in 2011, with high-tech automatic trains to transport 24,000 passengers per hour.
3 comments arjuna | Epoca Romana, Medioevo, Nuovi Ritrovamenti, Scavi
Fino al 1 maggio 2008 sarà visitabile in Castello, Museo Archeologico, la mostra archeologica dal titolo “I Goti dall’Oriente alle Alpi”.
La mostra, che presenta reperti scavati di recente in Slovenia, Austria e Friuli, ha luogo nel paese presso cui da una decina di anni si svolgono indagini archeologiche da parte della Società friulana di archeologia e dei Musei Civici di Udine.
Gli scavi hanno interessato il sito del Castello Superiore, documentato come esistente nel XII sec. ma probabilmente sorto su un sito già abitato nell’alto medioevo, ed il colle di S. Giorgio, ove nella prima metà del VI sec. vi fu un insediamento che si ha motivo di ritenere abitato da Goti.
Ad essi portano, monete, armi, la scelta del luogo impervio e fortificato ed il fatto che l’insediamento venne abbandonato verso la metà del VI sec., presumibilmente in seguito alle vicende della guerra greco-gotica.
Le notizie sugli scavi e sul sito si possono leggere negli ultimi numeri dei “Quaderni friulani di archeologia” e nel volume “I Goti nell’arco alpino orientale”, edito dalla Società friulana di archeologia.
Nell’occasione si presentano reperti provenienti da più siti della Slovenia, tra l’altro anche dalla nota necropoli di Dravlje presso Lubiana, e dall’importante necropoli austriaca di Globasnitz, ai piedi dell’Hemmaberg, ove nel VI sec. sorgeva un insieme di chiese (forse cattoliche ed ariane, proprie dei Goti) probabilmente a formare un centro di pellegrinaggio.
Sono visibili anche alcuni resti umani con la caratteristica deformazione dei crani, tipica di molte popolazioni orientali, fatta propria anche dai Goti prima della loro completa acculturazione.
La mostra: L’esposizione presenterà al pubblico, per la prima volta, i reperti rinvenuti nei recenti scavi presso la chiesa di S. Giorgio ad Attimis, attualmente l’unico sito in regione che ha restituito testimonianze di epoca gota, riferibili ad una postazione fortemente militarizzata. Oltre a questi vi si potranno ammirare importantissimi reperti provenienti dalla Slovenia e dalla Carinzia, zone con cui il sito locale trova significativi riscontri per la tipologia insediativa.
Fonte:
Con la rinnovata collaborazione e con la Direzione del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara 2008, il Gruppo Archeologico Ferrarese organizza una serie di conferenze sui temi dell’archeologia e la storia del territorio.
Inaugurerà la serie di conferenze questo pomeriggio alle 17 il prof. Alberto Andreoli, nel Salone delle Carte Geografiche del Museo Archeologico Nazionale, via XX settembre, 122, con la conferenza sul tema “Goti, Langobardi e Bizantini nella valle del Po”, utile per chi volesse conoscere di più i barbari e prepararsi a visitare Monza ed il suo splendido Museo, ampliato e rinnovato.
Fonte:
http://www.estense.com/?module=displaystory&story_id=32778&format=html
Modena, febbraio 2008 - Un ritrovamento definito eccezionale dalla soprintendenza che - assieme alla speranza di una ricostruzione anche parziale del monumento - riapre una ferita mai sanata nella storia modenese. Gli scavi archeologici nella Chiesa di San Francesco hanno portato al recupero di 440 frammenti del monumento funebre Belleardi, opera di Antonio Begarelli (1499-1565). Alla luce sono rinvenuti frammenti di due cartigli iscritti, pezzi di ghirlande con frutti e foglie d’alloro, brandelli di vesti ed ali degli angeli, parti del busto del Cristo Risorto, una porzione di toga con un fermaglio dorato e le zampe leonine che fungevano da appoggio all’arca funeraria. E infine lui, “… coperto il capo con un berretto, … ad occhi chiusi in atto di darsi un placidissimo sonno…”, il volto di Francesco Belleardi.

Il volto di Francesco Belleardi
(fonte: www.archeobologna.beniculturali.it)
A due secoli dalla sua distruzione, è così possibile rivedere quel volto: il monumento funebre, terminato nel 1529 dal celebre plasticatore modenese ricordato da Michelangelo ma oggi sconosciuto ai più, era stato demolito a martellate dalle truppe di napoleone nel 1807, dopo aver ridotto la chiesa a stalla per la cavalleria di passaggio. “L’episodio - sottolinea Daniela Ferriani della Soprintendenza per il patrimonio storico e artistico di Modena - è paradigmatico di quanto si legge nei manuali sugli scempi prodotti nelle chiese italiane dalle milizie francesi. I frammenti ritrovati dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna sotto il pavimento, testimoniano la ‘perizia’ con cui il martello francese li ridusse al minimo delle dimensioni, ottimali affinché il massetto pavimentale con essi realizzato lasciasse scolare meglio l’urina dei cavalli”.
Chi sia stato Antonio Begarelli, artista fuori Modena oggi poco noto ai più, lo lasciamo dire a Michelangelo che, secondo quanto riportato nelle “Vite” del Vasari, “passando da Modena, vedde di mano di maestro Antonio Bigarino modanese, scultore, che aveva fatto molte figure belle di terra cotta e colorite di colore di marmo, le quali gli parsono una eccellente cosa; e perché quello scultore non sapeva lavorare il marmo, disse (Michelangelo, ndr): «Se questa terra diventassi marmo, guai alle statue antiche»”. (Le Vite di Giorgio Vasari, volume VI, Edizione Giuntina, Vita di Michelagnolo Buonarruoti Fiorentino pittore scultore et architetto).
Il monumento coroplastico commissionato da Giacomo Belleardi ad Antonio Begarelli era considerato una delle sue opere più pregevoli nonché uno dei rari monumenti funebri realizzato dallo scultore modenese. Ritraeva il fratello di Giacomo, Lionello, ed il loro padre Francesco. La statua di Francesco era posta sul coperchio dell’arca funeraria; il padre era ritratto con tutti i segni della vecchiaia, gli occhi chiusi, il capo - coperto da un berretto - appoggiato alla mano sinistra mentre con la destra reggeva una borsa, simbolo della sua professione di banchiere. Seduto accanto all’arca, il figlio Lionello indossava una toga dottorale, tenendo fra le mani un codice, allusivo alla sua professione di giureconsulto.
Nella parte superiore della composizione il complesso statuario era arricchito dalla figura del Cristo Redentore, seduto, il braccio destro levato in atto benedicente, la mano sinistra a reggere una croce; ai suoi piedi, due putti emergenti a mezzo busto dalle nubi mentre due angeli a figura intera, ciascuno con un cartiglio recante un motto relativo alla morte del giusto, erano posti ai lati della composizione. Una nicchia ad arco accoglieva la figura del Cristo Risorto benedicente ai cui piedi stavano due angioletti ridenti aggrappati ad una nube. Ai lati della nicchia, altri due angeli con grandi ali e lunga veste reggevano un cartiglio che alludeva alla morte dei giusti. Di questo monumento, collocato sulla parete sinistra della chiesa e grandemente elogiato nei secoli, erano noti finora solo tre frammenti, il busto di Lionello Belleardi e la testa di un angioletto esposti nella Galleria Estense di Modena e una seconda testa di angelo conservata al Museo Civico di Modena.
Il recente rinvenimento è dunque ritenuto “un fatto assolutamente straordinario”. Gli scavi, condotti tra settembre e dicembre 2007 in seguito ai lavori di consolidamento statico della chiesa che hanno portato anche alla rimozione del pavimento, hanno individuato 33 sepolture contenenti diversi reperti di interesse archeologico, quali rosari, medagliette, anelli, targhette in piombo ed in bronzo e numerosi spilli. Dalla sottofondazione dei livelli pavimentali più antichi provengono inoltre numerose monete bassomedievali e un singolare sigillo papale in piombo riferibile a colui che, secondo numerose fonti, fu l’unico papa dimissionario della storia, Celestino V.
Fonti:
http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/modena/2 … rcheologici.shtml
http://www.archeobologna.beniculturali.it/mode … vo_07.htm
[Savona] - Oggi (20 dicembre 2007) alle ore 16.30, presso la Sala conferenze della Pinacoteca Civica (Palazzo Gavotti - Piazza Chabrol), si terrà una conversazione a più voci su: “L’antica cattedrale dell’Assunta al Priamàr: ricerche archeologiche e testimonianze artistiche” con interventi di Carlo Varaldo, Rita Lavagna, Paolo Ramagli.
L’incontro, aperto alla cittadinanza, è organizzato dal Civico Museo Archeologico di Savona e dall’Istituto Internazionale di Studi Liguri in collaborazione con la Pinacoteca Civica e sarà articolato in tre momenti:
Nell’occasione si terrà una visita guidata alla mostra “Il Rinascimento visto da vicino” a cura di Eliana Mattiauda, nel corso della quale sarà possibile ammirare il polittico di Vincenzo Foppa e Ludovico Brea, che era collocato sull’altare maggiore del Duomo medievale e che ritornerà, fra qualche mese, nell’Oratorio di N. Signora del Castello.
Da più di due mesi si scava nell’area dell’antica Cattedrale all’interno della Fortezza del Priamàr. Si tratta di un’impegnativa ricerca archeologica (che si avvale di un contributo della Fondazione “A. De Mari” Cassa di Risparmio di Savona) che riprende, a distanza di oltre cinquant’anni dai primi interventi di scavo, le indagini su quella che è stata, per tanti secoli, la chiesa matrice della diocesi savonese. L’iniziativa è dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri che opera, in collaborazione con l’Università degli Studi di Genova (cattedra di Archeologia Medievale) e il Civico Museo Archeologico, su autorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
La campagna di questi mesi, preliminare a indagini su vasta scala che si realizzeranno nei prossimi anni, ha comportato la documentazione delle emergenze monumentali conservate, con l’individuazione delle strutture medievali della chiesa tutt’ora visibili all’interno dei successivi interventi militari cinque e seicenteschi nonché l’apertura di un ampio scavo nell’area centrale del complesso religioso, dove venne costruita, nel XVI secolo, la cosiddetta Abitazione del Commissario della Cittadella, poi trasformata, nel VII secolo, nella Casa dei Colonnelli.
Oltre ad una ricca documentazione sulla struttura dell’edificio militare e sulla vita della fortezza genovese (con numerosi reperti relativi all’armamento, alle divise e agli oggetti usati dalla guarnigione), queste prime indagini archeologiche hanno permesso di recuperare, fra i materiali riutilizzati per la costruzione seicentesca, quella che a tutt’oggi rappresenta la più antica testimonianza dell’antica Cattedrale savonese. Si tratta di un pilastrino marmoreo appartenente all’arredo liturgico della chiesa altomedievale che, sulla base degli eleganti decori scolpiti, può essere datato alla seconda metà dell’VIII secolo.

Pilastrino marmoreo decorato (foto www.ivg.it)
La chiesa altomedievale venne ristrutturata in età romanica e arricchita grazie agli importanti interventi promossi, tra XV e XVI secolo, dai due papi savonesi Sisto IV e Giulio II, per essere demolita nel corso del XVI secolo a seguito della costruzione dell’imponente fortezza genovese del Priamàr.
Sulla base di alcune descrizioni del primo Cinquecento è stato possibile proporne una ricostruzione attendibile. Si trattava di una chiesa di grandi dimensioni, con l’abside a picco sul mare; sulla facciata della chiesa sopra la porta principale era inserita nel timpano una lunetta in pietra nera dorata raffigurante l’Assunta con Apostoli e Angeli, oggi conservata nel nuovo Duomo, così come si possono ammirare in Duomo altre importanti testimonianze artistiche: il fonte battesimale, il pulpito marmoreo, il coro con gli stalli lignei, mentre altre importanti opere d’arte, come il polittico dell’altare maggiore, opera di Vincenzo Foppa e Ludovico Brea, e gli stalli lignei del primitivo coro, sono conservati in alcuni oratori della città.
L’assessore alla cultura Ferdinando Molteni: “Ancora una volta il Priamàr svela un pezzetto della sua storia. Sapevo che la campagna di scavi nell’area della cattedrale avrebbe portato qualche risultato importante e la conferma è arrivata puntualmente. Il sottosuolo del Priamàr è lo scrigno della storia savonese e sono grato al professor Carlo Varaldo e agli straordinari archeologi e studiosi dell’Istituto internazionale di studi liguri per il lavoro che stanno facendo”.
1 comment arjuna | Conferenze, Medioevo, Nuovi Ritrovamenti, Scavi, Visite
Il Sacro Convento di San Francesco, l’Istituto Centrale per il Restauro e l’ENEA hanno il piacere di annunciare la presentazione del volume edito dalla De Luca Editori D’Arte:
“Giotto com’era”
Il colore perduto delle Storie di San Francesco nella Basilica di Assisi
Mercoledì 28 novembre 2007 alle ore 17
Ex Chiesa di Santa Marta al Collegio Romano
Piazza del Collegio Romano, 5
ROMA
Introducono:
Caterina Bon Valsassina, Padre Pasquale Magro
Presentano:
Francesco Negri Arnoldi, Marisa Tabasso, Bruno Toscano
Saranno presenti gli autori:
Giuseppe Basile, Fabio Fernetti, Pietro Moioli, Angelo Rubino, Paola Santopadre, Claudio Seccaroni
Modera:
Fabio Isman, inviato speciale de “Il Messagero”
Concludono:
Danielle Gattegno Mazzonis, Luigi Paganetto
La presentazione del libro “Giotto com’era” è l’occasione per illustrare i risultati ottenuti con gli interventi di recupero artistici e architettonici svolti dall’Istituto Centrale Restauro, dalla Soprintendenza ai Beni ambientali e architettonici e dall’ENEA sulla Basilica di San Francesco ad Assisi, gravemente danneggiata dal tragico terremoto del settembre 1997.
Il libro presenta le 28 tavole che riportano scene della vita di San Francesco, ognuna delle quali viene proposta in due versioni, che mettono a confronto quella relativa allo stato attuale e quella contenente l’ipotesi ricostruttiva.
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