Mala Archeologia

Denunciare i casi di degrado ai danni di monumenti archeologici dà i suoi frutti: una conferma da Verona

L’anno scorso la rivista Archeologia Viva aveva pubblicato una mia lettera nella quale denunciavo un caso di degrado e cattiva conservazione ai danni di un monumento importante nel centro di una città d’arte com’è Verona, ovvero l’Arco dei Gavi. Questi alcuni tratti della mia lettera:

Egregio Direttore, un caso di vandalismo ai danni di un monumento archeologico in cui mi sono imbattuta a Verona mi fa riflettere sulle carenze della comunicazione archeologica.
Si tratta dell’Arco dei Gavi, un raro esempio di monumento onorario dedicato a privati cittadini, la gens Gavia, costruito nel I sec. d.C. lungo la via Postumia. Una delle due facce principali in bella pietra bianca veronese è stata imbrattata dalle firme di writers che vi hanno visto niente più che un ottimo sfondo.
è un atto che può suscitare scandalo, ma ancora di più lo suscita l’assenza dell’Amministrazione, che in un una città d’arte come questa immaginavo sensibile al buono stato del patrimonio.
L’Arco, che sorge vicino a Castelvecchio e che quindi, tra l’altro, si trova lungo un percorso frequentato dai turisti, non è neppure segnalato. L’atto dei writers rivela ignoranza, ma la disattenzione del Comune come la dobbiamo chiamare?
Non è possibile che una comunità  viva accanto ai propri monumenti senza la minima informazione. In questo modo si vedono solo degli oggetti, degli spazi, che il cittadino percepisce come “non suoi”, come bene rileva Andreina Ricci nel suo libro “Attorno alla nuda pietra”. Il quadro che l’archeologa presenta per Roma si adatta benissimo a tutta la realtà italiana, costellata di siti recintati e sconosciuti ai più, di monumenti estranei a chi vi passa accanto ogni giorno.

Marina Lo Blundo
Progetto “Comunicare l’archeologia”
http//megablog.it/comunicarelarcheologia

ed ecco la risposta:

Cara Marina, approvo in pieno le sue considerazioni e deduzioni. Il rispetto ambientale – che si parli di natura o di monumenti poco cambia – può scaturire solo da una permanente azione educativa. Non esiste coscienza senza conoscenza.
Non si rispetta – come hanno fatto i nostri writers – quello che non si capisce.
è chiaro che per avere buoni allievi occorrono buoni insegnamenti, ovvero un sistema informativo ben congegnato, fatto di scuola capace, di media sensibili, strutture sociali attente e, certo, di segnaletica capillare.
La Redazione di Archeologia viva

Questa lettera, e il tam tam che si sviluppò poi su internet, grazie ad un blogger che riportò la notizia sul suo sito (www.veja.it) interamente dedicato alla città di Verona, fece muovere qualcosa: un’indagine dei Carabinieri, per esempio, che dopo circa un anno dalla pubblicazione della lettera si è conclusa con un’operazione che ha identificato i writers autori delle scritte imbrattatrici non solo sull’Arco dei Gavi, ma anche su altri palazzi e monumenti veronesi.

L’articolo è il seguente:

DANNEGGIAMENTI. I carabinieri di Grezzana e Verona hanno chiuso un´operazione iniziata nel mese di gennaio
Scritte sui palazzi, venti «graffitari» denunciati
di Fabiana Marcolini

“C’è scritta e scritta. Da quella che esprime il disappunto politico, al messaggio d´amore condiviso, dal murales alla firma del gruppo che ha il duplice scopo di far sapere che di lì è passato e, soprattutto, che esiste. Il tutto a scapito, troppo spesso, di mura con valore storico e artistico, come l´Arco dei Gavi o il monumento dedicato a Lombroso su cui campeggia la scritta «amen». Una, dieci, circa un centinaio le sigle che da almeno due anni compaiono su palazzi, muri, case abbandonate, in centro storico come in periferia e nelle scuole. Da Grezzana, comune della Valpantena da cui è partita l´indagine, fino a San Zeno e allo stadio passando al setaccio quasi ogni via della città. «Valpantena writers», così si chiama l´operazione che all´alba di ieri ha portato i carabinieri in 20 abitazioni per sequestrare bombolette, pc, quaderni e disegni, non è ancora finita. Ieri pomeriggio altre perquisizioni, tre, e altrettante denunce per danneggiamento aggravato.”

Riguardo l’Arco nello specifico l’articolo dice:

“ARCO DEI GAVI. Rappresenta la «lavagna» sui cui hanno scritto tutti. Uno scempio, una sfida resa ancor più allettante, probabilmente, dal fatto di essere monitorato e ripulito costantemente, ma a spese dei contribuenti.”

Questo dell’arco dei Gavi è solo un esempio in un mare di possibilità che ci sono offerte di far sentire la nostra voce di cittadini indignati (non necessariamente di addetti ai lavori). La salvezza del nostro patrimonio parte da noi, solo ed esclusivamente da noi cittadini, che ne siamo i veri fruitori. Basta semplicemente portare all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di mala archeologia, e sarà già stato fatto un primo passo per la salvaguardia del nostro Patrimonio.

Il nostro Patrimonio può essere custodito e preservato anche da noi. Il caso dell’arco dei Gavi ne è la conferma.

Marina Lo Blundo
comunicare l’archeologia

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L”ISIAO (Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente) rischia di chiudere. On-line una petizione al presidente Napolitano

L’ISIAO, Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, rischia di essere abolito.

L’Istituto, ex ISMEO (Istituto per il Medio e Estremo Oriente) rappresenta il modo di far conoscere la ricerca Italiana nel mondo sostenendo, tra l’altro, importanti missioni archeologiche all’estero. Nasce grazie all’opera dell’insigne studioso Giuseppe Tucci che nella prima metà del Novecento compì numerose campagne archeologiche in Pakistan e Afganistan, promosse la fondazione dell’ISMEO, fu autore di numerosissime opere scientifiche, dirette non soltanto a lettori specialisti, e curò sempre le relazioni culturali tra l’Italia e i paesi asiatici, dove tenne, in India, Pakistan, Iran, Indonesia e Giappone, molte conferenze.

Tra le varie istituzioni correlate all’ISIAO si possono citare il Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, un archivio fotografico consistente in circa 12 mila fotografie realizzate dal Tucci e una biblioteca, donata sempre dal Tucci, che raccoglie 25 mila volumi, tra testi tibetani, manoscritti in sanscrito e libri antichi.

Oggi quest’istituzione rischia di cessare la sua esistenza e con essa la ricerca scientifica e archeologica ad essa connessa. Per evitare che ciò accada sul sito internet dell’Istituto è possibile firmare una lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Già molti sono i nomi illustri del mondo accademico, e non solo (rappresentanti di organi di informazione, di istituti di cultura, di Università in Italia e in tutto il mondo, ma anche privati cittadini) che si sono mobilitati e hanno firmato.

Questo l’indirizzo:

http://www.giuseppetucci.isiao.it/

Se pensiamo che l’associazione nacque proprio per prestigio e per propagandare la ricerca archeologica italiana all’estero, è davvero una vergogna che oggi si debba giungere a questa triste conclusione.

Marina Lo Blundo
comunicare l’archeologia

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Sempre in allerta contro i ladri d’arte

Un allarme lanciato da un giornalista del quotidiano La Stampa invita a tenere gli occhi aperti su un problema che affligge il nostro patrimonio culturale, non sempre protetto come dovrebbe essere. Il tema, delicato e ahimé attuale, è quello dei furti di opere d’arte, spesso fatti su commissione, e che hanno comunque per fine la vendita della refurtiva sul mercato clandestino a collezionisti senza scrupoli. L’articolo della Stampa si occupa della situazione del Piemonte dove, nonostante sembrino calare le denunce, aumenta tuttavia il numero delle opere trafugate, segno che il business del mercato illecito dell’arte è ben attivo e interessato. I musei al momento sembrano non essere toccati dai furti, mentre le chiese subiscono vere razzie e spesso i privati sono presi di mira. Occorre anche dire che accanto ad associazioni organizzate di “professionisti” del furto su commissione, operano dilettanti più o meno allo sbaraglio, che nella peggiore delle ipotesi, oltre a non rendersi conto del reale valore dell’opera, rischiano di danneggiarla.

Il discorso fatto per il Piemonte vale per tutta l’Italia, dove ogni anno vengono trafugate Dio solo sa quante opere tra oggetti d’arte, statue, dipinti, affreschi, rilievi, veri e propri pezzi archeologici, per essere rivenduti sul mercato clandestino. Sulle pagine di Archeoblog è stata data attenzione ad alcuni casi di ritrovamenti eccellenti, come quello del dipinto parietale di paesaggio proveniente da Pompei, o del cratere di Euphronios che prima di essere acquistato dal Metropolitan di New York era stato trafugato da una tomba di Cerveteri. Inoltre ultimamente si è riusciti a recuperare alcuni pezzi di pregio, come un sarcofago da Ostia con rappresentazione delle Muse, salvato prima che fosse piazzato sul mercato. Ma spesso ahimè si arriva tardi: è il caso, che è saltato agli onori della cronaca poco tempo fa grazie ad una segnalazione di Striscia la Notizia, di parti di affreschi di santi tagliate via dalla parete sulla quale erano dipinte in una chiesa bizantina scavata nella roccia nel Casertano. Sicuramente il fatto che sull’evento sia stata sollevata l’attenzione dei media (e che media!) non faciliterà la vendita di questi pezzi sul mercato clandestino. Ma è una magra consolazione, se si pensa al grosso danno al patrimonio che un atto del genere ha comportato.

E’ un bene, infine, che i media a livello nazionale (La Stampa, Striscia la Notizia) si occupino di questo tema: occorre sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del nostro patrimonio e sul rischio che deriva da atti illeciti di questo tipo. L’arte e l’archeologia sono la nostra cultura: perchè volerla rovinare con le proprie mani e volerla svendere, illegalmente, al primo offerente?

Marina Lo Blundo

Comunicare l’archeologia

per l’articolo completo de La Stampa vedi:

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200806articoli/7236girata.asp#

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In mostra a Castel Sant’Angelo i tesori recuperati

Nel clima della campagna di sensibilizzazione contro i furti di opere d’arte e di beni archeologici, e di esaltazione dell’operato delle Forze dell’Ordine impegnate nella tutela dei Beni Culturali, si inserisce anche la XXVII edizione della Mostra Europea del Turismo e delle Tradizioni Culturali. In una sezione della mostra infatti sono esposte opere recuperate grazie alle indagini e agli sforzi di Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia.

Tra i pezzi esposti vi sono vasi, teste virili, corredi funerari, ceramiche medievali, oltre a dipinti che vanno dal XV al XX secolo. Il lavoro delle Forze dell’Ordine ultimamente sta dando grandi risultati, sia per quanto riguarda le indagini relative ai pezzi scomparsi, che per quanto concerne il processo di restituzione delle opere da paesi stranieri. Un caso eclatante è ad esempio la testa di Faustina Maggiore, moglie di Antonino Pio, trafugata nel 1961 dall’area del teatro di Minturno e riapparsa sul mercato antiquario di New York nel 2007.

«La felicità di un ritorno», mostra aperta fino al 29 giugno 2008 a Castel Sant’Angelo (tutti i giorni 9-19, lunedì chiuso. Catalogo Gangemi).

Il cratere di Euphronios: odissea di un capolavoro

Il 17 gennaio scorso il cratere di Euphronios è finalmente stato restituito all’Italia dal Metropolitan Museum di New York, dove era esposto fin dall’11 settembre 1972, dopo che era stato asportato clandestinamente da una tomba di Cerveteri nel 1971.

Il cratere di Euphronios, che raffigura la morte di Sarpedon, figlio di Zeus, durante la guerra di Troia, è un pezzo fondamentale nella storia dell’arte greca, ed è ritenuto il più bello tra i 27 vasi dipinti che si attribuiscono al suo autore. Il suo ritorno in Italia assume quindi ancora più importanza, perché torna a casa un’opera d’arte fondamentale nel repertorio dell’arte e della cultura greca di età arcaica.

La restituzione del cratere è stata lunga e complessa: le indagini sono cominciate da subito, da quando uno degli scopritori del vaso, che aveva venduto ad un trafficante d’arte il prezioso reperto, denunciò l’accaduto. Ma nel frattempo il cratere era stato portato in Svizzera, dove gli era stata costruita una falsa documentazione che ne attestasse una diversa provenienza. Infine, dopo molti tentativi fu venduto al Metropolitan Museum di New York per un milione di dollari. Trent’anni dopo, finalmente si è potuta ricostruire l’intera vicenda, e si sono aperte così le pratiche per la restituzione. Oggi pertanto ci viene restituito un prezioso reperto, privo, però, del suo contesto originario: abbiamo così perso tutta una mole di informazioni relative al luogo di rinvenimento.

Purtroppo gli scavi clandestini hanno infatti depauperato Cerveteri e la sua necropoli, cancellando così una grandissima mole di informazioni per la ricostruzione storico-sociale della città etrusca e dei suoi rapporti con la Grecia. A proposito del cratere di Euphronios, quindi, si può parlare certo di “arte recuperata”, ma anche, ahimè, di “archeologia perduta”.

In ogni caso, oggi il cratere di Euphronios è a casa, grazie al lavoro e alla professionalità degli uomini del Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, che hanno ricostruito tutta la vicenda, assicurando alla giustizia i responsabili del commercio clandestino e premettendo così di ottenere la restituzione. Ora tocca stabilire dove il vaso troverà la sua definitiva sistemazione: Villa Giulia o Cerveteri? Sulla scelta peseranno fattori di ordine economico e turistico oltre che culturale: a Villa Giulia il cratere andrebbe ad arricchire una collezione che già di per sé è una tappa obbligata per gli amanti dell’arte etrusca e greca; a Cerveteri invece l’arrivo del vaso costituirebbe un cambiamento storico per la cittadina, che vedrebbe in esso un elemento catalizzatore per il turismo archeologico.

fonte: Il Carabiniere, aprile 2008

La più grande pittura pompeiana di paesaggio finora conosciuta rinvenuta in casa di Jacques Marcoux

Riportiamo all’attenzione dei lettori la recente notizia del ritrovamento di quella che è già stata definita “la più grande pittura pompeiana di paesaggio finora conosciuta“. Ritrovamento effettuato non, come si potrebbe immaginare, in una recente campagna di scavo, ma, come troppo spesso accade, nella casa di un noto collezionista d’arte parigino. L’affresco è attualmente visibile all’interno della mostra “Rosso Pompeiano“, Palazzo Massimo alle Terme – Largo di Villa Peretti, 1 – Roma (Orari: Martedì – domenica 9,00 – 19,45. Chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1 gennaio | Periodo: fino al 1 giugno 2008 | Ingresso: Intero: € 10,00; ridotto: € 6,50).

Roma, 27 mar. – (Adnkronos Cultura) – Un santuario campestre con statue di bronzo e marmo, un satiro su mulo tipico del corteo di Dioniso, una figura umana che compie un sacrificio su un altare, un secondo edificio con scale e porticato e pergole con uva: questi gli elementi riconoscibili, tutti riconducibili al mondo dionisiaco, che emergono dai frammenti che compongono quella che può ritenersi “la più grande pittura pompeiana di paesaggio finora conosciuta“, come ha spiegato all’Adnkronos Cultura Stefano De Caro, direttore generale per i Beni Archeologici del ministero per i Beni e le Attività Culturali, presentando oggi l‘affresco pompeiano, trafugato negli anni Settanta, illecitamente venduto e quindi finito all’estero, rinvenuto nel febbraio del 2008 dal Gruppo Tutela Patrimonio Archeologico della Guardia di Finanza.

L’affresco, del I secolo d.C., è attualmente affidato in giudiziale custodia a Palazzo Massimo di Roma ed esposto, a partire da oggi, nella mostra “Rosso Pompeiano”, aperta al pubblico fino al 1 giugno. Si tratta di un’opera eccezionale per le grandi dimensioni di 295 cm x 150 cm (solitamente i paesaggi pompeiani sono di dimensioni ridotte perché si inseriscono all’interno di decorazioni parietali più ampie) ed era stato sottratto negli anni Settanta insieme con altro materiale storico-archeologico proveniente dal saccheggio di siti campani.

L’affresco è stato rinvenuto nella casa parigina “del noto collezionista ed editore francese Jacques Marcoux - ha spiegato il Capitano Massimo Rossi, del gruppo Patrimonio Archeologico Guardia di Finanza – dopo una lunga indagine iniziata a Roma e che riguardava i traffici illeciti dei tombaroli che scavavano nella zona di Ceri e Cerveteri. Le opere trafugate venivano immesse sul mercato clandestino attraverso antiquari compiacenti, e proprio nella casa di uno di questi antiquari è stata rinvenuta la documentazione dell’affresco pompeiano, venduto 15 anni prima e rimasto dal 1982 al 1986 nel porto franco di Ginevra”.

Di questo straordinario affresco pompeiano, purtroppo ridotto in frammenti, purtroppo non si conosce l’esatta provenienza. “La persona che ha compiuto il furto negli anni Settanta è morta negli anni Ottanta – ha spiegato il Capitano Rossi – anche se la documentazione che accompagnava l’affresco lo faceva risalire al sito campano di Oplontis (città romana corrispondente all’attuale Torre Annunziata ndr)”.

Quello che sembra certo, per il momento, è che l’affresco provenga dall’area vesuviana, perché “i frammenti che lo compongono si possono chiaramente far risalire al ‘Quarto stile‘, prevalente dopo il terremoto, con i suoi repertori standardizzati – ha aggiunto il direttore De Caro – proviene quasi sicuramente da una grande villa privata della quale forse decorava la parete del giardino. Non ritengo che sarà impossibile rintracciare l’edificio di provenienza e, magari, ritrovare anche i frammenti mancanti”.

Nel frattempo, i restauratori hanno parlato della necessità di procedere con la pulitura dei frammenti e magari con il reintegro delle parti mancanti ad acquerello o affresco, ma anche studiare meglio il posizionamento dei frammenti che non necessariamente potrebbe essere quello giusto. “Al termine della mostra - ha aggiunto il Capitano Rossi – è lecito pensare che l’affresco possa tornare subito alla soprintendenza competente“. (fonte: http://www.adnkronos.com/)

Michele Tosto sul lavoro dell’archeologo: “Archeologia: mestiere o diletto?”

“Chi almeno una volta nella sua vita non ha sognato di fare l’archeologo?”. Incomincia così, con un sogno comune a tanti bambini, il “pezzo” di Michele Tosto pubblicato ieri (06/02/08) su rivistaonline.com. Molti lo abbandonano crescendo, per altri il sogno lascia spazio alla speranza. Speranza di poter trasformare la passione in professione. Leggendo l’articolo si scopre come, purtroppo, questo capiti molto raramente.

Il panorama lavorativo che ci viene presentato è dei peggiori. “Archeologia d’emergenza è l’ambito nel quale moltissimi giovani laureati in discipline archeologiche esercitano la professione per i primi anni, spesso fino a quando non decidono, stremati, di abbandonare ogni speranza e rivolgersi altrove. [...] Per i giovani laureati la strada è spesso lunga e in salita e le loro possibilità di riuscita talmente vaghe che viene lo sconforto solamente a pensarlo. I giovani archeologi – spesso laureati e altamente specializzati – divengono facilissima preda di certe cooperative archeologiche (società a scopo di lucro alle quali le sovrintendenze affidano spesso la direzione dei lavori sul territorio dei municipi a rischio archeologico) che senza pietà e stima di alcuna dignità scientifica li sfruttano e condannano ad un lavoro poco qualificante e massacrante.”

In un paese come il nostro dove caposcavo diventa l’ingegnere o l’architetto, il cassiere di supermercato con il solo diploma si “inventa” archeologo professionista e dove, per trovare lavoro, è necessario conoscere l’amico dell’amico, concordo in pieno con l’autore e vedrei positivamente l’istituzione di un albo professionale. Qualcuno, come la provincia di Lecce (si veda l’articolo “Elenco degli archeologi di fiducia della provincia di Lecce“), si è mosso in questa direzione anche se oggettivamente servirebbe uno sforzo a livello nazionale per regolamentare un mercato del lavoro più selvaggio di quello dei lavavetri al semaforo.

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Fonte:
L’articolo completo si trova su http://www.rivistaonline.com/Rivi … no.aspx?id=4607

Roma, recuperati 618 reperti archeologici

Ancora una volta riportiamo la notizia del sequestro da parte delle forze dell’ordine di reperti archeologici illegalmente trafugati. Sinceramente non sappiamo se essere più contenti per i pezzi ritrovati o tristi nel vedere quanto sia ancora diffuso il fenomeno dei “tombaroli” e questo nonostante i grandi sforzi messi in campo dal Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Appartiene al complesso della Forma Urbis il principale reperto dei 618 pezzi rinvenuti grazie alle indagini del Reparto Operativo del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Ennesima e vincente operazione di recupero del patrimonio artistico e storico di Roma. Già nel 2006 i Musei Capitolini e Villa Torlonia avevano festeggiato il ritorno a casa di due importanti sculture – una statua acefala di togato ed una testa marmorea – da dove mancavano dagli anni ‘80. Oggi, con questi recenti ritrovamenti del Reparto Operativo del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale vengono riconsegnate alla città opere d’arte che saranno così restituite alla Soprintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma e ai cittadini per la fruizione comune di un bene collettivo.

L’operazione investigativa ha consentito il ritrovamento, oltre al frammento della Forma Urbis, anche di altri 618 reperti archeologici, alcuni di eccezionale importanza storico-artistica. Tra questi una statua funeraria acefala femminile – con mantello in nenfro del I secolo a.C., epoca repubblicana, probabilmente proveniente dall’antica Lavinium – un blocco in travertino, di epoca tardo repubblicana, sul quale appare un’iscrizione che si riferisce a una via porticata che conduceva al Foro romano; un cippo di epoca imperiale con iscrizione in latino dedicata a Giove Sabazio; una lastra in marmo, con iscrizione in greco dedicata a Eracle, figlio di Zeus.

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Fonte:
http://www.roma-citta.it/roma/news_ … Urbis-cronaca.html

17.000 reperti archeologici scoperti a Londra per un valore di 165 milioni di euro

ROMA (3 febbraio) – Per quasi sei mesi, nel massimo riserbo, alcuni archeologi del Ministero dei Beni Culturali e carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale hanno “lavorato” in alcuni dei 39 depositi dove Robin Symes, per almeno 30 anni uno tra i massimi mercanti internazionali dell’archeologia scavata di frodo, conservava i suoi 17 mila reperti, che la giustizia inglese ha valutato 125 milioni di sterline (165 milioni di euro: 330 miliardi di vecchie lire), e che, almeno per i sei decimi, provenivano dal sottosuolo del nostro Paese. I depositi (ne aveva a Londra, Ginevra, New York) sono quelli inglesi; la collaborazione tra i due Paesi è il frutto d’un accordo segreto, stipulato a luglio 2007 dal vicepremier e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli, con l’allora suo omologo britannico; l’accesso ai dati e agli oggetti di Symes, sotto il vincolo della riservatezza, è stato diretto dall’Avvocato dello Stato Maurizio Fiorilli. E’ evidente quanto sia importante il lavoro di “spoglio” dei materiali: per stabilirne la provenienza, ed eventualmente iniziare le procedure per una loro rivendicazione da parte italiana.

Dopo i “sancta sanctorum” di Giacomo Medici al Porto Franco di Ginevra (oltre tremila reperti e più di mille foto; lui è stato condannato in primo grado a 10 anni di carcere e 10 milioni di euro come provvisionale allo Stato, per i danni inferti al patrimonio culturale) e di Gianfranco Becchina a Basilea (settemila oggetti, che la Svizzera non ha finora trasmesso, e migliaia di documenti: lui non è ancora stato processato), quello di Symes è il terzo importante deposito dei “predatori dell’arte perduta” che gli inquirenti del nostro Paese riescono a conoscere, e a perlustrare. Symes è stato uno dei tre maggiori “rifornitori” del Getty Museum, che, ad esempio, acquista da lui la Venere di Morgantina, nel 1988 per 18 milioni di dollari (tornerà in Italia nel 2010), e lo stupendo kantharos a figure rosse di 2.500 anni fa, forse eseguito da Eufronio come vasaio e decorato dal Pittore della Fonderia con due maschere di Dioniso e di un satiro, ormai tornato, ed attualmente esposto al Quirinale. Ma è anche colui che ha dovuto consegnare ai carabinieri la Maschera d’avorio, il più grande oggetto crisoelefantino (oro e appunto avorio) al mondo, «commissione certamente di un imperatore romano» spiega il professor Antonio Giuliano, che gli era costata 10 milioni di dollari e avrebbe potuto vendere – così dicono le stime – a cinque volte tanto.

Gli esperti italiani hanno dunque potuto studiare una parte dei “pezzi” che Symes aveva già acquistato, ma non ancora venduto ai maggiori musei del mondo e ai più disinvolti tra i collezionisti privati sulle due sponde dell’Atlantico; ma non, purtroppo, il suo archivio. Nel 1999, muore il socio e da 30 anni compagno di Symes, Christo Michaelides. Se ne va all’ospedale di Orvieto, per una caduta dalle scale in una villa di Terni, affittata da Leon Levy e Shelby White: una coppia tra le più ricche degli Usa, collezionisti di grande fama (lui non c’è più, lei ha recentemente acconsentito a restituire dieci importantissimi vasi al nostro Paese, e ha finanziato la nuova ala greco-romana del Metropolitan). E poco dopo, nell’isola di Schinoussa nelle Cicladi, dove Symes e Christo possedevano una villa, il mercante inglese passa «tre giorni e tre notti a bruciare documenti», come certificano alcuni testimoni. A Schinoussa, però, vengono ritrovati 995 reperti archeologici (610 greco-romani) e, in 17 album, 2.191 fotografie di autentici capolavori, per qualcuno «la crème de la crème», tutti venduti da loro: anche la famosa Artemide marciante, ormai recuperata dai carabinieri; un marmo di Zeus in trono ripescato in mare e acquistato dal Getty; una scultura di un giovane ritrovata poi al Museo di Cleveland; la Kore arcaica restituita nel 2007 dal Getty alla Grecia, e anch’essa ora al Quirinale; e così via. Del resto, in una delle sue tante mostre, a New York nel 2000, Symes aveva esposto 152 oggetti, valutati, nel loro insieme, ben 42 milioni di dollari.

Il mercante, che è sui settant’anni e ha due figli, ormai non commercia più. E’ anche finito in carcere; la giustizia inglese ha attribuito la metà dei suoi beni agli eredi di Christo, in particolare la sorella Despina della importante famiglia greca degli armatori Papadimitriou. Ha dichiarato bancarotta. La legge inglese impedisce ai curatori di un fallimento di vendere oggetti di dubbia provenienza: anche da qui la “consulenza” italiana, che è logicamente foriera di ulteriori sviluppi nelle indagini in corso a Roma, sotto la direzione del sostituto procuratore Paolo Giorgio Ferri. Dettagli divertenti: una delle società di Symes si chiamava Nonna Investments, e aveva un fido in banca di 17 milioni di dollari; lui, in due anni, cede, ad esempio, 19 reperti archeologici, tutti senza provenienza, al “re del rame”, il boliviano George Ortiz che da sempre vive in Svizzera.

Fonte:
http://www.ilmessaggero.it/ar …ACOLO 

Messina – Appello per lo scavo di via La Farina. 80 mila euro per Ron, solo 35 per gli archeologi

Diamo spazio, in questo post, all’appello del Sig. Giuseppe Restifio in merito allo scavo messinese di via La Farina:

Zancle fu in principio fondata da’ pirati andativi da Cuma. Ma in seguito dalla Calcide e dal resto dell’Eubea vi andò gran gente che ne possedette in comune il territorio; e capi di quella colonia furono Periere e Cratemene, l’uno di Cuma, l’altro di Calcide. Da principio i Siculi la chiamavano Zancle, perché ha la figura di una falce, e i Siculi chiamano appunto zanclo la falce“. In questo famoso passo, riguardante la fondazione della colonia greca di Messina, risalta il fatto che Tucidide per ben due volte dica “in principio“. Si tratta della narrazione del vero primordio della città, destinata a sposare quel sito sulle rive dello Stretto e a non tradirlo più, a non abbandonarlo più per ventisette secoli.

Di quell’atto fondativo oggi abbiamo un riscontro, non più solo narrato, ma visibile: ce lo restituisce lo scavo archeologico nell’area compresa fra via La Farina, via Industriale e via Nicola Scotto. L’entusiasmo di chi ci ha lavorato in questi ultimi mesi è assolutamente comprensibile e condivisibile: nello strato più profondo ci sono le tracce evidenti del rito sacrificale di fondazione. In quell’area osservata accuratamente e scientificamente dagli occhi attenti e amorevoli di quattro donne – Giovanna Maria Bacci, Gabriella Tigano, Maria Ravesi e Giusi Zavettieri – e nello scavo seguito diligentemente da Angelo Maressa, è riaffiorata un’area sacra di età compresa fra l’ottavo e il sesto secolo a.C., qualcosa che non ha eguali in tutta la Magna Grecia e in Sicilia. Una scoperta eccezionale, che apre un cantiere di studio per archeologi e storici, ma che costituisce anche un punto fermo nella millenaria vicenda di Messina e un richiamo forte dell’identità dei messinesi. “Hic manebimus optime” sembra abbiano detto pirati, naviganti, mercanti, agricoltori e artigiani, greci e siculi, ventisette secoli fa, in quel luogo, e noi messinesi ci siamo ancora.

Non lontano da quel luogo, sempre su via La Farina, aveva la sua casa Giuseppe Restifo, falegname. Durante la guerra sfollò a Francavilla di Sicilia; quando tornò la casa non c’era più, distrutta dai bombardamenti. Ma suo figlio, Paolo Restifo, non volle venire via da Messina, e così il figlio di suo figlio. Ogni famiglia messinese potrebbe raccontare una storia simile, di attaccamento – malgrado tutto – a un sito che, ai suoi occhi, non ha pari al mondo.

Ma oggi lo scavo di via La Farina chiude; non ci sono più soldi per proseguire i lavori e soprattutto si è nella più completa incertezza circa il futuro di quei resti archeologici, di quel monumento della storia e della memoria di Messina. Ci sono persino i debiti con il costruttore del complesso Colapesce, che ha anticipato oltre centomila euro. Il rischio di una colata di cemento non è però un’incognita, è reale, tangibile. Di fronte al privato solitamente tutte le istituzioni messinesi e siciliane si inchinano, non c’è legge di salvaguardia, di protezione dell’interesse generale e dei beni comuni che tenga: il “dio profitto” richiede sacrifici e riti, prontamente apprestati da onorevoli e funzionari, sindaci e presidenti. Si trovano al volo 80 mila euro per far cantare Ron a piazza Duomo, ma quelle mani e quegli occhi che disseppellivano le fondamenta della città non ne hanno avuti più di 35 mila. Né basta l’impegno volontario degli studenti della Facoltà di Lettere, che hanno collaborato allo scavo anche nelle feste natalizie, in mezzo al fango e al freddo.

La Rete di ecologia sociale-Verdi chiede alle istituzioni uno scatto d’orgoglio, un impegno altrettanto solidale, a cominciare dal commissario straordinario al Comune, Gaspare Sinatra, e dal presidente uscente della Provincia, Salvatore Leonardi. Così in ugual modo si dovrebbe attivare la deputazione regionale della città, che pure annovera sensibilità di uomini di cultura, perché la Regione intervenga adeguatamente a salvaguardia dell’area archeologica primigenia di Messina. Il Prefetto potrebbe innescare una Conferenza dei servizi, convocando anche la Soprintendenza oltre agli altri Enti, per predisporre un progetto di salvaguardia primaria di questo bene collettivo.

D’altronde tutti i politici che ci parlano di una futura Messina “città turistica” dovrebbero riflettere su cosa questa città offra di turistico. In altri luoghi – è banale dirlo – un rinvenimento archeologico come quello di via La Farina susciterebbe iniziative, non prive di ricadute economiche. Qui – al di là di ogni discorso sul cosiddetto “water front” – non si può consentire che il cemento ricopra vestigia e memoria, come purtroppo è avvenuto già in troppe altre occasioni a Messina. Sarebbe l’ennesima opportunità lasciata perdere, in una città che, a furia di insistere pervicacemente sull’edilizia privata, s’è chiusa una serie di prospettive occupazionali, di sviluppo, persino di rispetto dei luoghi e dell’identità degli abitanti.

Giuseppe Restifo

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