Mala Archeologia
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La proloco “I Bronzi per Riace”, presieduta dalla Dott.ssa Anna Maria Bombardieri, ha organizzato una giornata studio dedicata ai Bronzi di Riace il 16 maggio 2009 a Riace Marina presso l’hotel Federica, in collaborazione con l’Università della Calabria e con il patrocinio del Ministero dei Beni culturali e della Regione Calabria.
Ho chiesto al Prof. Giuseppe Braghò di commentarci quanto emerso in questa prestigiosa sede, dopo la pubblicazione della sua ricerca-inchiesta con sui ha evidenziato e documentato molte criticità circa il possibile trafugamento di parti dei Bronzi di Riace, per i quali gli ultimi Ministri per i Beni Culturali Rutelli e Bondi hanno enunciato l’impegno a verificare il da farsi per ridare integrità a questi beni culturali che sono anche patrimonio dell’umanità.
Caro Pagni, ho letto – tra il “materiale” partorito dal convegno di Riace – un esilarante articolo (Gazzetta del Sud) in cui tale Prof. Giuseppe Roma (o qualcosa di simile) ha pubblicamente dichiarato che i Bronzi sicuramente rappresentano Castore e Polluce e che gli stessi, ancora sicuramente, nella mano destra reggevano originariamente delle redini, alle quali erano attaccati due cavalli.
Non intendo soffermarmi sulla bizzarria della seconda affermazione: al contrario, lancio un invito agli studenti (che frequentano il corso del docente UNICAL) di cambiarlo, se possibile. Prendano loro – in seconda ipotesi – delle redini in mano: soltanto per trascinare altrove un asino come il saccente Prof. Basterà d’altronde scorrere la pomposità del Curriculum Vitae dell’esimio relatore (specialmente soffermandosi sulla voce “Pubblicazioni”, le quali altre non sono che articoli ed articoletti ospitati su riviste e rivistine più o meno orfane di stima accreditata) per raccoglierne grandeur e preparazione specifica.
Si conosce, nel regesto ufficiale intorno alle due Statue, un solo altro esempio di pedanteria ilare, vezzosamente propinatoci dalla Brunilde Sismondo Ridgway, secondo la quale le magnifiche espressioni del periodo severo greco sono, nella squallida realtà, delle opere romane (!). L’archeologa nunziante, da allora, è universalmente riconosciuta come fantasiosa, e la gentilezza del termine è unicamente dovuta alla galanteria degli altri seri ricercatori. In tanti, e soltanto dopo la mia documentale inchiesta, si occupano ora dei Bronzi: ciò è positivo. Negativa è la maniera con la quale si disquisisce intorno ad essi.
Su Calabria Ora di ieri, domenica 24 maggio, si potrà leggere altra disquisizione di tale Danilo Franco, firmatosi senza qualifica professionale: potrebbe dunque essere fabbro, rigattiere, farmacista, botanico forse. Sono portato a ritenere il soggetto molto vicino all’ultima figura citata, trattando l’accaduto con ironia, che non fa male anche quando si toccano argomentazioni serie. Lo immagino dunque botanico poiché il noioso articolo può avelo scritto chi, con gramigne e carciofi, possiede familiarità.
La ricerca storiografica non è argomento da chiosco domenicale. Nessuno dei timorati convegnisti – oltre che il Danilo Franco – sostiene la via più consona per sciogliere i dubbi su origine e provenienza degli sventurati A e B: l’indagine della Magistratura e un futuro, approfondito scavo nell’area ri Agranci-Riace, misure da me più volte chieste al MIBAC. Spiego perché. Mariottini dice di aver visto per primo le statue. Crediamogli. Ancora, afferma che si trattava di “un gruppo”. Crediamogli. Continua, il sub capitolino, a narrare che al braccio sinistro di una di esse ha visto uno scudo. Crediamogli. Scrive nella denuncia, il fortunato pescatore, che le stesse sono differenti (e vistosamente) per postura, mostrandosi (una delle due) con braccia aperte e gamba sopravanzante,espressione contrastante con la realtà espositiva presente presso il Museo di Reggio Calabria,mentre la seconda corrisponde alla descrizione. Crediamogli.
A questo punto, il passo che Magistratura e Carabinieri della Tutela dovrebbero fare è banale soltanto: costringere il “papà dei Bronzi” a dire la verità. Lo stesso, in note interviste, afferma di voler parlare “soltanto col Giudice o con i Carabinieri”. Evidentemente, sussisterà qualcosa di riservato, da non svelare ai giornalisti e al popolo, sovrano (sulla carta).
Cos’ha fatto il Magistrato inquirente di Locri? A quali risultati sono pervenuti i Carabinieri? Tre anni dopo la personale, meritoria (parole di Ministro peri Beni Culturali, e non di botanico o convegnista griffato) inchiesta giornalistica, evolutasi nel volume “Facce di Bronzo”, nulla è dato sapere. Troppo facile. Strano e improprio, inoltre, che i convegnisti di Riace o il Danilo Franco ignorino di supportare la necessità primaria di stringere la morsa attorno a un falso eroe, per sapere. Probabilmente non amano o non vogliono, farlo.
Mariottini, se fosse quell’onesto “volontario servitore del bene pubblico” che dice di essere, dovrebbe toglierli, i drappi oscuri della menzogna. Certo, svelare le infamie di chi lo ha protetto fino ad oggi è pesante, e tanto. Meno pesante, tuttavia, dell’ombra che il cittadino Giuseppe Braghò, con “carte alla mano”, ha per sempre proiettato su Stefano & Co., lì dove Stefano sta per Mariottini e Co. sta per i noti personaggi istituzionali coinvolti nell’affaire Bronzi di Riace. Leggere, per credere. Dopo, e soltanto dopo, scrivere. O contestare, se possibile. Povera, poverissima Italia!
Cordialmente.
Prof. Giuseppe Braghò
P.S.: Ne autorizzo pubblicazione e divulgazione.
0 comments lucapagni | Comunicati stampa, Curiosità, Epoca Romana, FantArcheologia, Generale, I blog di Archeologia, Italici, Mala Archeologia, Periodo Greco, Scavi
Tutti lo sanno, ma nessuno dice mai nulla: su eBay (www.ebay.com) si trova di tutto, davvero. E per tutto intendo anche monete, gemme, oggetti in bronzo e in terracotta, insomma tutto materiale di sicura provenienza clandestina. Perché? Perché il mercato degli oggetti di antichità attira parecchio, perché su e-bay evidentemente non ci sono i controlli che invece dovrebbero esserci, almeno per questo genere di cose. Fatto sta che è di pochi giorni fa la notizia che i Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale della Sicilia hanno sequestrato a Palermo ben 573 reperti archeologici provenienti, ovviamente, dagli scavi clandestini che proliferano in Sicilia, nonostante i controlli negli ultimi anni si siano fatti molto più serrati. Tra i reperti abbondano quelli più facilmente recuperabile grazie al metal detector, l’amico dei tombaroli; abbiamo monete, coniate nei differenti periodi storici della Sicilia antica: sono state riconosciute zecche siceliote, greche, romane, bizantine e anche arabe; abbiamo quegli oggettini in bronzo che agli scavatori clandestini piacciono sempre, ovvero fibule, punte di freccia e anelli. Tutti in metallo, ovviamente.
A questa fetta di traffico illegale è stata messa fine, il possessore di tali beni, che stava cercando divenderli a caro prezzo su e-bay è stato denunciato per impossessamento di beni di proprietà statale – come sono tutti i reperti archeologici che vengono trovati sottoterra – e per acquisto di oggetti di sospetta provenienza.
Gli oggetti sequestrati sono ora al sicuro in Soprintendenza, ma ormai, strappati al loro contesto, hanno perso qualsiasi valore informativo ai fini di una ricostruzione archeologica. Inoltre, laddove sono stati presi, la loro estrazione dalla stratificazione archeologica ha ormai compromesso la lettura archeologica del sito, e quindi l’interpretazione globale.
Fortunatamente il Nucleo Tutela è attivo e controlla da anni anche il web, con l’operazione Archeoweb, per cui scandaglia internet alla ricerca di analoghi casi di compravendita di oggetti archeologici sottratti ai siti o peggio ancora ai musei (purtroppo capita anche questo).
E’ auspicabile che nel futuro diminuisca questo commercio illegale che ahimé è sempre esistito e che si evolve insieme col resto del mondo: il web costituisce effettivamente il luogo più adatto per poter commerciare lontano da occhi indiscreti. In ogni caso, con l’operazione conclusa a Palermo si è vinta una battaglia a favore dell’archeologia e della cultura. Perché sottrarre ai siti archeologici i reperti equivale a cancellare una potenziale informazione che, opportunamente studiata, potrebbe invece fornire preziose risposte a chi è davvero interessato a conoscere il proprio passato.
Il corpo tecnico-scientifico della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, avuta notizia dell’annuncio da parte del Ministro Bondi della richiesta di un commissariamento straordinario del proprio Ufficio, non ritenendo plausibili le motivazioni addotte a sostegno di un tale gravissimo provvedimento, che solo un’ emergenza di protezione civile potrebbe giustificare, dichiara lo stato di agitazione permanente.
La nomina di un Commissario straordinario, attualmente responsabile del dipartimento della Protezione Civile, di un vicecommissario attuatore (incompatibilmente Assessore del Comune di Roma) e di consulenti tecnico-scientifici esterni, oltre a porre l’attività dell’Ufficio di tutela al di fuori dell’amministrazione ordinaria, esautora di fatto il corpo degli Archeologi, degli Architetti e di tutto il personale tecnico-amministrativo, della pienezza del proprio ruolo istituzionale determinando una sovrapposizione (o forse meglio uno svuotamento) di funzioni in evidente gravissimo contrasto con ogni criterio di economicità e di controllo della Pubblica Amministrazione, oltre che di quella valorizzazione della sua produttività tanto proclamata dal Governo e in particolare dal Ministro della Funzione Pubblica.
Fonte:
http://www.articolo21.info/8020/notizia/roma-archeologi-e-architetti-dchiarano-stato-di.html

Pompei - Via dell'abbondanza (Foto CFuga)
E proprio l’abbandono dell’area archeologica è la causa della valanga di detriti che ha invaso via dell’Abbondanza, a pochi metri dall’imperiale praedia di Giulia Felice. Gli affreschi della villa più maestosa e bella della Pompei romana hanno, dunque, rischiato di essere danneggiati dal fango. «Se fosse accaduto negli orari di visita – dice allarmato Antonio Pepe, segretario della Cisl – qualche turista o un addetto alla vigilanza a quest’ora potrebbe essere ferito gravemente, nella migliore delle ipotesi. L’abbandono totale dell’area archeologica comporta, anche, il rischio di danneggiamento ai preziosi tesori custoditi negli Scavi».

Pompei - Casa di Sallustio (Foto Gorbulas Sandybanks)
Ieri, la parte interessata dalla frana del terrapieno è stata transennata. Nell’attesa che fango e erbacce venissero rimosse, gli operai della soprintendenza, hanno provveduto a creare un piccolo varco laterale per permettere il passaggio ai turisti. «Essendo un museo a cielo aperto, che si estende su sessantasei ettari – spiega Pepe – la pioggia rappresenta uno dei problemi maggiori per la tutela e la salvaguardia del sito. Per questo motivo la manutenzione ordinaria dovrebbe essere una delle priorità di chi è preposto alla tutela e alla salvaguardia, appunto, dell’area archeologica. Questo, però, non avviene.
Questa frana è l’esempio dell’incuria e dell’abbandono più totale da parte della soprintendenza. Ci auguriamo che episodi simili non si ripetano, per il bene dei turisti, dei lavoratori e del patrimonio archeologico». Martedì mattina, invece, i custodi dei tesori della città sepolta si accorsero che dal solaio della casa di Sallustio venivano giù calcinacci. La domus, tra le più antiche della città risalente al III secolo avanti Cristo, è stata chiusa al pubblico.
da “Il Mattino” – Susy Malafronte
Torino, 16 gen. – Un traffico illecito di reperti archeologici, ottenuti in Puglia grazie a scavi illegali, è stato stroncato dai carabinieri, che hanno consegnato ceramiche risalenti al settimo e al quarto secolo avanti Cristo alla Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte.
L’attività investigativa era scattata nel luglio 2006, quando a due professionisti torinesi, un professore 48enne (Roberto Rebola) e un ingegnere 47enne (Gianfranco Sodero), sono state sequestrate ceramiche archeologiche senza documentazione. I due hanno patteggiato 5 mesi, piu’ una multa per illecita detenzione di beni culturali appartenenti allo Stato. I reperti sono stati consegnati al Museo delle Antichita’ di Torino. Dalle indagini è emerso che i materiali provenivano da scavi abusivi in una necropoli del VII-VI secolo a.C. del foggiano e in una necropoli del IV secolo a.C. della provincia barese.
I preziosi manufatti partivano da queste aree e venivano smerciati in Lazio e nel Piemonte. La normativa in materia impone di informare immediatamente le autorità di ogni ritrovamento. Gli oggetti scoperti vanno consegnati poiché appartengono al patrimonio dello Stato. E’ possibile per i privati detenere solo gli oggetti il cui ritrovamento è precedente all’entrata in vigore della legge sulla “tutela delle antichità e le belle arti” del 1909, e il loro possesso naturalmente deve essere documentato.
Fonti:
http://www.apcom.net/
http://www.ansa.it/
Il 14 novembre 2008 il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, che già di suo non è una persona ferrata in materia, ha nominato l’ex direttore di McDonald Italia, Mario Resca, alla direzione generale dei musei italiani.
Le prime perplessità non si sono fatte attendere. «Dirigere una fabbrica importante o i musei italiani non è la stessa cosa» ha dichiarato al Corriere della Sera il 21 novembre Salvatore Settis, presidente del Consiglio nazionale dei beni culturali e direttore della Normale di Pisa. La nuova direzione rischia di creare problemi di competenze. «Visto, ad esempio – prosegue Settis – che (Resca, ndr) deve decidere sui prestiti, ma anche la sorveglianza sui poli museali di Roma, Napoli, Firenze, Venezia». Per dirla in breve, c’è il rischio che Resca non si limiti a far quadrare i conti, ma possa esprimersi nel merito della tutela, che è di stretta competenza dei dirigenti.
Mario Resca ha replicato alle accuse dicendo che il fatto che non si sia mai occupato di beni culturali non è un problema: “Non sapevo nulla di ristorazione e per dodici anni ho guidato la Mc Donald’s italiana” ha affermato. “Non sapevo niente neanche di gioco e ora dirigo il Casinò di Campione”. Ed ha aggiunto: “ll patrimonio custodito nei musei italiani è una miniera d’oro a costo zero” (da www.teknemedia.net).
Nell’articolo “Cheeseburgers Get Into the Mix in the Italian Debate on Museums ” a firma di Elisabetta Povoledo sul New York Times (in lingua inglese), l’autrice si preoccupa della crescente “fast-food culture” ed ironizza sul “McCaravaggio and medium Coke.”
In un’intervista al The Daily Telegraph, Resca conferma la direzione mercantilistica del suo mandato: “Roman ruins such as Herculaneum, Pompeii and Rome’s Forum would prove a spectacular backdrop to product launches (trad:resti romani come Ercolano, Pompei e il Foro Romano sarebbero una scenario spettacolare per il lancio di nuovi prodotti )”.
Cosa dobbiamo aspettarci, quindi, dai prossimi 3 anni di super-direzione del nuovo super-direttore? La speranza è che Resca venga educato da persone come Settis e faccia suoi i consigli di associazioni competenti come l’Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli.
Benché un bilancio sano ed in attivo sia cosa auspicabile anche per il sistema museale italiano non dobbiamo dimenticarci come il nostro compito primario sia quello della conservazione. Le opere non sono di nostra proprietà, abbiamo il dovere di “traghettarle” alle future generazioni nel miglior stato possibile (e così le future generazioni avranno lo stesso compito, in maniera ricorsiva). L’auspicio ultimo è che non partano i saldi di fine stagione anche nei musei italiani …
Nel frattempo, all’interno di questo dibattito, si inserisce il testo “La crisi dei Musei” dello storico dell’arte francese Jean Clair che insorge con veemenza contro la debolezza delle attuali politiche culturali, avide di affittare le collezioni nazionali. “La deriva mercantile trasforma l’arte in spettacolo e i musei in luna-park… I musei stanno diventando cenotafi, involucri vuoti, le cui collezioni sono in giro per il mondo. Per ora in affitto, ma presto potrebbero anche essere messe in vendita… una situazione che snatura radicalmente il progetto iniziale del museo” (acquista il libro).
1 comment arjuna | Comunicati stampa, Curiosità, Mala Archeologia, Musei
Si riporta il testo dell’appello diffuso dall’ANISA, Associazione Nazionale degli Insegnanti di Storia dell’Arte, in difesa dell’insegnamento della Storia dell’Arte nei licei, in particolare Classico e Artistico.
L’ANISA, Associazione Nazionale degli Insegnanti di Storia dell’Arte, presa visione di un documento in bozza completo di quadri orari, riguardante i nuovi curricula dei Licei, esprime sconcerto e viva preoccupazione in merito alla presenza della Storia dell’arte nella Scuola italiana. Come nostro costume, non vogliamo farne una difesa corporativa, ma solo sollevare un problema di congruità e di qualità formativa. Come nostro costume, non vogliamo farne una difesa corporativa, ma solo sollevare un problema di congruità e di qualità formativa.
In particolare ci sembra del tutto ingiustificato che le ore di insegnamento di Storia dell’Arte diminuiscano al liceo artistico per evidenti ragioni di indirizzo di studi e, soprattutto, che al liceo classico, si adotti la scelta penalizzante di assegnare una sola ora settimanale alla disciplina, sia al biennio che al triennio, laddove il ministro Gelmini si era impegnato ad aumentarne la presenza. Se infatti ci si ferma ad un puro calcolo aritmetico, rispetto al corso classico tradizionale, la disciplina aumenta di 1 ora il suo monte orario nel quinquennio (attualmente è presente solo al triennio con 1 ora nei primi due anni e 2 ore al terzo anno). Ma sul piano dell’efficacia didattica che peso può avere l’insegnamento di una disciplina per una sola ora settimanale, specialmente nell’anno finale quando la Storia dell’arte è il perno su cui ruotano la maggior parte dei percorsi interdisciplinari che gli studenti elaborano per gli esami orali? Senza parlare del fatto che, vista l’infondatezza didattica di un insegnamento con una unica ora settimanale, nella maggior parte dei licei classici sono da anni in atto sperimentazioni consolidate che vedono la presenza della disciplina per 2 ore settimanali per cinque anni per cui, di fatto, il previsto scenario dimezzerebbe non innalzerebbe il monte orario del suo insegnamento.
Si chiede pertanto di assicurare agli studenti della Scuola italiana e, in particolare, a quelli del liceo classico ed artistico, un insegnamento della storia dell’arte adeguato affinché si possa garantire in modo efficace la formazione disciplinare e culturale dei nostri studenti. Infine, se vogliamo che i cittadini di domani difendano i principi enunciati nell’art.9 della Costituzione, occorre che conoscano il patrimonio storico-artistico che saranno chiamati a salvaguardare. O è proprio questa consapevolezza che si vuole cancellare?
Clara Rech
Presidente Nazionale dell’ANISA per l’educazione all’arte
Diminuire le ore di storia dell’arte in un liceo si ripercuote poi su tutto il livello culturale italiano, macroscopicamente sulla buona riuscita delle mostre ad argomento artistico: al giorno d’oggi le mostre che hanno per oggetto opere d’arte, sia essa pittura, scultura di qualsiasi età, periodo storico e corrente, sono le esposizioni temporanee più diffuse in Italia. Diminuire le ore di insegnamento equivale a diminuire la sensibilità nei confronti dell’arte e quindi l’interesse. Che interesse può avere infatti un ex studente di liceo nei confronti di una mostra di pittura quando a scuola seguiva una sola ora di lezione a settimana (meno di educazione fisica! e equivalente all’ora di religione…); come può una sola ora a settimana dare anche solo una minima idea della complessità dell’arte, che è anche la complessità dell’espressione umana in tutte le sue forme? Se diminuidce la sensibilità all’arte diminuiranno negli anni a venire i fruitori delle esposizioni temporanee e gli utenti dei musei, perché alla base verrà a mancare quella base culturale tale da far capire, apprezzare e cogliere il messaggio insito in ogni opera d’arte, di qualsiasi epoca essa sia, comprese le opere e i monumenti di interesse archeologico. Come un serpente che si morde la coda, rischia di innescarsi un processo di disinteresse diffuso che implica una disattenzione, quindi un degrado, delle nostre opere d’arte e dei nostri monumenti che invece a gran voce e da più parti si chiede ogni giorno di difendere, salvaguardare e valorizzare!
Per sottoscrivere l’Appello, inviare una e-mail all’indirizzo appello@anisa.it indicando nome, cognome, qualifica e città
L’anno scorso la rivista Archeologia Viva aveva pubblicato una mia lettera nella quale denunciavo un caso di degrado e cattiva conservazione ai danni di un monumento importante nel centro di una città d’arte com’è Verona, ovvero l’Arco dei Gavi. Questi alcuni tratti della mia lettera:
Egregio Direttore, un caso di vandalismo ai danni di un monumento archeologico in cui mi sono imbattuta a Verona mi fa riflettere sulle carenze della comunicazione archeologica.
Si tratta dell’Arco dei Gavi, un raro esempio di monumento onorario dedicato a privati cittadini, la gens Gavia, costruito nel I sec. d.C. lungo la via Postumia. Una delle due facce principali in bella pietra bianca veronese è stata imbrattata dalle firme di writers che vi hanno visto niente più che un ottimo sfondo.
è un atto che può suscitare scandalo, ma ancora di più lo suscita l’assenza dell’Amministrazione, che in un una città d’arte come questa immaginavo sensibile al buono stato del patrimonio.
L’Arco, che sorge vicino a Castelvecchio e che quindi, tra l’altro, si trova lungo un percorso frequentato dai turisti, non è neppure segnalato. L’atto dei writers rivela ignoranza, ma la disattenzione del Comune come la dobbiamo chiamare?
Non è possibile che una comunità viva accanto ai propri monumenti senza la minima informazione. In questo modo si vedono solo degli oggetti, degli spazi, che il cittadino percepisce come “non suoi”, come bene rileva Andreina Ricci nel suo libro “Attorno alla nuda pietra”. Il quadro che l’archeologa presenta per Roma si adatta benissimo a tutta la realtà italiana, costellata di siti recintati e sconosciuti ai più, di monumenti estranei a chi vi passa accanto ogni giorno.
Marina Lo Blundo
Progetto “Comunicare l’archeologia”
http//megablog.it/comunicarelarcheologia
ed ecco la risposta:
Cara Marina, approvo in pieno le sue considerazioni e deduzioni. Il rispetto ambientale – che si parli di natura o di monumenti poco cambia – può scaturire solo da una permanente azione educativa. Non esiste coscienza senza conoscenza.
Non si rispetta – come hanno fatto i nostri writers – quello che non si capisce.
è chiaro che per avere buoni allievi occorrono buoni insegnamenti, ovvero un sistema informativo ben congegnato, fatto di scuola capace, di media sensibili, strutture sociali attente e, certo, di segnaletica capillare.
La Redazione di Archeologia viva
Questa lettera, e il tam tam che si sviluppò poi su internet, grazie ad un blogger che riportò la notizia sul suo sito (www.veja.it) interamente dedicato alla città di Verona, fece muovere qualcosa: un’indagine dei Carabinieri, per esempio, che dopo circa un anno dalla pubblicazione della lettera si è conclusa con un’operazione che ha identificato i writers autori delle scritte imbrattatrici non solo sull’Arco dei Gavi, ma anche su altri palazzi e monumenti veronesi.
L’articolo è il seguente:
DANNEGGIAMENTI. I carabinieri di Grezzana e Verona hanno chiuso un´operazione iniziata nel mese di gennaio
Scritte sui palazzi, venti «graffitari» denunciati
di Fabiana Marcolini
“C’è scritta e scritta. Da quella che esprime il disappunto politico, al messaggio d´amore condiviso, dal murales alla firma del gruppo che ha il duplice scopo di far sapere che di lì è passato e, soprattutto, che esiste. Il tutto a scapito, troppo spesso, di mura con valore storico e artistico, come l´Arco dei Gavi o il monumento dedicato a Lombroso su cui campeggia la scritta «amen». Una, dieci, circa un centinaio le sigle che da almeno due anni compaiono su palazzi, muri, case abbandonate, in centro storico come in periferia e nelle scuole. Da Grezzana, comune della Valpantena da cui è partita l´indagine, fino a San Zeno e allo stadio passando al setaccio quasi ogni via della città. «Valpantena writers», così si chiama l´operazione che all´alba di ieri ha portato i carabinieri in 20 abitazioni per sequestrare bombolette, pc, quaderni e disegni, non è ancora finita. Ieri pomeriggio altre perquisizioni, tre, e altrettante denunce per danneggiamento aggravato.”
Riguardo l’Arco nello specifico l’articolo dice:
“ARCO DEI GAVI. Rappresenta la «lavagna» sui cui hanno scritto tutti. Uno scempio, una sfida resa ancor più allettante, probabilmente, dal fatto di essere monitorato e ripulito costantemente, ma a spese dei contribuenti.”
Questo dell’arco dei Gavi è solo un esempio in un mare di possibilità che ci sono offerte di far sentire la nostra voce di cittadini indignati (non necessariamente di addetti ai lavori). La salvezza del nostro patrimonio parte da noi, solo ed esclusivamente da noi cittadini, che ne siamo i veri fruitori. Basta semplicemente portare all’attenzione dell’opinione pubblica il caso di mala archeologia, e sarà già stato fatto un primo passo per la salvaguardia del nostro Patrimonio.
Il nostro Patrimonio può essere custodito e preservato anche da noi. Il caso dell’arco dei Gavi ne è la conferma.
Marina Lo Blundo
comunicare l’archeologia
L’ISIAO, Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, rischia di essere abolito.
L’Istituto, ex ISMEO (Istituto per il Medio e Estremo Oriente) rappresenta il modo di far conoscere la ricerca Italiana nel mondo sostenendo, tra l’altro, importanti missioni archeologiche all’estero. Nasce grazie all’opera dell’insigne studioso Giuseppe Tucci che nella prima metà del Novecento compì numerose campagne archeologiche in Pakistan e Afganistan, promosse la fondazione dell’ISMEO, fu autore di numerosissime opere scientifiche, dirette non soltanto a lettori specialisti, e curò sempre le relazioni culturali tra l’Italia e i paesi asiatici, dove tenne, in India, Pakistan, Iran, Indonesia e Giappone, molte conferenze.
Tra le varie istituzioni correlate all’ISIAO si possono citare il Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, un archivio fotografico consistente in circa 12 mila fotografie realizzate dal Tucci e una biblioteca, donata sempre dal Tucci, che raccoglie 25 mila volumi, tra testi tibetani, manoscritti in sanscrito e libri antichi.
Oggi quest’istituzione rischia di cessare la sua esistenza e con essa la ricerca scientifica e archeologica ad essa connessa. Per evitare che ciò accada sul sito internet dell’Istituto è possibile firmare una lettera aperta al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Già molti sono i nomi illustri del mondo accademico, e non solo (rappresentanti di organi di informazione, di istituti di cultura, di Università in Italia e in tutto il mondo, ma anche privati cittadini) che si sono mobilitati e hanno firmato.
Questo l’indirizzo:
http://www.giuseppetucci.isiao.it/
Se pensiamo che l’associazione nacque proprio per prestigio e per propagandare la ricerca archeologica italiana all’estero, è davvero una vergogna che oggi si debba giungere a questa triste conclusione.
Marina Lo Blundo
comunicare l’archeologia
0 comments marina lo blundo | Comunicati stampa, Mala Archeologia
Un allarme lanciato da un giornalista del quotidiano La Stampa invita a tenere gli occhi aperti su un problema che affligge il nostro patrimonio culturale, non sempre protetto come dovrebbe essere. Il tema, delicato e ahimé attuale, è quello dei furti di opere d’arte, spesso fatti su commissione, e che hanno comunque per fine la vendita della refurtiva sul mercato clandestino a collezionisti senza scrupoli. L’articolo della Stampa si occupa della situazione del Piemonte dove, nonostante sembrino calare le denunce, aumenta tuttavia il numero delle opere trafugate, segno che il business del mercato illecito dell’arte è ben attivo e interessato. I musei al momento sembrano non essere toccati dai furti, mentre le chiese subiscono vere razzie e spesso i privati sono presi di mira. Occorre anche dire che accanto ad associazioni organizzate di “professionisti” del furto su commissione, operano dilettanti più o meno allo sbaraglio, che nella peggiore delle ipotesi, oltre a non rendersi conto del reale valore dell’opera, rischiano di danneggiarla.
Il discorso fatto per il Piemonte vale per tutta l’Italia, dove ogni anno vengono trafugate Dio solo sa quante opere tra oggetti d’arte, statue, dipinti, affreschi, rilievi, veri e propri pezzi archeologici, per essere rivenduti sul mercato clandestino. Sulle pagine di Archeoblog è stata data attenzione ad alcuni casi di ritrovamenti eccellenti, come quello del dipinto parietale di paesaggio proveniente da Pompei, o del cratere di Euphronios che prima di essere acquistato dal Metropolitan di New York era stato trafugato da una tomba di Cerveteri. Inoltre ultimamente si è riusciti a recuperare alcuni pezzi di pregio, come un sarcofago da Ostia con rappresentazione delle Muse, salvato prima che fosse piazzato sul mercato. Ma spesso ahimè si arriva tardi: è il caso, che è saltato agli onori della cronaca poco tempo fa grazie ad una segnalazione di Striscia la Notizia, di parti di affreschi di santi tagliate via dalla parete sulla quale erano dipinte in una chiesa bizantina scavata nella roccia nel Casertano. Sicuramente il fatto che sull’evento sia stata sollevata l’attenzione dei media (e che media!) non faciliterà la vendita di questi pezzi sul mercato clandestino. Ma è una magra consolazione, se si pensa al grosso danno al patrimonio che un atto del genere ha comportato.
E’ un bene, infine, che i media a livello nazionale (La Stampa, Striscia la Notizia) si occupino di questo tema: occorre sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del nostro patrimonio e sul rischio che deriva da atti illeciti di questo tipo. L’arte e l’archeologia sono la nostra cultura: perchè volerla rovinare con le proprie mani e volerla svendere, illegalmente, al primo offerente?
Marina Lo Blundo
per l’articolo completo de La Stampa vedi:
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200806articoli/7236girata.asp#