Estero

Scoperta in Germania la Venere di Hohle Fels, la più antica scultura del mondo: risale a 35.000 anni fa

Risale ad almeno 35.000 anni fa la piccola scultura femminile in avorio di mammut ritrovata nella grotta di Fels (Hohle Fels), vicino alla cittadina di Schelklingen, nel Giura svevo, nella Germania sud-occidentale.

Venere di Hohle Fels

Questa datazione della “Venere di Hohle Fels” indica che essa rappresenta uno dei più antichi esempi di arte figurativa del mondo. Per fare un confronto, la famosa “Venere di Willendorf“, il più celebre esempio di scultura paleolitica, secondo le più recenti datazioni risale a 22-24.000 anni fa.

La scoperta è descritta in un articolo a firma Nicholas J. Conard, dell’Istituto di studi preistorici dell’Università di Tübingen, pubblicato su “Nature“.

La datazione al radiocarbonio degli orizzonti stratigrafici nella cui prossimità è stata ritrovata la nuova Venere indica un periodo compreso fra i 31.000 e i 40.000 anni, e l’insieme dei dati stratigrafici la fanno attribuire agli albori del periodo cosiddetto Aurignaziano. (Un orizzonte stratigrafico è un’interfaccia che indica una posizione particolare nella successione stratigrafica, dotata di caratteristiche tali da poterne seguire l’andamento laterale.)

La Venere di Hohle Fels era stata rinvenuta nel settembre 2008 a tre metri sotto l’attuale pavimento della grotta, a una ventina di metri dall’ingresso della caverna. Alta otto centimetri, la scultura appare ben conservata, pur mancandole il braccio sinistro.

La Venere di Hohle Fels si caratterizza per una serie di tratti molto originali che la distinguono dalle altre Veneri posteriori. La prima cosa che si nota è l’assenza della testa, al cui posto, al di sopra delle larghe spalle è scolpito un piccolo anello inciso. Le braccia sono corte con mani ben scolpite dalle dita chiaramente identificabili appoggiate sul ventre, appena al di sotto del prominente seno, mentre una serie di linee orizzontali tracciate su tutto il corpo richiamano la presenza di un vestito o un drappeggio.

Fonte:

http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/titolo/1338399

Scavata necropoli del I a.C. in Egitto. Hawass annuncia: potrebbe essere la tomba di Antonio e Cleopatra

Fa scalpore, l’annuncio di un gruppo di archeologi, che avrebbe individuato nel sito dell’antica Taposiris Magna, ad Abusir, ovest di Alessandria. la sepoltura di due amanti.

Testa in alabastro - CleopatraSotto le rovine di un tempio dedicato a Iside che si affaccia sul mediterraneo, alcuni studiosi di una spedizione della Repubblica Dominicana hanno scoperto, con l’aiuto di un radar, tre camere alla profondità di 20 metri sotto le rocce. Secondo gli archeologi potrebbe essere la tomba della coppia più famosa e tormentata dell’antichità: Marco Antonio e Cleopatra.

Zahi Hawass, a capo degli archeologi, dirama un immediato comunicato stampa, in cui precisa che, dopo tre anni di scavo del sito sospettato di accogliere l’eterno riposo della coppia e dopo tre mesi di indagine sistematica con il georadar, ha identificato con i colleghi una vasta necropoli con più di 27 tombe (per un totale di 20 scheletri tutti del I sec. a.C.: quindi proprio il periodo di Cleopatra, nata nel 69 a. C. e deceduta nel 30 a. C.).

Ma si tratta di tombe ordinarie, destinate a gente comune: “tuttavia è l’ambiente ideale, dove occultare personaggi importanti per sottrarli alla vendetta dell’occupante romano – avverte Hawass -. E proprio in questa zona sono stati identificati tre spazi vuoti, riempiti da crolli molto successivi: fanno pensare ad altrettanti ipogei monumentali, ambienti degni di cadaveri illustri“.

Nel corso degli scavi scoperta una testa in alabastro di Cleopatra, 22 monete in bronzo con il ritratto della regina e un frammento di una maschera forse di Marcantonio.

Fonte:

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/ … View=Libero

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Firenze – Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera – In mostra dal 19 giugno al 30 settembre 2009

Grazie a 20 anni di ricerche della Missione archeologica dell’Università di Firenze, Shawbak è riemersa dalle sabbie del deserto meridionale della Giordania.
Per quasi due millenni questa città “incastellata” fu il fulcro di un’area strategica tra due potentati, l’Egitto e la Siria, poi venne la perdita di ruolo e l’abbandono.

Shawbak - Il castello - Foto di Mauro Foli

Shawbak - Il castello - Foto di Mauro Foli

Gli scavi italo-giordani hanno restituito una delle più affascinati aree archeologico-monumentali di tutto il Mediterraneo orientale ed uno dei più vivaci punto di incontro tra culture diverse: in epoca “medievale”, Shawbak rappresentò la sintesi tra le influenze dell’Europa cristiana e l’Oriente islamico.

Le ricerche condotte su questo particolare periodo hanno stimolato una revisione dell’immagine ottocentesca delle “crociate”, tutt’ora usata, talvolta in modo strumentale, sia nell’Islam che in Occidente, a favore di una continua compenetrazione in area euro-mediterranea tra Islam e Cristianità.

Una grande, spettacolare esposizione racconterà, per la prima volta, la storia di questa lunga, complessa “rinascita” di Shawbak e, con essa, darà conto delle più recenti scoperte nell’area della Transgiordania che ha in Petra il suo centro più noto. E da Petra, oltre che da Shawbak giungeranno reperti sino ad oggi mai esposti al pubblico, frutto appunto di scoperte degli ultimi anni.

Ad ospitare la grande esposizione sarà, dal 19 giugno al 30 settembre, la Limonaia di Palazzo Pitti.
La mostra “Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera” gode dell’alto patronato di S.M. la Regina di Giordania e del Presidente della Repubblica d’Italia. A promuoverla sono l’Università di Firenze, il Departement of Antiquites of Jordan e il Polo Museale Fiorentino. La mostra è curata da Guido Vannini dell’Università di Firenze con l’apporto di un comitato scientifico internazionale.

Le ricerche della missione archeologica, e la mostra, intendono quindi concentrarsi sulle modalità attraverso cui il secolo ‘crociato’ riattivò in questa terra la struttura storica della ‘frontiera’ che, in termini di diacronia ‘intermittente’, rappresenta forse la più importante radice identitaria dell’intera Transgiordania.

Il recupero della sua antica funzione di cesura e cerniera tra nord ‘siriano’ e sud ‘egiziano’ (i potentati storici della regione) – con il breve riemergere, dopo la gloriosa stagione nabateo-romano-bizantina, fra ed est ‘arabo’ e ovest ‘mediterraneo’ – restituì alla regione, reinterpretandolo profondamente, un ruolo che essa sembra perdere ogni volta che diventa solo la zona interna di un più vasto dominio.

La valle di Petra ed il suo ‘sistema’ territoriale trasgiordano perderanno, infatti, nuovamente con l’abbandono crociato dell’intera valle del Giordano questo ruolo baricentrico, alla fine del secolo; e tuttavia la documentazione archeologica raccolta, sorprendentemente, dimostra che la regione non tornerà alla collocazione periferica in cui si trovava all’arrivo degli europei, finendo per acquisire – come concreto esito storico, oltre le intenzioni o la stessa consapevolezza degli europei – una rinnovata, precisa identità, ben rappresentata dalla continuità di funzione autonoma sia amministrativa che militare, mantenuta dagli Ayyubidi e dai Mamelucchi e non più perduta, ai due centri egemoni di Shawbak e della stessa antica città di Karak con il suo grande castello ‘urbano’, il Crac de Moab.

Sotto il profilo delle installazioni, la mostra intende caratterizzarsi per l’impiego di un ampio spettro di soluzioni espositive, da quelle più tradizionali ad ipermedia dedicati, al fine di ottimizzare la comunicazione dei contenuti. Dato il tema squisitamente storiografico oggetto dell’iniziativa si prevede di realizzare un’integrazione delle classi di media
disponibili, senza una gerarchia precostituita che affidi un ruolo centrale di comunicazione a una classe specifica di oggetti (es. manufatti, ricostruzioni virtuali, etc.).

In accordo con tale impostazione, oltre che con le più recenti tendenze del display archeologico, anche la selezione dei manufatti sarà effettuata con l’obbiettivo di esporre un numero limitato di pezzi estremamente significativi e caratterizzati da eccezionali capacità documentarie. La selezione sarà operata tra i reperti recuperati dalla missione archeologica fiorentina, tra i pezzi conservati presso i musei nazionali giordani e tra quelli rinvenuti dalle missioni internazionali operanti in Giordania (la maggior parte dei quali saranno presentati al pubblico per la prima volta in questa occasione). Un piccolo ma significativo contributo verrà infine dalle collezioni storiche fiorentine di arte islamica, con il duplice obbiettivo di promuovere la conoscenza di questo straordinario patriminio e di sottolinearne il contributo nella definizione dell’identità cosmopolita della città.

Particolare attenzione sarà infine dedicata alla realizzazione, secondo le metodologie più aggiornate ed innovative, di ‘percorsi sensoriali’ per stimolare l’apprendimento dei contenuti della mostra da parte dei visitatori più giovani (7-16 anni) oltre che per rendere fruibile il percorso espositivo da parte dei visitatori portatori di handicap motori e visivi.

Per maggiori informazioni sul “Progetto Shawbak – Ricerca, conservazione e valorizzazione del Crac de Montreal” è a disposizione un sito web ricco di informazioni alla pagina http://www.shawbak.net/.

Per informazioni su Palazzo Pitti, il sito da visitare è http://www.polomuseale.firenze.it/musei/palazzopitti/

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Servizio della BBC sulla chiesa di 1.500 anni fa scoperta a Palmyra (Siria)

Lo scorso novembre abbiamo appreso della scoperta di una chiesa cristiana risalente a 1.500 anni fa nella famosa citta’ di Palmyra, nel deserto siriano. Un gruppo di archeologi polacchi e siriani l’hanno trovato scavando a circa 220 chilometri dalla capitale siriana Damasco.

”Il cristianesimo arrivò a Palmyra nell’anno 312 e questa è la chiesa cristiana più grande mai ritrovata da queste parti”, ha detto il direttore del museo cittadino, Walid Assaad.  ”La sua realizzazione dovrebbe risalire al quarto o quinto secolo dopo Cristo”. L’edificio, di forma rettangolare, misura 12 metri per 24 ed ha delle colonne alte sei metri. Gli archeologi hanno ritrovato a fianco alla costruzione anche due stanze che venivano probabilmente usate per cerimonie particolari, come i battesimi.

In questi giorni ne ha parlato anche la BBC con un servizio (in inglese) direttamente da Palmyra. Nel servizio ci sono anche interviste agli archeologi del team di lavoro ed immagini dello scavo di una domus romana di recente scoperta. Per vedere il filmato cliccate il link seguente:

http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/7849698.stm


Palmyra (Foto: David W. Bender)

Palmyra (Foto: David W. Bender)

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“Hadrian Empire and Conflict”: in mostra al British Museum la figura dell’imperatore Adriano.

Resterà aperta fino al 26 ottobre 2008 la mostra “Hadrian Empire and Conflict”, allestita nella Reading Room del British Museum, Londra.

La mostra, il cui biglietto d’ingresso costa 12 sterline, rappresenta l’occasione per conoscere più da vicino l’imperatore che diede l’impronta maggiore all’isola britannica, con l’erezione del famoso Vallo che da lui prende il nome. Essa è altresì l’occasione per vedere le recenti scoperte che hanno Adriano per protagonista, come il rinvenimento di una testa colossale da Salagassos, e per fare il punto della situazione sulla sua vita e le sue opere: questo avviene anche con un continuo confronto-scontro con la visione sicuramente romantica fornitaci dalle “Memorie di Adriano” di Margherite Yourcenar, che ha senza dubbio il merito di aver avvicinato al grande pubblico l’imperatore e di averlo reso un personaggio più letterario che storico, quindi, in certo senso, più familiare.

La mostra si articola in 7 sezioni.

La prima, intitolata “A new élite”, illustra l’ascesa al potere di Adriano attraverso una galleria di busti dei suoi familiari, una sorta di albero genealogico in cui spiccano le figure di Traiano, il suo predecessore, e Plotina, moglie di costui che favorì l’ascesa al trono di Adriano.

La seconda sezione, “war and peace” mette a nudo un carattere di Adriano che non sempre è messo in evidenza: se sui libri di storia ci hanno insegnato che a lui si deve il consolidamento dell’impero e la rinuncia ad alcune terre di confine che erano state conquistate da Traiano (portando l’impero alla sua massima espansione), adombrando la figura di un personaggio tutto sommato pacifico, qui in mostra viene posto l’accento invece sul pugno di ferro che egli utilizzò per sedare una rivolta in terra ebraica. Gli ebrei da sempre rifiutavano il dominio romano. La guerra giudaica degli anni 70 d.C. aveva dato come risultato la distruzione del tempio di Gerusalemme; ora Adriano si trova ad affrontare una nuova rivolta, guidata da Simone Bar-Kokhbad. La rivolta si trascinerà per anni e finirà nel sangue, con migliaia di ebrei trucidati e centri abitati rasi al suolo. La mostra ha in questa sezione la raccolta di oggetti più significativa:una testa e un busto con corazza di Adriano proveniente da Tes Shalem, per la prima volta esposti al di fuori di Israele, e soprattutto i ritrovamenti avvenuti nella cd grotta delle Lettere (Cave of Letters), eccezionali esempi della cultura materiale ebraica risparmiati dall’atmosfera anaerobica del deserto, tale per cui si sono conservati i materiali deperibili: un piatto in legno, coltelli con l’immanicatura in legno, un canestro in vimini…e poi vasi in bronzo e le chiavi delle case nelle quali i rifugiati all’interno della grotta speravano di poter rientrare, un giorno.

Alcuni segni della vita lungo il Vallo di Adriano sono testimoniati nuovamente da oggetti della cultura materiale, come ciotole e stoviglie realizzate da artigiani locali e destinate con tutta probabilità al mercato militare, ai legionari acquartierati lungo il limes britannico, il confine dell’impero. Inoltre una testa-ritratto di Adriano rinvenuta nel Tamigi, non lontano dal foro dell’antica Londinium rivela che l’artigiano che la forgiò aveva come modello un’immagine bidimensionale, come l’effigie su una moneta, e non un originale scultoreo: tante sono le differenze tra questa testa e i ritratti ufficiali dell’imperatore.

Le sezioni “Architecture and Identitity” e “Hadrian’s Villa” mostrano invece l’aspetto molto noto dell’imperatore architetto, di colui che si scontrò e probabilmente fece uccidere l’architetto di Traiano Apollodoro di Damasco (quello che progettò il foro di Traiano e la Colonna Traiana) per disparità di vedute in materia di architettura. Il gusto architettonico di Adriano fu senz’altro innovativo e personalissimo, in quanto riuscì a unire insieme amore per l’antico, in particolare la Grecità, e innovazione, con un continuo utilizzo di forme mistilinee (alternarsi di linee rette e linee curve) che danno dinamismo e grande eleganza. La presenza architettonica di Adriano è forte in Grecia e nell’Oriente dell’Impero, mentre in Italia è ben visibile nel Pantheon e nel Mausoleo di Adriano (quello che diverrà Castel Sant’Angelo), ma soprattutto in quel gioiello dell’architettura romana che è Villa Adriana a Tivoli. Qui, nel privato, l’imperatore può dare libero sfogo a quelle soluzioni architettoniche ardite che tanto amava, mentre si circonda di copie di capolavori dell’arte greca classica e di effigi del suo amato Antinoo.

Antinoo è il protagonista della quinta sezione, il giovane fanciullo della Bitinia che, morto giovanissimo nel Nilo, fu da Adriano deificato come Osiride. Come nuova divinità, diffusasi nella parte orientale dell’impero e il cui culto non sopravvisse alla morte di Adriano, l’imperatore gli fece costruire una città, Antinoopolis, lungo il Nilo, e gli fece dedicare infinite statue che lo raffigurano nelle vesti di Osiride e di Dioniso. Di queste, due in particolare sono esposte in mostra: di quella di Antinoo nelle vesti di Osiride risalta il carattere tutto romano della statuaria di fondere insieme il ritratto con un corpo ideale: così la testa di giovinetto sensuale del bell’Antinoo è posta su un improbabile corpo muscoloso e virile degno di un nudo eroico.

La sesta sezione è dedicata, quasi per contrasto con la precedente, a Sabina, la moglie silenziosa e poco amata, frutto di un matrimonio di interesse come tanti a Roma, che però non ebbe mai a mancare di riguardi e di onori: monete coniate con la sua effigie, statue a dimensione più grande del vero e infine l’onore della deificazione che il senato le concesse dopo la morte, come mostrano monete che la raffigurano a cavallo di un’aquila, simbolo dell’apoteosi.

Infine, la settima sezione, “Towards eternity” ci parla della morte di Adriano attraverso i due pavoni dei Musei Capitolini che dovevano ornare il Mausoleo, e della sua successione al governo dell’impero, con l’adozione dell’anziano senatore Antonino Pio e l’avvicinamento del giovane Marco Aurelio.

La mostra-evento del British Museum è un’importante rassegna sulla vita e le opere dell’imperatore, con un costante rimando tra il dato storico e quello romanzato dalla penna della Yourcenar, che pure aveva condotto uno studio filologico sulle biografie di Adriano. E documenti autografi dell’imperatore, come il carteggio con Antonino Pio, e l’Historia Augusta sono ugualmente esposti, anch’essi destinati a perpetuare la memoria di uno tra i più grandi imperatori di Roma.

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Archeologia Subacquea in Albania – Seconda missione del Progetto Liburna

La baia di Valona, l’area dell’antica Orikum, sede di una famosa battaglia navale combattuta dalle flotte di Cesare e Pompeo, e il litorale del promontorio di Karaburun, costellato da cave antiche. E’ qui, in Albania, che si è svolta tra il 26 luglio e il 13 agosto la seconda missione del Progetto Liburna.

Informazioni sulla prima missione effettuata dal 19 agosto al 1 settembre dello scorso anno si possono trovare alla pagina http://www.studiobluproduction.org/Default.aspx?tabid=133.

Archeologia subacquea in Albania, condotto, con la direzione di Giuliano Volpe, dal Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi di Foggia, in collaborazione con l’Istituto di Archeologia del Centro studi albanologici di Tirana. L’èquipe è composta da una ventina di persone e il loro lavoro di ricerca sta contribuendo a conoscere meglio la storia dell’Albania antica e medievale.

Un viaggio affascinante sott’acqua, nella baia dell’Orso piena di anfore greche, adriatiche, egee di età imperiale, anfore tardoantiche di origine africana e orientale, anfore medievali, oltre a ceramiche di vario tipo. Poi la baia di Grama, con centinaia di iscrizioni in greco, latino, albanese, databili tra antichità ed età moderna. In quella baia c’era un santuario marittimo frequentato nel corso dei secoli da marinai che hanno lasciato i segni del loro passaggio con dediche alle divinità, prima pagane e poi cristiane, per chiederne la protezione o per ringraziarle per uno scampato pericolo.

Il Progetto di ricerca ha finalità formative, e prevede l’istituzione di una Scuola italo-albanese di archeologia subacquea da parte dell’Università di Foggia presso il Museo archeologico di Durazzo, ma ha anche lo scopo di tutelare e valorizzare il patrimonio archeologico sommerso.

Fonte:
http://www.teleradioerre.it

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Missione archeologica italo-turkmena scopre tomba di donna assassinata con un colpo d’ascia in fronte 4.000 anni fa

Si è conclusa la campagna primaverile della missione archeologica italo-turkmena nell’Oasi di Adji Kui (deserto del Karakum), promossa e organizzata dal Centro Studi Ricerche Ligabue con il contributo del nostro Ministero Affari Esteri, diretta da Gabriele Rossi Osmida.

Caminetti

Contrastati da un clima anomalo che, a sbalzi, ha registrato punte di 3°C e 45°C e frequenti tempeste di sabbia, gli archeologi hanno iniziato lo scavo dell’antica capitale dell’oasi, AK1, portando alla luce delle mura ciclopiche in mattoni crudi che poggiavano su alcune strutture più antiche, forse accampamenti.
Si è così appurato che la cittadella, la cui estensione si aggirerebbe sui 15 ettari, è stata costruita almeno in 3 fasi successive e che l’insediamento occupa un arco di tempo compreso tra la fine dell’epoca calcolitica (IV mill.a.C.) e la fine dell’età del bronzo (1500 ca a.C.).

Nell’area esplorata durante questa missione (ca 1300 m2 ), si sono rinvenute tracce di un vasto incendio che ha interessato la seconda fase della cittadella (fine del III mill.a.C.) e che ha provocato crolli consistenti. L’incendio ha comunque permesso di rintracciare e recuperare le coperture del tetto carbonizzate (travi e cannucce) e un consistente deposito di cereali, ora allo studio degli esperti.

Numerosi i caminetti per il riscaldamento e per la cottura del cibo, alcuni dei quali di notevoli dimensioni, elegantemente rifiniti con colonnette laterali e intonaco di alabastro e dotati di canne fumarie all’interno delle mura.

Sono proseguite le ricerche anche nell’adiacente necropoli dove, tra l’altro, è stata scoperta una eccezionale sepoltura con ricco corredo dedicata ad una dama di circa 40t’anni, assassinata con un colpo d’ascia al centro della fronte.

Sepoltura di donna

Determinante è stato in questo caso l’aiuto dell’antropo-paleopatologo, il Dr Emiliano Nisi, messoci a disposizione dalla Regione Veneto-ULSS n.13, che ha pazientemente ricostruito l’iter di questo omicidio consumatosi ben 4000 anni orsono.

Ritrovata ad Arles (FR) la più antica statua di Giulio Cesare

Busto di Giulio Cesare - Arles

Un busto in marmo di Giulio Cesare è stato scoperto nel sud della Francia, nei fondali del Rodano, ad Arles, città romana che il condottiero aveva fondato nel 46 avanti Cristo. Il busto rappresenta Cesare con la calvizie e le rughe e, secondo il ministero della Cultura francese, è tipico dei ritratti realistici dell’era repubblicana. Si tratta del primo busto conosciuto realizzato con il generale ancora vivente.

La scoperta è stata fatta fra il settembre e l’ottobre dell’anno scorso da alcuni subacquei impegnati negli scavi archeologici nella zona. «Presumo che il busto sia stato gettato nel fiume dopo l’assassinio di Giulio Cesare perchè al tempo non sarebbe stato conveniente essere considerato un suo seguace», ha affermato Luc Long, l’archeologo che ha diretto gli scavi.

Il generale e dittatore romano Giulio Cesare era stato assassinato nel 44 avanti Cristo a seguito della cospirazione di alcuni senatori repubblicani.

Fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/ …

La nuit des musées – Musei aperti di notte in Francia

Il ministero della Cultura e della Comunicazione francese, insieme alla Direction des Musées de France ha indetto per sabato 17 maggio 2008 la quarta edizione de “La nuit des musées“, cui aderiscono centinaia di musei di tutta la Francia.

L’iniziativa consiste nell’aprire i musei di notte lasciando l’ingresso gratuito ai visitatori. Il pubblico potrà così visitare le esposizioni in un’insolita e suggestiva atmosfera notturna, resa ancora più viva dalla realizzazione di performances musicali, teatrali e letterarie perfettamente calate nelle sale espositive.

L’iniziativa costituisce senz’altro un modo efficace di avvicinare il pubblico ai musei, per far vedere come i luoghi di cultura possano essere vissuti non solo come luoghi di studio, ma anche sotto un’altra prospettiva, quella della curiosità, del fascino e dell’immaginazione.

La manifestazione si svolge sotto l’Alto Patronato del Consiglio d’Europa ed è in partnership con la Giornata Mondiale dei Musei dell’ ICOM.

info: www.nuitdesmusees.culture.fr

Marina Lo Blundo
Comunicare l’archeologia

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Cina – alla corte degli imperatori. Capolavori mai visti

L’arte cinese è in Italia fino all‘8 giugno 2008 con una mostra a Palazzo Strozzi, Firenze, volta ad illustrare al grande pubblico l’età dell’oro della Cina, l’epoca delle dinastie Han e Tang (25-907 d.C.).

Il percorso si apre con un’imponente statua di Buddha seduto e prosegue in un’esposizione cronologica e tematica che affronta i vari aspetti della società e della religiosità prima Han e poi Tang.

La I sala si concentra sull’arte funeraria propria della dinastia Han: un animale fantastico a protezione della tomba, una processione di statue di bronzo, quale guardia d’onore di una tomba a Wuwei, lungo la Via della Seta, modellini di edifici quali simbolo della ricchezza del defunto.

Dalla II sala si tratta il tema della religiosità, in particolare dell’arrivo del Buddhismo dal V-VI secolo, che influenza enormemente l’arte, in modo eclatante quando diviene religione di stato sotto l’imperatrice Wu Zeitian (690-705), dinastia Tang: una stele-pagoda a 5 piani scolpita a rilievo con scene della vita del Buddha, statue di Buddha nelle più varie attitudini, su vario supporto e di dimensioni svariate, caratterizzano questa fase dell’arte religiosa, che andrà a interrompersi nel IX secolo in seguito alle persecuzioni dei Confuciani.

Durante la dinastia Tang l’apporto culturale di genti straniere influenza l’arte cinese, e il gusto per l’esotico si diffonde enormemente, nell’interesse per la rappresentazione di figure umane, con caratteri somatici non-cinesi e perciò diversi, diversi.

Infine si pone l’attenzione sugli interessi salienti dell’aristocrazia: le donne, la musica, il cavallo; i dipinti parietali che rappresentano una donna che gioca con un’oca e due stallieri che tengono a freno un cavallo (opere degli anni 665 e 666) sono emblematici dell’abilità raggiunta dagli artisti nel rappresentare la figura umana e animale.

Mostra ben congegnata, si apre con opere sensazionali per imponenza e bellezza, perde un po’ di tono nell’esposizione, quasi fosse un mero elenco, di statuette di Buddha e dei Bodhisattwa, per riprendersi sul finale con lo splendido dipinto dei due stallieri col cavallo. L’apparato didascalico è abbastanza completo, ma le didascalie a corredo delle opere, per la loro posizione, a portata di bambino, e per l’illuminazione delle sale, non sempre ottimale per leggere, risultano di difficile, o meglio, faticosa lettura. Inoltre vengono date per scontate alcune nozioni (come il significato di bodhisattwa… almeno, io non l’ho trovato). Al di là di questo, la mostra di Palazzo Strozzi costituisce senz’altro un’occasione importante per cominciare a conoscere una civiltà, quella cinese, ancora poco nota al grande pubblico.

Marina Lo Blundo

Comunicare l’archeologia

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