Epoca Romana

Crollano parti delle Mura Aureliane. Mancano i fondi per la manutenzione

Le povere Mura Aureliane della grande Roma, invase da erbacce e scritte e che ogni tanto perdono pezzi.

L’ultimo episodio a giugno del 2009 a piazza della Croce Rossa, incrocio con viale del Policlinico: è crollato un altro pezzo di muro, sull’angolo, nella parte bassa delle Mura. Ogni volta in fretta e furia viene montato un recinto, un puntello, presa una misura d’emergenza e il posto diverrà nel tempo un altro angolo caratteristico della nuova Roma disastrata, come negli anni post bellici.

Crollo mura aureliane

A novembre 2007 in un altro tratto, a viale Pretoriano, nei pressi di San Lorenzo, crollò una bella porzione di muro, che ora è tutta puntellata, per evitare altre precipitazioni. I cantieri sono qua e là, spesso abbandonati in attesa di finanziamenti. I crolli più noti sono del 2006 (sempre dalle parti della caserma di Castro Pretorio) e soprattutto del 2001 (in macerie un tratto lungo circa dieci metri tra Porta San Sebastiano e Porta Latina, che era stato restaurato nel 1999 con i Fondi del Giubileo).

L’ispettore dell’Ufficio Mura della Soprintendenza fa il giro dell’antica cinta muraria. «La loro manutenzione è un problema aperto per Roma – dice Broccoli – avevamo pronto un progetto enorme ma non ci sono i finanziamenti. E tutte le Mura, senza creare allarmismi, devono essere continuamente monitorate e tenute sotto controllo. Per questo aspettiamo con ansia Roma capitale».

Prendiamo nota con rammarico come romani e italiani che per la soluzione di questo problema non ci sono fondi disponibili. La cinta muraria che l’imperatore Aureliano costruì alla fine del 200 d.C. per difendere Roma dai barbari e che per secoli l’ha continuata a tenere dentro un abbraccio simbolico e protetto, ora non serve più. Nella Roma “moderna” i barbari ormai sono tra noi… e il guaio è che si notano!

Fonte:

http://www.vitadidonna.org/cultura/costume-e-societa/mura-aureliane-la-storia-che-va-in-pezzi-2332.html

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A due millenni dalla sua nascita, scoperta alle porte di Rieti la villa di Vespasiano

Potrebbe essere la residenza di campagna dell’imperatore Vespasiano, di cui proprio quest’anno si celebra il bimillenario della nascita, la villa romana di età imperiale scoperta nell’alto Lazio, in provincia di Rieti, nei territori dell’antica Sabina pochi giorni fa.

Tito Flavio Vespasiano, il rifondatore che a Roma fece costruire il Colosseo, un nuovo foro, i bagni pubblici che da lui presero il nome e lo splendido Tempio della Pace, veniva da una famiglia umile di queste zone. Era nato a Falacrinae, un villaggio, e come tanti provinciali di successo volle tornare al paese e mostrare a chi l’aveva visto crescere il segno del suo trionfo.

rieti vespasiano - stanza opus sectile - scavi

«Di Falacrinae sapevamo l’esistenza dalle fonti letterarie, ma non s’era mai trovata traccia», racconta il sindaco di Cittareale al quotidiano torinese, Pierluigi Feliciangeli. Poco fuori il suo Comune, infatti, un gruppo di giovani archeologi inglesi e italiani – nel cantiere sono coinvolte la British School at Rome e l’Università di Perugia, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per il Lazio – sta lavorando sodo sotto la guida del professor Filippo Coarelli, docente di antichità greche e romane all’Università’ di Perugia.

E i risultati non sono mancati: spostando metri cubi di terreno, è venuto fuori il perimetro di una villa che aveva sale di ricevimento, terme, colonnati. Il pavimento della sala principale, soprattutto, lascia senza fiato. È ancora lì in tutto il suo splendore, a intarsi di marmi policromi, preziosissimi, provenienti da cave del Nord Africa di cui s’è persa traccia.

È proprio la magnificenza di questa sala, che doveva avere rivestimenti in marmo anche sulle pareti, preceduta da altre due sale dove il pavimento è in delicatissimo mosaico, a far pensare che il proprietario originario della villa fosse lui, Vespasiano. Il professor Coarelli comprensibilmente è cauto, ma ci crede. «Non abbiamo trovato alcuna iscrizione – dice a ‘la Stampa’ – e quindi non c’è certezza. Ma l’epoca, la qualità degli ambienti, il luogo, e poi l’unicità di questa villa, il fatto che non ce ne siano altre nei dintorni… insomma, tutto lascia pensare a una residenza della dinastia dei Flavi».

Rieti - scavi villa vespasiano

Poco distante, poi, è saltata fuori anche l’antica Falacrinae. Merito di una antica pietra con iscrizione romana del periodo repubblicano. Rarissima, e in buono stato, era stata trovata più di dieci anni fa da un contadino della zona e conservata in cantina. Celebra in versi la partecipazione di un figlio di Falacrinae alle guerre sociali del 91-89 avanti Cristo, il conflitto che oppose Roma ai suoi alleati italici. Il figlio l’ha riscoperta, l’ha fatta vedere in giro, la notizia s’è sparsa, finché qualcuno non l’ha fotografata e, grazie alla rivista “Falacrina” edita dalla locale Associazione Pro Loco che ne pubblicò l’articolo, l’immagine arrivò al professor Coarelli. Il quale è saltato sulla sedia. E sono venute alla luce tombe, resti di abitazioni, vasellame. Un materiale che ora si può visitare nel piccolo delizioso museo di Cittareale, appena inaugurato dal Comune e dalla Provincia di Rieti.

«Il ‘vicus‘ – spiega il professor Coarelli – è un modello insediativo scarsamente noto, ma diffuso tra gli abitati minori dell’Italia antica». Si tratta di insediamenti rurali alternativi alla villa. «Una struttura insediativa diffusa sul territorio che assomma alle funzioni produttive (agricole, di allevamento, artigianali) quelle di scambio, ed è sede di poteri amministrativi nella sfera civile e religiosa».

Qualcosa del genere sta venendo fuori anche a Cascia, a pochi chilometri da Cittareale, ma sul versante umbro della montagna. Qui c’è in corso un altro scavo, gemello del primo, sempre seguito da Coarelli. E da sotto una chiesetta di campagna è venuto fuori il perimetro di un ‘forum’, ovvero una enorme piazza di 60 per 100 metri, ornata di colonne, con templi e edifici pubblici. I contadini della zona affluivano qui dai loro villaggi per il mercato, per avere giustizia, per le feste religiose, per l’arruolamento nelle legioni di Roma.

Dal punto di vista scientifico, le scoperte di Cascia e Cittareale. rileva ‘la Stampa’ permettono di capire molto meglio i meccanismi della ‘romanizzazione’ di un’area che fino al 290 avanti Cristo era territorio di un popolo italico che non parlava latino e che appena qualche secolo dopo, nel 9 dopo Cristo, da’ i natali a un imperatore. Ma è la scoperta della sua villa che affascina.

Fonte:

http://www.ilgiornaledirieti.it/leggi_articolo_f1.asp?id_news=15127

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Novita’ dal Corso di Archeologia Subacquea: scoperto un torso maschile in marmo nelle acque di Punta Secca (Ragusa)

La V edizione del Corso di Introduzione all’Archeologia Subacquea, organizzato al Castello di Donnafugata (Ragusa), dalla Lega per le Attività Subacquee della UISP e dal Centro subacqueo ibleo “Blu Diving”, voluto e coordinato dalla Soprintendenza del Mare di Palermo, ha infatti riservato un’insperata sorpresa.

Punta Secca - Relitto

La parte pratica del corso è stata eseguita all’interno dell’area del “Palmento” presso Punta Secca (RG), dove si ipotizza la presenza di un porto tardo romano – bizantino, legato probabilmente al vicino abitato di Kaukana. All’ interno dello specchio d’acqua sono noti da diversi decenni due relitti non ancora scientificamente indagati.

Il corso prevedeva il rilievo di uno dei due relitti attualmente visibili e il prelevamento di campioni lignei per la datazione al Carbonio 14. Durante una fase di didattica operativa, chiamata “ricognizione a pettine”, è stato individuato dalla corsista Barbara Ferrari di Massa Carrara un elemento litico di forma anomala, rivelatosi poi un frammento scultoreo in marmo di notevole interesse.

Torso in marmo

Nicolò Bruno, coordinatore del corso per la Soprintendenza del Mare, ha attivato, con l’ausilio degli archeologi esterni presenti le procedure di posizionamento GPS del ritrovamento e di documentazione fotografica del reperto.
Valutato l‘effettivo pericolo di depredamento del manufatto per la vicinanza alla spiaggia affollata dai bagnanti, si è proceduto al suo recupero ed è stato successivamente affidato in custodia al locale Museo Archeologico Regionale di Camarina, in attesa di restauro.

Il contesto di ritrovamento del frammento scultoreo in una località con testimonianze archeologiche risalenti al IV-VII sec. d. C., apre molti interrogativi riguardo alla datazione o quantomeno alla sua presenza in quel luogo; infatti si tratta di un torso maschile di chiari stilemi classici, dunque di epoca precedente, riguardante una statua originariamente alta circa cm 100.

torso in marmo

Probabilmente già da ora, dopo un’accurata indagine nell’area circostante caratterizzata dalla sola presenza dei massi di zavorra utilizzati all’interno delle navi antiche, si potrebbe ipotizzare un riutilizzo del frammento a questo stesso scopo, considerata la forma cilindrica del busto.

Il restauro del reperto, che permetterà di cogliere con puntualità le sfumature stilistiche, e le analisi del marmo, che consentiranno di risalire alle cave di provenienza, consentiranno di inquadrare con maggiore puntualità il frammento della statua.

L’Assessore ai Beni Culturali e Ambientali On.le Lino Leanza, prontamente informato della scoperta, si è congratulato con i tecnici della Soprintendenza del Mare ed ha convocato per i primi giorni della prossima settimana una riunione operativa per discutere delle operazioni e degli interventi da effettuare nella zona.

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Riprende a Diano Marina (IM) lo scavo presso la chiesa dei SS. Nazario e Celso

Si svolge dal 13 al 31 luglio 2009 nell’area del Prato Fiorito di Diano Marina (IM), lungo il fianco meridionale della chiesa dei SS. Nazario e Celso, la V campagna di scavo condotta dall’Istituto Internazionale di Studi Liguri con l’autorizzazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Il sito è situato nel cuore del Lucus Bormani, il nome romano del territorio compreso tra Capo Berta e Capo Cervo il cui centro abitato si sviluppò in età imperiale grazie alla presenza di una mansio (stazione di sosta), posizionata lungo la via Iulia Augusta,  e di cui è data menzione nella Tabula Peutingeriana e in altri importanti itinerari di età tardoromana.

La zona era già stata oggetto di interventi archeologici negli anni ‘50 del ’900 che avevano posto in luce, a nord dell’edificio di culto, una struttura articolata in più vani di piena età imperiale di incerta interpretazione, abbandonata nella seconda metà del III secolo d.C.

Le campagne successive, condotte da Nino Lamboglia nel 1959 e nel 1963 nell’area a sud della chiesa, avevano rilevato l’esistenza di almeno due fasi accertate dell’edificio di culto, datate genericamente ad età tardo romanica (fine XIII-XIV sec.) e preromanica, insistenti su un più antico impianto di età altomedievale che si è ipotizzato essere il primo nucleo religioso dedicato ai Santi Nazario e Celso, martiri cristiani del I secolo, il cui culto si diffuse in Liguria a partire dal V-VI secolo d.C. nell’ambito dell’influenza ambrosiana sulle diocesi liguri e, in particolare, su quella di Albenga.

A partire dal 2005 sono riprese le indagini archeologiche, dirette dalla dott.ssa Daniela Gandolfi, concentrate nell’area attigua alla chiesa, a sud della fiancata meridionale, dove è stata posta in luce un’estesa area cimiteriale in cui sono state individuate a tutt’oggi le sepolture di 28 individui.

Dai dati sinora emersi (tipologia delle tombe, modalità della sepolture, materiali ceramici – in particolare frammenti di maiolica arcaica di produzione ligure e pisana), si è ipotizzato che parte dell’area cimiteriale, databile tra la seconda metà del XIV e gli inizi del XV secolo, possa essere ricondotta ad un tragico avvenimento che colpì la comunità dianese nel periodo,come ad esempio un’ondata epidemica. Le sepolture sono infatti tutte realizzate nella nuda terra, in fosse sovente delimitate da pietre che ne rafforzano il taglio, con orientamento Ovest/Est, prive di corredo e segnalate nella maggior parte dei casi da semplici e anonimi segnacoli costituiti da cumuli di pietre di varia dimensione. In molti casi, poi, le sepolture risultano intercettate e parzialmente distrutte da altre sepolture di poco successive, il che fa propendere per l’ipotesi di un evento improvviso e tragico, quale un’epidemia.

Le ricerche sono al momento volte ad approfondire le indagini proprio nell’area cimiteriale. Lo scavo si pone come una vera e propria “palestra” per i giovani archeologi che vogliono acquisire esperienza relativamente allo scavo di tombe e delle relative inumazioni: essi possono infatti confrontarsi con la problematica non trascurabile dell’individuazione della fossa, della messa in luce dello scheletro, della documentazione grafica e fotografica e infine del recupero delle singole ossa. Gli scheletri degli individui recuperati finora sono in fase di studio antropologico. Stessa cosa accadrà agli scheletri che verranno recuperati nella presente campagna di scavo.

Per info: Istituto Internazionale di Studi Liguri, via Romana 39, Bordighera (IM)

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Gli “Horti pompeiani” al Giardino di Boboli

Dall’esterno si presentano come due grossi cubi neri seminascosti dalla vegetazione nel Giardino di Boboli, Firenze, nelle vicinanze della Limonaia di Palazzo Pitti. Ma entrando all’interno di ciascuno di questi due “cubi” si viene catapultati indietro nel tempo, in un’epoca, quella romana, e in un luogo, Pompei, che immediatamente ci evocano il lusso e l’otium, quell’attitudine dei ricchi cittadini romani a circondarsi di cose belle per il proprio piacere e benessere fisico e intellettuale.

Horti Pompeiani nel Giardino di Boboli

Finora conoscevamo i giardini dei Romani per averli visti dipinti sulle pareti del Triclinio della Villa di Livia a Roma o dello studiolo della Casa del Bracciale d’Oro a Pompei. Ma una sempre maggiore cura e raffinatezza nella conduzione degli scavi col metodo stratigrafico, accompagnata ad un’indagine scientifica, palinologica e archeobotanica, sui pollini e sulle sementi rinvenute nei giardini delle domus pompeiane, permette oggi di poter ricostruire fisicamente quei giardini con una precisione incredibile!

Ed ecco che il Giardino di Boboli ospita un particolare allestimento: Horti Pompeiani, la ricostruzione filologicamente corretta di due giardini privati a Pompei, così come dovevano presentarsi al momento dell’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.

Sono due i giardini delle domus ricostruiti a Boboli: il giardino della Casa dei Pittori al Lavoro e quello della famosa Casa dei Vettii.

Il giardino della casa dei Pittori al lavoro è stato il primo ad essere ricostruito: gli scavi hanno permesso di individuare le aiuole, delimitate da vialetti in terra battuta. Esse erano delimitate da una recinzione di cannucce intrecciate a due a due e sostenute da canne più grandi. Le aiuole periferiche, non recintate, ospitavano l’artemisia, la pianta dell’assenzio. Nelle aiuole si alternavano cespugli di rose e di ginepro, mentre il muro di fondo era mascherato con festoni di viti. Tutte le essenze coltivate potevano essere usate anche a fini terapeutici, secondo il gusto romano della prima età imperiale; la varietà delle piante era dovuta ad un gusto “enciclopedico” dei domini per la coltivazione di specie diverse ad uso ornamentale, farmaceutico e alimentare.

Il giardino della casa dei Vettii è senza dubbio più spettacolare. La domus fu scavata già a fine ‘800 ma nonostante il metodo stratigrafico all’epoca fosse ancora di là da venire, essa è stata costantemente oggetto dell’attenzione di tutti gli studiosi per il suo ricco apparato decorativo e scultoreo (tra l’altro, si tratta dell’apparato scultoreo più famoso e meglio conservato di tutta Pompei) e per il suo giardino, animato da eleganti giochi d’acqua. Proprio questi sono ricostruiti nel secondo “cubo” di Boboli. Fra le 18 colonne del peristilio che circonda il giardino, era collocata una dozzina di statue (se ne conservano 9) che emettevano getti d’acqua che ricadevano in 8 bacini marmorei circolari e rettangolari. La disposizione delle statue nel giardino ha solo ed esclusivamente un carattere estetico e ornamentale. Di particolare interesse sono due statuette in bronzo collocate specularmente al centro del portico settentrionale del giardino e raffiguranti due fanciulli che reggono in una mano un grappolo d’uva e nell’altra un’anatra dalla quale fuoriesce il getto d’acqua. Poiché ai tempi dello scavo del giardino non esistevano ancora studi di paleobotanica in grado di capire quali essenze fossero coltivate, si pensò di popolare il giardino con le piante dipinte sulle pareti del peristilio, in particolare rose e margherite. Lo scavo aveva comunque permesso di individuare la corretta conformazione delle aiuole, all’interno delle quali vennero riposizionate esattamente le statue e le fontanelle.

Boboli ospita gli Horti pompeiani; antico e moderno si incontrano, soprattutto si incontra un modo di vivere privatamente il giardino in età romana, calato nel contesto rinascimentale e lussureggiante del Giardino di Boboli, che oggi è aperto al pubblico e ha perso il suo carattere di giardino privato.

Gli Horti pompeiani sono visitabili fino al 31 dicembre 2009 e la loro visita è compresa nell’ingresso al giardino di Boboli.

Archeologos 2009: l’autunno trentino ricco di musica, teatro, mostre, escursioni comprende anche il prestigioso Meeting Annuale degli Archeologi Europei

L’ARCHEOLOGIA PER TUTTI

Musica e teatro, laboratori didattici, mostre e convegni specialistici per ‘estate-autunno 2009

ArcheoLogos 2009

Dai concerti sull’antica strada della Tridentum romana ai laboratori per tutta la famiglia al Museo Retico di Sanzeno, dall’archeologia sperimentale all’area di Acqua Fredda al Passo del Redebus alla caccia al tesoro per i più piccoli presso il sito delle palafitte di Fiavè, sono numerose le iniziative curate nel corso dell’estate dal Settore archeologia della Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici della Provincia autonoma di Trento. Tutti gli appuntamenti sono ora raccolti nella pubblicazione “ArcheoLogos – parole sull’antico”.

Grazie al supporto e alla collaborazione di Comuni, Aziende per il Turismo, Enti e Associazioni che operano sul territorio, le iniziative costituiscono un’opportunità per approfondire, divertendosi, la conoscenza del ricco e variegato patrimonio archeologico del Trentino. Ecco allora che le tracce del passato si intrecciano con il presente e diventano luoghi di incontro e svago che in un’ambientazione di particolare fascino accolgono mostre, attività didattiche, concerti, spettacoli teatrali, conferenze.

TRIDENTUM

Di grande atmosfera per il contesto che li ospita e per la bravura degli esecutori sono i tradizionali concerti di musica classica in programma al S.A.S.S. il 10 e il 18 luglio nell’ambito dell’8° Festival Risonanze Armoniche.

Tridentum farà anche da sfondo alla trasposizione teatrale della vita di Federico Halbherr che il 25 settembre sarà protagonista di “Kyrios Frederikos. Un archeologo trentino nei labirinti di Creta”, letture itineranti con il gruppo Emit Flesti al S.A.S.S. e all’area archeologica di Palazzo Lodron.

Nel corso dell’autunno verrà inoltre riproposto, in collaborazione con il Museo Diocesano Tridentino, “Alla scoperta di Tridentum. La città sotterranea”, l’itinerario archeologico nel centro di Trento, dal S.A.S.S. a Porta Veronensis e alla Basilica Paleocristiana.

MUSEO RETICO

Il Museo Retico – Centro per l’archeologia e la storia antica della Val di Non, a Sanzeno, oltre all’interessante percorso espositivo che si snoda nel “pozzo del tempo” e alle visite guidate tematiche, offre interessanti laboratori per famiglie.

Il 28, 29 e 30 luglio “Piccoli e grandi archeologi al lavoro” vedrà i partecipanti impegnati nella lavorazione della ceramica con il tornio, del ferro e del vetro sotto la guida dell’archeotecnico Pino Pulitani, mentre il laboratorio di tessitura del 22 agosto “Storia di trame. Pratiche tessili nell’età del Ferro” sarà tenuto da Tiziana Aste.
Prendono invece spunto dalle favole di Esopo “Animali da favola. “Se un capretto, un lupo e un leone…” divertenti spettacoli teatrali per bambini e ragazzi con il gruppo Emit Flesti in scena al museo il 25 luglio e il 4 settembre.

Per gli appassionati di musica l’appuntamento è il 4 agosto con “Suonatori Erranti” melodie mediterranee, balcaniche, yiddish eseguite dal Gruppo Caronte con jazz voice, violino, clarinetto, arpa, tastiera. Serata archeologica il 19 agosto con “Squilli di guerra: il karnyx celtico di Sanzeno” a cura di Paolo Bellintani e Rosa Roncador che presenteranno una rara scoperta avvenuta proprio a Sanzeno.

15° MEETING DELL’ASSOCIAZIONE EUROPEA DEGLI ARCHEOLOGI

E sempre a Riva del Garda si terrà, dal 15 al 20 settembre, il 15° Meeting annuale dell’EAA (European Association of Archaeologists), l’Associazione Europea degli Archeologi. Il prestigioso convegno, che porterà in Trentino alcune centinaia di archeologi (sono già quasi 500 gli iscritti) provenienti da numerosi paesi europei, ma anche da oltreoceano, è organizzato in collaborazione con il Comune di Riva del Garda, attraverso il Museo di Riva.

Si tratta di un evento di eccezione che offre una opportunità unica di incontro per lo scambio di idee e opinioni sulla pratica e la teoria della disciplina archeologica. Maggiori informazioni sul sito www.eaaitaly2009.com

ACQUA FREDDA

Spostandoci in un’altra zona del Trentino, tra l’Altopiano di Pinè e la Valle dei Mocheni, al Passo del Redebus, si trova il sito di Acqua Fredda, una delle aree archeologiche musealizzate più alte d’Europa. Gli archeologi hanno riportato alla luce una delle più importanti fonderie preistoriche della tarda età del Bronzo (XIII-XI sec.a.C.) dell’intero arco alpino.

Nel corso dell’estate, proprio nel luogo dove i minerali di rame erano lavorati fin dai tempi più remoti, si potranno conoscere i segreti della lavorazione dei metalli e vedere gli archeotecnici realizzare dal vivo uno strumento in metallo (il 31 luglio, 21 e 23 agosto, 27 settembre).

E ancora cimentarsi in prima persona nei laboratori a cura dei Servizi Educativi della Soprintendenza (3 luglio e 11 settembre), partecipare all’ archeotrekking sulle tracce della metallurgia preistorica (il 18 luglio e il 22 agosto) e assistere a “Incontro con il mito. Piè zoppi, man’ di fata. Le meraviglie di Vulcano”, un originale spettacolo teatrale interattivo dedicato al mito di Vulcano (il 17 luglio, 7 agosto e 4 settembre).

Infine due appuntamenti serali per chi desidera approfondire: il 4 agosto a Palù del Fersina, presso l’Istituto Culturale Mocheno, Franco Marzatico terrà un incontro dal titolo “Dal minatore al metallurgo: i forni preistorici al passo del Redebus”, mentre il 20 agosto al Centro Congressi Pinè, Paolo Bellintani presenterà “Le vie dei metalli nella preistoria”.

PALAFITTE DI FIAVE’

Bambini e famiglie saranno protagonisti anche a Fiavè, dove presso il famoso sito delle palafitte torna “Ma come facevano a fare? Cerca e Ricerca, Trova e Sperimenta”. Tre gli appuntamenti, il 14 luglio, 4 agosto e 1 settembre, per conoscere, partecipando ad un’avvincente caccia al tesoro sulle tracce degli antichi palafitticoli di Fiavè, come vivevano, come si procacciavano il cibo e quali attività svolgevano i nostri antenati nella preistoria.

DOSS CASTEL
Dedicato alle famiglie è anche il percorso della “Scuola del Bosco” a Fai della Paganella. Grazie alla collaborazione degli alunni della scuola primaria di Fai, il sentiero che dalla località Ori porta al sito archeologico sulla sommità del Doss Castel è stato corredato da originali e colorati pannelli. Pannello dopo pannello, la passeggiata si trasforma in racconto per vivere un’insolita avventura, conoscere i segreti del bosco e scoprire chi erano e come vivevano i Reti, gli antichi e “misteriosi” abitanti di Doss Castel.

MOSTRE
Non mancano suggerimenti per saperne di più sulla storia più antica del territorio trentino con le visite al Centro Documentazione di Luserna dove la Soprintendenza ha curato gli aspetti archeologici della mostra “Il cacciatore delle Alpi – Da predatore a gestore” e al Museo di Riva del Garda dove è in corso la mostra “Sulle antiche sponde. Un abitato neolitico della Cultura dei vasi a bocca quadrata in via Brione a Riva del Garda”.

MONTE SAN MARTINO

Riprendono nel mese di luglio le indagini archeologiche sul monte di san Martino a Lundo, sulle creste che separano l’Altogarda dalle Giudicarie e il Lomaso, dove si celano i ruderi di un antico castello, predisposto al tramonto dell’impero romano e dimenticato dalla storia.

L’attività di ricerca, sostenuta e coordinata della Soprintendenza e dal Comune di Lomaso, è riuscita a riportarne alla luce i tratti più significativi, voci di un tempo lontano e segni di passati poteri, civili e religiosi.

INFORMAZIONI:
Provincia Autonoma di Trento
Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici
Settore Beni archeologici
Via Aosta, 1 – 38100 Trento
Tel. 0461 492161 Fax 0461 492160
e-mail sopr.librariarchivisticiarcheologici@provincia.tn.it
www.trentinocultura.net/archeologia.asp

Riparte la campagna di scavo a Peltuinum (AQ). Gli studenti vivranno da “terremotati volontari” per aiutare l’economia abruzzese

Riparte anche quest’anno la campagna di scavo a Peltuinum, condotta dagli studenti dell’ Università di Roma “ La Sapienza” sotto la direzione della prof.ssa Luisa Migliorati.

Lo scavo, iniziato negli anni ’80, e che prosegue con cadenza annuale dal 2000, si svolgerà nei mesi di Luglio e Settembre. Esso stato fortemente voluto dalla prof.ssa Migliorati – docente di Urbanistica Antica all’Università di Roma ma di origini abruzzesi – “per dare un segnale concreto di continuità, nonostante il terremoto”.

peltuinum teatro

Le difficoltà logistiche sono maggiori rispetto agli altri anni: gli studenti, iscritti a Roma e provenienti da tutta l’Italia, dovranno, infatti, dormire in tenda e vivere da “terremotati volontari”, ma sono tutti motivati e consapevoli di aiutare nel loro piccolo l’economia abruzzese, sia portando denaro agli esercizi commerciali della zona, sia dando visibilità ad uno scavo poco conosciuto, anche tramite l’organizzazione di visite guidate gratuite per tutto il periodo dello scavo.

Della antica città romana di Peltuinum, sita sulla piana di Navelli, tra Prata d’Ansidonia e S.Pio delle Camere, non si parla molto, rimanendo spesso fuori dall’elenco di località che ha reso questa parte d’Abruzzo una meta per le vacanze di tantissimi turisti, anche stranieri, ma essa è invece una importante testimonianza della cultura romana, immersa in uno splendido panorama.

Infatti sebbene le strutture private antiche e le abitazioni siano state parzialmente distrutte da secoli di aratura del terreno, restano ben visibili le strutture pubbliche, che confermano l’importanza di questa città sorta attorno alla metà del I sec. a. C. e che ebbe il suo massimo sviluppo nel I- II sec. d. C.: sono infatti conservati il tratto occidentale delle mura con la porta, il tempio del foro circondato da un portico, e soprattutto il teatro, ancora solo parzialmente scavato, e attualmente oggetto di indagine.

Del tempio, scavato negli anni 80, sono visibili il nucleo in calcestruzzo del podio, e i resti del portico colonnato che lo circondava su tre lati, restaurati e resi permanentemente visibili con i lavori di consolidamento e valorizzazione ad opera della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo.

Il luogo di culto è stato attribuito al dio Apollo grazie al ritrovamento di una mensa per offerte alla divinità – poi riutilizzata come soglia in una abitazione – che recava incisa la scritta APELLUNE, probabilmente una deformazione del nome della divinità.

Lo scavo del teatro, invece, sta restituendo interessanti informazioni sia sulla sua costruzione, pensata come un terrazzamento che colmasse il dislivello naturale tra il tempio e lo spazio sottostante, sia sulla sua parziale demolizione avvenuta a partire dal periodo medioevale, con il sistematico riutilizzo dei blocchi calcarei come materiali da costruzione. I materiali lapidei venivano infatti smontati, tagliati e squadrati sul posto, in modo da renderli pietrame da costruzione per le case del vicino paese e per molte chiese, a partire dalla splendida S.Paolo di Peltuinum, ora seriamente danneggiata dal terremoto, fino ad arrivare alle chiese di Bominaco.

Il risultato è che la cavea del teatro è stata riempita, fino ad una altezza di 2,5 m, da “scarti di lavorazione” medioevali, che si rivelano spesso essere frammenti di capitelli ionici e corinzi, cornici con decorazioni a palmette, dentelli e volute, eliminati in fase di squadratura dei blocchi. Questi frammenti, oltre ad essere molto belli, sono materiale prezioso per gli archeologi, in quanto consentono di ricostruire la decorazione architettonica dell’area.

Inoltre si è compreso come il teatro fu oggetto di una modifica strutturale sia della parte dei gradini della summa cavea, quelli più in alto, sia della porticus ad scaenam (il portico adiacente all’ingresso), molto probabilmente in conseguenza di un altro forte terremoto, avvenuto nel 51 d.C.

Anche questo evento sismico, però, non abbatté gli abruzzesi di allora, che reagirono rinforzando la struttura a tal punto che essa ha resistito sino ad oggi, non riportando danni neanche nel sisma del 6 Aprile scorso.

Per info e prenotazioni visite:

Telefonare al n. cell. 347 1407128; oppure, dal 18/07, recarsi direttamente presso l’area archeologica del teatro dalle 8 alle 17.

Fonte:

http://www.ilcapoluogo.com/e107_plugins/content/content.php?content.17242

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Aperte le iscrizioni all’VIII Campagna di Scavo organizzata dal SIMA a Ventimiglia

Dal 6 al 24 luglio 2009 si svolgerà a Ventimiglia (IM), presso l’area delle mura settentrionali della città romana di Albintimilium, l’8a campagna di scavo archeologico.

Le indagini, iniziate alla fine degli anni ’80 del secolo scorso e riprese in modo continuativo solamente a partire dal 2002, hanno riportato in vista una consistente parte della cinta muraria. In aderenza al lato settentrionale delle mura, ad occidente dell’area di scavo, si è individuata una piccola necropoli con tombe di diversa tipologia, che presentavano ciascuna i resti di almeno due deposizioni. A sud della cinta muraria, sul lato orientale dell’area di scavo, è stata riscoperta la parte terminale di un cardine della città romana, settore caratterizzato dalla presenza di una serie di buche di scarico riempite con materiali di diversa tipologia (ceramica, vetro, bronzo ecc.). Nel corso della campagna di scavo del 2003 è stata inoltre individuata anche una piccola porta urbica, la cui presenza è da mettere in relazione al vicino castellum aquae ed ai probabili collegamenti con la retrostante Val Nervia, sede di funda agricoli e di agglomerati suburbani.

Lo scavo è inserito nell’ambito del Modulo 4 della Scuola Interdisciplinare delle Metodologie Archeologiche, Metodi e pratica dello scavo archeologico.

Per informazioni e iscrizioni:

Tel. 0184.263601

Sito: www.iisl.it

E-mail. corsisima@istitutostudi.191.it

I Bronzi per Riace… Parole e paroloni !

La proloco “I Bronzi per Riace”, presieduta dalla Dott.ssa Anna Maria Bombardieri, ha organizzato una giornata studio dedicata ai Bronzi di Riace il 16 maggio 2009 a Riace Marina presso l’hotel Federica, in collaborazione con l’Università della Calabria e con il patrocinio del Ministero dei Beni culturali e della Regione Calabria.

Ho chiesto al Prof. Giuseppe Braghò di commentarci quanto emerso in questa prestigiosa sede, dopo la pubblicazione della sua ricerca-inchiesta con sui ha evidenziato e documentato molte criticità circa il possibile trafugamento di parti dei Bronzi di Riace, per i quali gli ultimi Ministri per i Beni Culturali Rutelli e Bondi hanno enunciato l’impegno a verificare il da farsi per ridare integrità a questi beni culturali che sono anche patrimonio dell’umanità.

Caro Pagni, ho letto – tra il “materiale” partorito dal convegno di Riace – un esilarante articolo (Gazzetta del Sud) in cui tale Prof. Giuseppe Roma (o qualcosa di simile) ha pubblicamente dichiarato che i Bronzi sicuramente rappresentano Castore e Polluce e che gli stessi, ancora sicuramente, nella mano destra reggevano originariamente delle redini, alle quali erano attaccati due cavalli.

Non intendo soffermarmi sulla bizzarria della seconda affermazione: al contrario, lancio un invito agli studenti (che frequentano il corso del docente UNICAL) di cambiarlo, se possibile. Prendano loro – in seconda ipotesi – delle redini in mano: soltanto per trascinare altrove un asino come il saccente Prof. Basterà d’altronde scorrere la pomposità del Curriculum Vitae dell’esimio relatore (specialmente soffermandosi sulla voce “Pubblicazioni”, le quali altre non sono che articoli ed articoletti ospitati su riviste e rivistine più o meno orfane di stima accreditata) per raccoglierne grandeur e preparazione specifica.

Si conosce, nel regesto ufficiale intorno alle due Statue, un solo altro esempio di pedanteria ilare, vezzosamente propinatoci dalla Brunilde Sismondo Ridgway, secondo la quale le magnifiche espressioni del periodo severo greco sono, nella squallida realtà, delle opere romane (!). L’archeologa nunziante, da allora, è universalmente riconosciuta come fantasiosa, e la gentilezza del termine è unicamente dovuta alla galanteria degli altri seri ricercatori. In tanti, e soltanto dopo la mia documentale inchiesta, si occupano ora dei Bronzi: ciò è positivo. Negativa è la maniera con la quale si disquisisce intorno ad essi.

Su Calabria Ora di ieri, domenica 24 maggio, si potrà leggere altra disquisizione di tale Danilo Franco, firmatosi senza qualifica professionale: potrebbe dunque essere fabbro, rigattiere, farmacista, botanico forse. Sono portato a ritenere il soggetto molto vicino all’ultima figura citata, trattando l’accaduto con ironia, che non fa male anche quando si toccano argomentazioni serie. Lo immagino dunque botanico poiché il noioso articolo può avelo scritto chi, con gramigne e carciofi, possiede familiarità.

La ricerca storiografica non è argomento da chiosco domenicale. Nessuno dei timorati convegnisti – oltre che il Danilo Franco – sostiene la via più consona per sciogliere i dubbi su origine e provenienza degli sventurati A e B: l’indagine della Magistratura e un futuro, approfondito scavo nell’area ri Agranci-Riace, misure da me più volte chieste al MIBAC. Spiego perché. Mariottini dice di aver visto per primo le statue. Crediamogli. Ancora, afferma che si trattava di “un gruppo”. Crediamogli. Continua, il sub capitolino, a narrare che al braccio sinistro di una di esse ha visto uno scudo. Crediamogli. Scrive nella denuncia, il fortunato pescatore, che le stesse sono differenti (e vistosamente) per postura, mostrandosi (una delle due) con braccia aperte e gamba sopravanzante,espressione contrastante con la realtà espositiva presente presso il Museo di Reggio Calabria,mentre la seconda corrisponde alla descrizione. Crediamogli.

A questo punto, il passo che Magistratura e Carabinieri della Tutela dovrebbero fare è banale soltanto: costringere il “papà dei Bronzi” a dire la verità. Lo stesso, in note interviste, afferma di voler parlare “soltanto col Giudice o con i Carabinieri”. Evidentemente, sussisterà qualcosa di riservato, da non svelare ai giornalisti e al popolo, sovrano (sulla carta).

Cos’ha fatto il Magistrato inquirente di Locri? A quali risultati sono pervenuti i Carabinieri? Tre anni dopo la personale, meritoria (parole di Ministro peri Beni Culturali, e non di botanico o convegnista griffato) inchiesta giornalistica, evolutasi nel volume “Facce di Bronzo”, nulla è dato sapere. Troppo facile. Strano e improprio, inoltre, che i convegnisti di Riace o il Danilo Franco ignorino di supportare la necessità primaria di stringere la morsa attorno a un falso eroe, per sapere. Probabilmente non amano o non vogliono, farlo.

Mariottini, se fosse quell’onesto “volontario servitore del bene pubblico” che dice di essere, dovrebbe toglierli, i drappi oscuri della menzogna. Certo, svelare le infamie di chi lo ha protetto fino ad oggi è pesante, e tanto. Meno pesante, tuttavia, dell’ombra che il cittadino Giuseppe Braghò, con “carte alla mano”, ha per sempre proiettato su Stefano & Co., lì dove Stefano sta per Mariottini e Co. sta per i noti personaggi istituzionali coinvolti nell’affaire Bronzi di Riace. Leggere, per credere. Dopo, e soltanto dopo, scrivere. O contestare, se possibile. Povera, poverissima Italia!

Cordialmente.

Prof. Giuseppe Braghò

P.S.: Ne autorizzo pubblicazione e divulgazione.

Nuove scoperte sotto Palazzo Vecchio a Firenze. Ritrovato teatro romano di epoca imperiale

Scavi archeologici sotto Palazzo vecchio a Firenze hanno portato alla luce un teatro risalente al primo secolo d. C. Lo ha annunciato in conferenza stampa questa mattina l’assessore comunale alla Cultura Eugenio Giani. ‘‘Entro due anni i turisti potranno passare dal cortile della Dogana di Palazzo Vecchio e arrivare sopra l’antico palcoscenico del teatro romano”.

L’ultimo ritrovamento degli scavi sottostanti il palazzo civico fiorentino corrisponde alla burella centrale che permetteva agli ospiti del teatro di passare dalla parte superiore a quella inferiore.

I lavori curati dalla cooperativa Nuova Archeologia hanno già permesso di rinvenire i resti murari della cavea del teatro, con le costruzioni delle gradinate dove sedevano gli spettatori e una porzione dell’orchestra. Gli spazi tra le costruzioni, le burellae, hanno svelato la storia della demolizione del teatro – realizzato a partire dal primo secolo d.C. e attivo fino al quarto – e del loro riutilizzo come calcinaie, luoghi di sepoltura, stalletti per animali, prigioni in epoca medievale.

”Continueremo a lavorare su questo corridoio centrale – ha detto Giani – che ci permetterà un collegamento diretto con il cortile della Dogana di Palazzo Vecchio: in quella che attualmente è una stanza utilizzata dall’economato, alta 7 metri, realizzeremo una stanza degli arazzi con la discesa al teatro romano. Ci vorranno due anni per aprirne la visione al pubblico”.

Fonte:

http://lanazione.ilsole24ore.com/…/novita_negli_scavi_sotto_palazzo_vecchio.shtml

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