“L’occhio dell’archeologo. Ranuccio Bianchi Bandinelli nella Siena del primo ’900″: Siena dedica una mostra ad un suo illustre cittadino

Siena dedica una mostra a Ranuccio Bianchi Bandinelli, uno dei padri dell’archeologia italiana. Gli addetti ai lavori, archeologi e storici dell’arte, gli studenti di archeologia, ma anche i semplici appassionati sicuramente conoscono l’opera di quest’archeologo e posseggono qualche suo fondamentale volume nella propria libreria (come Introduzione all’archeologia, oppure L’arte romana nel centro del potere). Per tutti gli altri la lacuna può essere colmata dalla mostra “L’occhio dell’archeologo. Ranuccio Bianchi Bandinelli nella Siena del primo ‘900”, allestita nel Complesso Museale Santa Maria della Scala fino al 5 luglio 2009. Essa ha infatti sicuramente il merito di far conoscere al grande pubblico questa figura di insigne archeologo, di farla uscire dall’ambito accademico e di renderla perciò più popolare.

La mostra, curata da Marcello Barbanera, che su Bianchi Bandinelli ha realizzato più di una pubblicazione (ad esempio Ranuccio Bianchi Bandinelli. Biografia ed epistolario di un grande archeologo, 2003), vuole mettere in luce in particolare il rapporto del grande studioso con la sua città, Siena appunto. Si tratta di un’immagine di vita privata dell’archeologo – l’ “occhio” è quello con cui Bianchi Bandinelli guardava alla Siena del suo tempo – ma anche di una pagina di storia dell’archeologia, in quanto si pone l’accento sulle prime ricerche archeologiche da lui compiute in terra senese nel campo dell’etruscologia e sul suo impegno per la realizzazione di un museo archeologico della città.

Studioso “moderno” rispetto alla tendenza del suo tempo, già negli anni ’20 vedeva nella figura dell’archeologo la necessità di essere un “trasmettitore di cultura” nei confronti del pubblico e quanto alla ricerca scientifica, poneva l’accento sull’importanza non del singolo oggetto, ma dell’oggetto in riferimento al contesto di rinvenimento. Un concetto, questo, che se ormai è dato per scontato nella moderna ricerca archeologica, agli inizi del Novecento non era per nulla chiaro alla mente di molti studiosi.

La tesi di laurea di Bianchi Bandinelli si pone come momento fondamentale non solo della vita dell’archeologo – grazie ad essa egli si impone all’attenzione della comunità scientifica del tempo – ma pone le basi di un nuovo modo di affrontare gli studi etruscologici, ovvero su base topografica, stilando una sorta di Carta Archeologica del territorio di Chiusi. Le sue ricerche sono non a caso considerate pionieristiche, ed hanno contribuito a stabilire dei punti fermi nella topografia etrusca e nella comprensione dei fenomeni storici e artistici dell’antico territorio, dando al contempo dei risultati straordinari. Non è da sottovalutare il supporto datogli dall’appassionato e collezionista Emilio Bonci Casuccini, un uomo che, a detta dello stesso Bianchi Bandinelli “voleva piantare vitigni laddove sperava ci fossero tombe”.

Ad illustrare il percorso, una serie di urne cinerarie da Chiusi e altri reperti (buccheri, una testa di canopo, la testa del cd. PseudoSeneca) rinvenuti nel corso delle ricerche fatte da Bianchi Bandinelli.

Con la visita alla mostra, non si perda l’occasione di visitare il Museo Archeologico di Siena, allestito nei sotterranei del Complesso Museale Santa Maria della Scala: in un’atmosfera davvero suggestiva, data dai cunicoli scavati nel tufo in cui si sviluppa l’allestimento, sono esposti i reperti archeologici più significativi della lunga storia di questa parte della Toscana, dall’età Villanoviana alla tarda romanità, e inoltre sono ospitate le donazioni dei principali collezionisti senesi, come lo stesso Emilio Bonci Casuccini, amico di Ranuccio Bianchi Bandinelli.

Marina Lo Blundo




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