PERCHE’ GLI ARCHEOLOGI SONO CONSIDERATI UNA CASTA?

Questo articolo nasce da una discussione, svoltasi qui, sulle pagine di Archeoblog, che è andata a toccare un tasto particolare dell’archeologia, ovvero la percezione che il pubblico ha degli archeologi. Davvero siamo una casta? Quella che segue è un’analisi del motivo per cui è nata questa visione, una sorta di mea culpa che tutti gli archeologi che lavorano sul territorio forse dovrebbero fare.

La prima immagine che viene in mente a chiunque quando si parla di archeologi è quella di Indiana Jones che affronta avventure incredibili e fa scoperte eccezionali, cerca tesori nascosti e svela misteri. I “Wow!” e i “Che bello!” che di volta in volta mi sono rivolti quando dico che sono un’archeologa non si contano, ma quando poi dico dove lavoro, allora l’espressione estatica scompare e anche il discorso dopo poco viene lasciato cadere. La figura dell’archeologo in astratto è avvolta nel mito, ma nel concreto è apprezzata molto meno perché in Italia, tolte giusto Roma, Pompei e poco altro, il lavoro dell’archeologo non è molto considerato.

La concezione dell’archeologia è ancora “romantica”, legata alle scoperte importanti e ai ritrovamenti eclatanti, mentre quando si tratta di fare “piccola archeologia”, archeologia locale, cioè quegli interventi di archeologia urbana che accompagnano (per legge) i lavori pubblici nei centri storici e nelle aree già sottoposte a vincolo, l’atmosfera cambia, e improvvisamente l’archeologo diventa colui che fa rallentare il cantiere per pulire con il pennellino quelle quattro pietre. Come mai questa differenza nell’atteggiamento? Semplice: il nostro lavoro non viene capito. E di chi è la colpa? Nostra, ovviamente! È evidentemente nostra, perché non abbiamo saputo e non sappiamo trasmettere il perché del nostro lavoro, non sappiamo spiegare perché è necessario affiancare i lavori pubblici, scavando sotto le nostre città, e soprattutto, e questo è ancora più grave, non spieghiamo ciò che viene trovato. In sostanza, non siamo capaci di “pubblicizzare” il nostro lavoro, di renderlo pubblico. La trafila di uno scavo tutto sommato è semplice: si scava, si studia ciò che si è scavato, si pubblica ciò che si è studiato. È proprio questo il punto: chi pubblica lo fa su pubblicazioni scientifiche per addetti ai lavori, scritte in un linguaggio poco comprensibile a chi non è del mestiere. E così uno scavo fatto nella città X comporta ai cittadini solo disagi, perché non conoscendo il motivo dello scavo, e non riuscendo a capire cosa sono quei quattro sassi che vedono, essi leggono tutto come un’inutile perdita di tempo e vedono negli archeologi un gruppo di persone che fa un lavoro inutile e che ruba soldi allo Stato (come mi è stato detto una volta!).

Ripeto: è colpa nostra. Colpa nostra che non abbiamo ancora imparato a comunicare agli abitanti di X cosa stiamo facendo. Basterebbe così poco! Eppure non ci rendiamo conto che il nostro atteggiamento attuale da un lato ci “ghettizza”, mentre dall’altro tende a fare di noi una “casta” di persone chiuse in se stesse, del cui lavoro non si sa nulla. Così facendo, questa casta-ghetto esclude gli abitanti di X dal loro territorio, non rendendoli partecipi di scoperte e quindi di informazioni storiche che invece spettano loro di diritto. Ritengo che sia questo il motivo principale per cui il lavoro dell’archeologo è visto con sospetto e diffidenza, come un’invasione della propria terra, che chissà, magari porta allo scoperto chissà quali tesori che poi vengono tenuti nascosti (e così si verificano quegli spiacevoli episodi di scavi clandestini e di buchi dei “tombaroli” col metal detector che non danno altro risultato se non rovinare la stratigrafia del sito e rallentare ulteriormente il lavoro dell’archeologo).

Ritengo sia giunto il momento di comunicare in tempo reale agli abitanti di X ciò che viene scoperto nella loro città, che cosa si sa di più di giorno in giorno sulla loro storia. Non solo. Occorre farlo con un linguaggio semplice, dove semplice vuol dire “non specialistico”. Il pubblico è interessato alla propria storia, all’archeologia, ma non sempre ha i mezzi per poterla capire e comprendere a fondo. Credo che sia significativo in tal senso il fatto che uno dei libri più venduti sotto Natale e anche ora nel 2008 sia “Una giornata nell’antica Roma” di Alberto Angela (di cui ho scritto una recensione sul blog di Comunicare l’archeologia, che invito a leggere): il pubblico è interessato e legge un’opera di divulgazione come solo Angela, che non è archeologo, può scrivere. Eppure quanti volumi sono stati scritti sulla vita quotidiana a Roma? Non hanno avuto lo stesso successo. Alberto Angela sa comunicare col pubblico, sa solleticare le corde giuste della curiosità e dell’attenzione, e per questo il suo libro ha fortuna: un archeologo avrebbe trattato lo stesso argomento impostando il lavoro in maniera ben diversa. E, ci scommetto, avrebbe pubblicato un’opera forse più corretta e dettagliata sotto il profilo scientifico, ma meno divulgativa, quindi più difficile e noiosa. Sono stata contenta di sapere che molti archeologi hanno letto il libro di Angela: e se dalla lettura possono nascere spunti per migliorare il nostro rapporto con il pubblico, ben venga. Personalmente, ritengo che il libro di Angela sia più utile agli archeologi che a tutto il resto del pubblico: la mia è una provocazione, ma sono seriamente convinta che se gli archeologi iniziassero a scrivere come lui, sarebbe un bel passo in avanti per tutta la categoria. Comunicare l’archeologia è il passo che dobbiamo compiere per uscire dalla condizione di “ghetto-casta” che molti ci attribuiscono. Scrivere sui giornali quando si apre un cantiere di scavo nella città X, preparare dei pannelli che spieghino il lavoro in quel cantiere, coinvolgere gli abitanti organizzando incontri con la popolazione, conferenze, servizi sulle TV locali e, perché no?, organizzare visite guidate a fine scavo se il sito lo consente… sono questi i primi passi che si possono compiere per avvicinarci di più al pubblico, anche perché fondamentalmente il nostro non è un lavoro fine a se stesso, ma è un servizio reso alla società, cui restituiamo un pezzo della sua storia.

Marina Lo Blundo
Comunicare l’archeologia




12 commenti o segnalazioni

  1. Francesco Bertazzo on 23 mag 2008 at 11:10 am

    Concordo pienamente con quanto scritto da Marina, speriamo che tutti i giovani archeologi come lei siano della stessa opinione, in questo caso tra 10-20 anni le cose saranno realmente cambiate in meglio.

  2. Franco on 25 mag 2008 at 5:30 pm

    Se il Patrimonio è tutelato dalla Costituzione, perchè Politica, Diplomazia, “poteri forti” e Istituzioni, dovrebbero trattare, sulla base di interessi privati, il suo destino ?

    Tenuto conto (visto il sito), che questo tipo di ritrovamementi era ampiamente prevedibile, perchè non hanno pianificato in anticipo il da farsi ?

    Una Soprintendenza deve combattere solitariamente in difesa del Patrimonio, per pochi euro al mese, e rischiare eventuali trasferimenti per rappresaglia ?

    E’ vero, quindi, che la tutela del Patrimonio non si fa unicamente legiferando in proposito, ma anche, con un drastico innalzamento del livello culturale medio. Sarà, a quel punto, l’Opinione Pubblica (oggi, perfettamente silente) ad avanzare legittime aspettative a tal fine. Oggigiorno, questo percorso, su scala nazionale, è seguito meritoriamente, soltanto dalla famiglia Angela, attraverso i media. Poco possono le associazioni culturali, sparse sul territorio, perchè impossibilitate a svolgere il loro ruolo di cerniera fra conoscenza e cittadinanza. Mancanza di sovvenzioni, di nulla osta alla divulgazione fino a diversa indicazione, niente immagini, niente anticipazioni, niente pubblicazioni, niente articoli, niente di niente. Assenza di finanziamenti pubblici con specifica destinazione, titolarità di ricerca e studi (che non vengono mai portati avanti, se non in tempi geologici), riluttanza alla multidisciplinarità, assenza di sinergie fra Istituti, pur sempre finanziati dallo Stato, per la fruibilità di tecnologie, indagini e scavi parziali, dilatati in tempi lunghissimi, conclusioni, spesso, irraggiungibili. Dimenticanze nel apporre vincoli preventivi ed anche postumi, su siti di accertato interesse e rischio archeologico. Non ultima, l’arroganza delle ruspe.

    Cordialmente

    franco

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    Tratto da Verona archeologia

    Fonte: srs di Silvia Bernardi/ L’Arena di Verona, sabato 17 maggio 2008 cronaca pag. 15
    Verona: Dal Seminario spunta un tesoro
    Verona: scavi archeologici del seminario

    «OH!! Ogni tanto sul giornale leggo qualche bella segnalazione!”

    “Finalmente dopo quattro anni, il giornale L’Arena di Verona è riuscito a “portare alla luce”, la notizie riguardante il piu’ importante e imponente scavo archeologico di Verona e uno dei maggiori di tutto il nord d’Italia degli ultimi anni.
    Scavo che si era, e si sta affettuando, in una segretezza tale da far invidia, “ all’area 51”.

    Malgrado l’assoluta riservatezza, nei bar vicino al seminario, qualche notizia era comunque filtrata, anche a causa del numero elevato di persone che lavorano nel cantiere, e benché non siano fonti ufficiali, la voce era che lo scavo che si stava eseguendo era di una importanza archeologica tale da far dire che Verona aveva ora la sua piccola Pompei.

    Vediamo ora se i responsabili alle soprintendenze e autorità varie, piu’ o meno preposte, lo sacrificheranno all’ennesimo parcheggio auto sotterraneo di Verona o riusciranno a salvare, preservare e valorizzare questo piccolo, ma importantissimo, gioiello archeologico, e visto che per Verona il centro storico della città è dichiarato dall’Unesco “patrimonio storico e culturale dell’umanità”, non dovrebbero essere difficile farlo».

    LA SCOPERTA A VERONETTA.

    Nel corso dei lavori di ristrutturazione, durante gli scavi per il parcheggio sono venuti alla luce preziose testimonianze archeologiche

    Si arriva di buonora. Si inizia a scavare. Pala in mano per togliere il grosso, pennelli e spatole per non rovinare i reperti.
    È quanto stanno facendo da quattro anni gli specialisti dell’equipe dell’archeologo inglese Simon Thompson.


    Dove?
    Molto vicino a noi. Nel cuore della città. Più precisamente nel cortile del Seminario vescovile che da quando sono iniziati i lavori di ristrutturazione rischia di diventare uno dei siti archeologici più grandi e importanti della città rinvenuto negli ultimi anni.

    Ottocento casse di materiale databile tra il II secolo a.C. e il IV d.C.

    Il perimetro di un imponente impianto artigianale risalente al IV secolo d.C. e, sotto, una necropoli di epoca celtico-romana.


    Centoquaranta scheletri conservati nella sabbia del palealveo dell’Adige.

    Una scoperta che riporta indietro nel tempo di oltre 2mila anni.
    E che ha rallentato la realizzazione del parcheggio sotterraneo ad uso del seminario. 


    Molti neonati, tanti bambini alcuni sepolti su un fianco, altri supini.
    Uno rannicchiato vicino al suo cane.
    Poco più in là, un adulto tumulato con il suo cavallo.
    Il ritrovamento risale a un anno fa.

    Gli scheletri sono stati rimossi, etichettati e consegnati nelle mani della Soprintendenza.
    La prossima tappa è il laboratorio di Milano per la datazione ufficiale. 


    «Le prime trincee di sondaggio sono state fatte nel 2004», racconta Thompson,

    «e hanno subito rivelato che si trattava di un’area archeologica».


    .

    .

    Lì, nel cortile delimitato dagli edifici del seminario che si affaccia tra via Porta Organa, via Seminario e vicolo Bogon, c’è la testimonianza storica di tre epoche diverse.

    Mura grandi, muretti interni, ampie cisterne e una via di transito che si collegava al passaggio della Postumia.


    «Questa era una zona artigianale. Siamo fuori le mura, vicino alle vie di comunicazione. Le officine dove si lavoravano ferro e bronzo si affacciavano direttamente sulla strada».

    Sul retro il perimetro di un cortile e una cisterna ancora ben visibile.

    «Sulle pareti abbiamo trovato numerosi frammenti di ferro. Lì, molto probabilmente, si immergevano i manufatti per il raffreddamento».

    Vicino, un altro grande pozzo che ha rivelato sul fondo centinaia di frammenti di terracotta.
    «Erano offerte votive. I fedeli ci buttavano dentro vasetti e statuine come noi, oggi, buttiamo le monete nella fontana di Trevi».

    E infatti, nell’area c’è anche un santuario e le relative offerte. Quelle meglio conservate.
    «Abbiamo repertato centinaia di casse di materiale ritrovato in buche o strutture interrate. Ceramiche, statuine in terracotta, utensili».


    Poi la zona artigianale, molto probabilmente intorno al III secolo d.C. cadde in disuso e venne utilizzata nuovamente come necropoli.

    «Solo una tomba è stata ritrovata in buono stato di conservazione con tutto il corredo funerario: rocce di quarzo, due statuine, uno specchio, delle monete».


    La storia ricorda quella degli anni ’90, quando i lavori per i Mondiali di calcio riportarono alla luce seicento tombe romane sotto Porta Palio, il 90 per cento di defunti cremati, il resto inumati.
    Anche quelle risalenti tra la fine del I secolo a.C. e il IV d.C.

    «Abbiamo trovato così tanto materiale che non abbiamo trovato il tempo di studiarlo».


    E non finisce qui. Rimane ancora un’ampia area da scavare, quella in prossimità degli edifici, verso vicolo Bogon, dove dovrebbe sorgere il parcheggio interrato per 250 posti auto.


    «Ma per proseguire dobbiamo prima terminare gli scavi nell’area già riportata alla luce. Ci aspettiamo comunque di trovare materiale interessante».

    Come il resto dei fabbricati sul lato opposto della strada antica, con gli annessi reperti che, vista l’abbondanza di quelli già ritrovati, non deluderanno.

    «La curia si è impegnata molto fino a qui», aggiunge Thompson «sostenendo i costi di un sito come questo».


    E ora che si fa, si ricopre tutto?
    Si affronta l’altra parte dei lavori?
    Dove sono e dove andranno collocati i reperti?

    La soprintendente ai Beni archeologici, Giuliana Cavalieri Manasse, non dà risposte, e si limita a dire che ci sono colloqui in corso con la Curia.

    Conferma il ritrovamento di una grossa necropoli ma non fornisce altri dettagli.

    Nel frattempo i lavori di ristrutturazione del Seminario vescovile sono in fase di ultimazione con la monumentale facciata già finita a dare l’idea dell’imponenza -e della bellezza- del complesso architettonico.

    Quanto alle sorti del suo tesoro «nascosto» è presto per pronunciarsi: per la decisione finale si devono attendere gli ultimi colloqui tra Curia e Soprintendenze.

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  3. Gio da Batiorco on 27 mag 2008 at 7:39 am

    Lo scavo al seminario vescovile di Verona, è un bellissimo esempio di come le soprintendenze e le varie autorità preposte comunicano con i cittadini.

    Malgrado siano ormai quattr’ anni che stanno lavorando, la notizia dello scavo è apparsa sul giornale più come un incidente di percorso che una comunicazione culturale o ufficiale, anche perché, per i comuni mortali veronesi, al seminario, pur di non far trapelare qualche informazione, l’impressione è che poco mancasse che erigessero muri e reticolati di filo spinato di berlinese memoria, con cecchini alle finestre.

    Tale modo di comunicare ha in sé profonde e radicate basi culturali, tanto che con l’ultima legge sulla tutela del patrimonio “il Decreto Urbani” si è riusciti a far imprecare in tutte le lingue, sia antiche che moderne, personalità del calibro di Salvatore Settis, arrivando alla schizofrenica realtà di poter mettere all’asta, e pertanto vendere o svendere, le proprietà demaniali d’ interesse culturale e, nello stesso tempo, togliere l’usufrutto ai cittadini italiani dei beni artistici e archeologici, negando perfino la possibilità di eseguire fotografie per scopo personale dei nostri beni artistici e, visto che in Italia non esiste nemmeno la normativa sulla libertà di panorama, la cosa è di una gravità estrema.

    Nello stesso tempo, le varie istituzioni, addette alla difesa del nostro Patrimonio, some sempre tenute “alla canna del gas”, strangolate da finanziarie che tagliano di continuo nella stessa direzione, con personale sempre sotto rischio di trasferimenti di rappresaglia.

    Tale situazione non è non solo ottimale, ma nemmeno sufficiente per la comunicazione, la divulgazione e la conservazione del nostro patrimonio culturale, storico e archeologico.

    Tenendo presente, malgrado elementi di elevata capacità e estrema dedizione, l’atavica carenza di capacità amministrativa, fa degli enti preposti, gli unici termoinceneritori italiani perfettamente funzionanti, là, dove le fonti culturali archeologiche, non vengono fisicamente bruciate, ma “sublimano!”

    Personalmente ho sentito dire, da un docente di Verona, una battuta sarcastica, ma molto veritiera, nella quale si richiedeva la necessità di una nuova laurea universitaria, avente come indirizzo: “La ricerca archeologica negli archivi e magazzini delle soprintendenze e musei”, questo perchè vi è l’ottanta per cento del materiale giacente che non é studiato o pubblicato.
    Se poi aggiungiamo anche le normali beghe, i personalismi, le invidie e gelosie, la situazione è da comica all’italiana.

    Altro che comunicare l’archeologia!

  4. Caligola on 27 mag 2008 at 10:44 pm

    Vediamo di sintetizzare, per quanto possibile.
    Da quanto letto sino ad ora, si desume quanto segue :
    - Contrariamente a quanto previsto dal
    Diritto, gli interessi privati, sono
    dominanti su tutto il resto.
    - I politici, non frequentano abitualmente i
    poveracci.
    - I poveracci non chiamano l’amico altolocato
    e non minacciano cause.
    - L’autosilo, tutto sommato, toglie auto dalle
    strade.
    - L’Italia è così ricca di Patrimonio, che non
    ha certo bisogno di bloccare il mio autosilo.
    - Mantenere i musei costa e ci vanno solo gli
    stranieri.
    - Gli stanziamenti non bastano nemmeno per
    pagare il personale.
    - L’organico è insufficiente.
    - I reperti non si sa dove metterli.
    - Monsignore sbraita. I poveracci, no.
    - In effetti, non è che vi siano cose nuove
    od eclatanti.
    - Speriamo che il prossimo autosilo, lo
    facciano in mezzo alla campagna abbandonata.
    Il diritto Pubblico, può attendere. L’importante, è che nessuno scatti foto.

    Caligola

  5. franco on 30 mag 2008 at 10:23 am

    Ma, perchè, la sudditanza psicologica, la si attribuisce solo agli arbitri ?

    franco

  6. Caligola on 30 mag 2008 at 10:36 am

    Un po’ più concretamente, occorrerebbe, che i sostenitori della corrente di pensiero, così ben esposta, da Marina, dessero vita ad un’azione concreta per togliere il Patrimonio da questo “pantano”.
    Immagino uno spazio dedicato (ad esempio : su questo blog) dove far confluire le informazioni utili per la tutela, collegato con il Nucleo di Tutela del Patrimonio dei CC, presente nelle varie regioni d’Italia.
    Che ne dite ?

    Caligola

  7. Gio da Batiorco on 10 giu 2008 at 7:56 am

    Vediamo di veder la cosa dal di fuori della casta, e osservare la faccenda sotto ottiche diverse.
    Premesso che considero l’arroccamento in “casta” non come il male peggiore, ma solo uno dei tanti sistemi di quell’ ancestrale “status” che fa parte dello spirito di conservazione e di sopravvivenza dell’uomo.

    Detto questo, vediamo chi posso essere: sono Gio, un normale cittadino italiano, che si occupa occasionalmente, nel suo tempo libero, di cultura locale, per non dire di quartiere.
    Qualche volta do una mano a mia moglie, insegnate di scuola elementare, ad avvicinare gli alunni alla storia locale più o meno recente, o a recuperarle, quando ha bisogno, informazioni o notizie varie su argomenti storici e culturali.

    E il grande problema sta proprio qua!

    Se per caso, o per necessità, ti passa per la testa di attingere informazioni dalle fonti e luoghi ufficiali, la cosa migliore che ti puo’ capitare e di sentirsi “Nulla e Nessuno”, e se ti spingi un po’ più in là, comprendi di esserti trasformato in un “sovvertitore e saccheggiatore ” della ricerca e cultura italiana, per non parlare di quella archeologica, e anche… “della quiete pubblica”.
    E te ne vai pensando di quale stato sei cittadino.

    Visto che le informazioni da quella parte non possono arrivare, anzi è più facile fare superenalotto con cinque numeri, tenti allora di rivolgerti a quelle altre “informazioni e fonti pubbliche”, che dovrebbero essere i musei.
    Apriti cielo. Se per caso, visto che il materiale a disposizioni è spesso carente o insufficiente, tenti di estrarre la macchina fotografica e chiedi di fare una fotografia ti guardano come se stessi per uccidere qualcuno, ed è meglio non insistere!.
    Le obiezioni, sono sempre le stesse: “non è possibile, non c’e il direttore, lo vieta la legge, ecc ecc ecc….”
    Quella che mi fa più “splendere”, e quando mi sento rispondere che non e possibile fare delle fotografie perché, “si rovinano le selci o i vasi”!
    E io rido per non piangere.

  8. Alessandro Pintucci on 14 giu 2008 at 5:33 pm

    Sono d’accordo su tutto quello che marina ha scritto, il problema è farlo capire anche chi deve dare il permesso affinchè i siti possano essere visitati e resi pubblici e pubblicati…ma almeno mi sento meno solo a pensarlo!

  9. Mario Trabucco on 10 lug 2008 at 12:25 pm

    Condivido sostanzialmente lo spirito della discussione, anche se ho ancora alcune perplessità.

    La prima è sulla divulgazione fatta direttamente sullo scavo: chi ce li dà i soldi? La divulgazione dello scavo fatta in loco pone alcuni problemi importanti: a) bisogna che ci sia qualcuno dell’equipe di scavo che faccia solo questo (scrivere pannelli, aggiornare report almeno settimanali, curare un blog, parlare con la stampa, guidare i visitatori) e non è poco; b) se vogliamo togliere il segreto (stile area 51) allo scavo urbano, questo deve avvenire alla luce del sole e alla costante vista di tutti con i vari conseguenti problemi (i vecchi della piazza che fanno domande, un possibile ladruncolo che studia come fregarsi la roba, uno zelante funzionario che ti multa se non hai il caschetto giallo o i guanti e se le passerelle non sono a norma, ecc.). Sono problemi pratici, per i quali ci vogliono soluzioni pratiche, che si pagano. Con soldi che non abbiamo.

    Il secondo problema è insito nella divulgazione stessa. Lasciamo da parte il problema del rischio di banalizzare per divulgare, per evitare il quale basta un poco di intelligenza e di cultura. Ma il problema vero dei vari Alberto Angela e Cecchi Paone è che devono puntare alla spettacolarizzazione, devono far sembrare straordinario ciò che in realtà era ordinario, con conseguente mistificazione.

    Sono problemi difficili, ma è importante esserne consapevoli per trovare soluzioni e “uscire dalla casta”.

    Mario Trabucco

  10. Claudia on 22 lug 2008 at 7:26 pm

    In risposta all’ultimo intervento:
    I pannelli e il blog magari! Credo che sia già tanto rispondere agli eventuali visitatori, cosa che non viene fatta praticamente mai. Se non è possibile fermarsi per fare delle spiegazioni perchè questo toglierebbe tempo a chi sta lavorando, è comunque già tanto dare peso alle domande che vengono fatte e non tenere ecluse le persone che hanno assolutamente il diritto di sapere perchè, ad esempio, il lavoro per la realizzazione del posteggio che dovevano fare di fronte casa loro è stato fermato. Se la mia quotidianità viene alterata per delle ragioni che non comprendo, come minimo mi indispettisco. E quello può essere pure peggio, perchè nascondere qualcosa è, nel migliore dei casi, un messaggio della serie “tanto non capiresti”; nel peggiore, ho un tesoro che vale così tanto da dover essere preservato (e allora lì quanti furbetti…). E allora ben vengano i vecchietti della piazza, tanto il ladruncolo il modo lo trova comunque, e lo zelante funzionario non fa altro che il suo lavoro – dovresti dire meno male! Oppure abbiamo qualcosa da nascondere?
    Così non facciamo altro che remarci contro. Se Angela fa un pò di spettacolarizzazione, e questo serve a sensibilizzare in parte il pubblico, credo che faccia solo bene. Chi è veramente incuriosito e vuole scoprire di più, non si fermerà soltanto a quello. Chi si fa incantare da questi documentari e si ferma lì, se Angela non ci fosse nemmeno se ne interesserebbe. Quindi sono favorevole, se non sconfinano ovviamente in fantasia ma rimangono solamente una grande e incantevole “gonfiatura”.
    E infine sì, la nostra è una casta, soprattutto perchè abbiamo una malsana tendenza all’endogamia, e questo non aiuta per niente. Però è pure vero che tutte le categorie tendono a chiudersi: lascio agli avvocati l’avvocatese, ai dottori il medichese, agli architetti l’”architettonico”. Purchè poi si facciano capire. Lo stesso dovrebbe valere per l’archeologo; un messaggio può essere espresso ed interpretato in migliaia di modi.

  11. kiaika86 on 09 nov 2008 at 9:47 pm

    scrivo per quanto poco posso sapere, il motivo per cui non voglio chiudermi nel fare un lavoro inutile come la barista o la segretaria! io adoro l archeologia! e ciò ke intende marina , ciò che scopriamo del passato serve per noi e per sapere da dove veniamo, è come se si vuole monopolizzare sempre certe scelte o situazioni in modo da influenzare le idee altrui e quindi chiudere la mente, cmq davvero spero anche io che cambino le cose.. grazie marina sono assolutamente d accordo con te!

  12. nuniell on 29 apr 2009 at 10:55 am

    http://maps.google.com/maps?f=q&source=s_q&hl=it&geocode=&q=verona&sll=37.0625,-95.677068&sspn=50.823846,79.101563&ie=UTF8&ll=45.442842,11.005624&spn=0.001387,0.002414&t=h&z=19&iwloc=A

    copiate il link di google map e vedrete lo scavo ad uno stadio più avanzato…
    e ditemi se ricordate uno scavo cosi grande in città. Nascosto e probabilmente ormai tappato.
    La cosa assurda è che il terreno è della curia..

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